Nasce oggi ‘Vade Retro’, la nuova rubrica di Hano.it dedicata ai rapper che fanno parte dell’old school della doppia h italiana. L’obiettivo è riportare alla memoria fatti, curiosità e pensieri che via via stanno rischiando di essere perduti per sempre. Per questo, la rubrica si occuperà di scavare nel passato più nascosto del rap italiano, facendo capire cosa e come veniva concepito questo genere circa 20/25 anni fa. Non si parlerà di pezzi, di album, di vendite o di click ma si darà libertà all’artista intervistato di spaziare fra le sue emozioni/sensazioni/ricordi, vissuti ben prima che il rap divenisse un genere ben riconosciuto. Prima di YouTube, prima di Spotify, prima dei locali blasonati, prima delle collane, prima dei dischi d’oro, prima del digitale, prima del cd e dell’mp3, prima delle mode.

‘Vade Retro’, per la puntata zero, ha deciso di portarvi il noto rapper Turi. Nato in Calabria nell’ottobre del ’76 ma romano di adozione, inizia la sua storia nel rap italiano intorno al 1994. Da lì collaborerà, con chi per un motivo e con chi per un altro, con le più grandi personalità della scena italiana : Fritz, Piotta, Squarta, Flaminio Maphia, Otierre, Kaos, per citarne alcuni. Chi meglio di lui per iniziare questa rubrica? Allacciatevi le cinture e preparatevi per questo viaggio indietro nel tempo.

Ciao Turi e benvenuto sulle nostre pagine e sulla nuova rubrica di Hano.it! Perché credi che tu sia stato uno dei primi rapper ad essere intervistato per questa ‘Vade Retro’?

Non saprei. Forse perchè sono un bell’uomo. Ma è molto più probabile perché conosco i fondatori di Hano, per la precisione sono molto amico di quell’imprecatore olimpionico di Carlito.

Parlaci un po’ di te. Parlaci del primo incontro che hai avuto col rap. Oggi anche i bambini di due anni possono facilmente imbattercisi, visto quanto questo genere stia continuando a diventare popolare. Invece tu inizi negli anni novanta, pressappoco. Come avviene questa folgorazione? Il rap americano ti ha dato una bella spinta? Se ti ricordi, facci un po’ una timeline del tuo inizio.

La botta iniziale l’ho avuta nell’estate del 1989. Abitavo ancora in Calabria. Vennero a trovarci dei miei cugini dall’America, per la precisione di Brooklyn. Mi passarono un tape con il rap dell’epoca : Public Enemy, Run dmc, Beastie Boys etc. Rimasi folgorato. Più avanti poi, grazie a Jovanotti, questi personaggi iniziarono a bazzicare l’italia e ad esibirsi live nel programma da lui condotto : Deejay Television. Mi incuriosivano. Avevano un loro modo di vestire, non avevano musicisti alle spalle ma solo un deejay, e soprattutto non cantavano. Ma andavano a tempo sul ritmo. Nel 1990 mi trasferii a Viterbo, vicino Roma, e iniziai a comprare cassette di rap americano. La mia collezione vantava chicche incredibili : Gangstarr , De La Soul, A Tribe Called Quest ma anche tante porcherie, tipo Mc Hammer, Vanilla Ice…sì, perchè compravo roba random non avendo nessuno che mi indirizzasse al “sound giusto”La cosa curiosa era che molto spesso il booklet delle cassette non conteneva i testi, allora tornavo al negozio e rubavo le copertine dei cd. Era il 1990 e di rap italiano ne avevo sentito parlare, ma era molto legato all’ambiente politico. C’era ‘sta moda delle cosiddette Posse: “fotti il sistema, ferma l’ingranaggio, spezza la gabbia, spezza le catene”. Beh, comprai un paio di compilation ma non mi entusiasmarono, o meglio, mi facevano cagare. Ovviamente eccezion fatta per gli Onda Rossa Posse, Lou X e tutto il giro di Bologna.  Nel ’94 conobbi Squarta, iniziammo a far le cose seriamente. Primi pezzi registrati, primi live e tanto entusiasmo. Piotta, che aveva già un nome nel giro, ci notò. Iniziammo a collaborare e nacque Robba Coatta.

Ok, inizi a scrivere. Ora c’è YouTube, se fai un video, ci sono tantissime piattaforme online su cui hostare il proprio pezzo, se lo registri, e puoi cominciare a farlo girare. C’è Facebook, dove puoi farti una pagina artista, ci sono i siti a cui puoi chiedere la sponsorizzazione…negli anni novanta non c’è nulla di tutto questo. Come funziona lo spread, la diffusione del pezzo? Era difficile registrarne uno?

Era molto più complicato. Dovevi veramente avere tenacia e passione a tonnellate.  Considera che prima dell’avvento del cosiddetto hard disk recording, per registrare qualcosa di decente dovevi almeno possedere un multitraccia di buona qualità, un campionatore, e/o dei giradischi, e non era roba che tutti potevano permettersi. La formula più comune dell’epoca per noi ‘poveracci’ era registrare i pezzi su strumentale americana, con un microfono dinamico da due lire. Il master? Una cassettaccia del cazzo (I più seri usavano quella al cromo ). Per quanto riguarda la diffusione, il mezzo principale era il mondo esterno. Ebbene si, il mondo esterno! Uscivi di casa e provavi a smazzarle ovunque. A scuola, tra gli amici, tra i parenti, ma soprattutto alle cosiddette jam o ai concerti. I “mi piace” li ottenevi così: lasciavi il tuo tape a chi già aveva una reputazione, e se avevi talento, la volta successiva, ti veniva proposta di salire sul palco o di fare una collaborazione. Non c’erano scorciatoie. Successivamente, arrivarono le fanzine come Aelle, la più importante, che a mio modesto parere fu molto utile per tracciare una mappa delle realtà più interessanti che c’erano in italia. Nel mio caso, una recensione positiva scritta da Esa nel 1996 del mio demo (‘Turi e Compari’) mi aiutò successivamente ad allacciare i rapporti con un bel pò di personaggi validi della scena. Uno su tutti Fritz.

Parliamo adesso del processo di costruzione dell’artista. Oggi è facile ispirarsi ascoltando qualsiasi cosa, qualsiasi stile, qualsiasi musica. Forse prima c’era poco da cui attingere, vi fidavate solo della vostra personalità. Prima c’eravate voi che vi siete, in quanto apripista, costruiti uno stile tutto vostro e possiamo dire “da zero”. Quanto lavoro c’era dietro tutto questo? C’era una voglia di convincere anche chi non vi vedeva di buon occhio o vi bastava essere il pane quotidiano dei vostri ascoltatori?

L’elemento fondamentale era il concetto di originalità. Personalmente non sprecavo le mie forze cercando di convincere gli scettici, ma mi impegnavo al massimo per distinguermi dagli altri “colleghi” e di conseguenza soddisfare il mio di pubblico.

Si parla sempre di mentalità hip hop e si dice che molte cose rap di oggi ne siano sprovviste. Cos’è per te la mentalità hip hop?

La maggior parte del rap di oggi non ha niente di hip hop, perché ai rapper di oggi frega poco delle origini di questa musica e della cultura di cui fa parte questa musica. C’è poca curiosità e pochi stimoli, tanta quantità e spesso poca qualità. Hanno tutti le risposte giuste, ma solo a domande che non hanno senso. Comunque, per me la chiave per viversi bene sta storia è saper distinguere le cose, esser consapevoli. Il tuo fruttivendolo avrà anche le migliori mele del mondo ma non per questo può essere definito il nuovo Paul Cézanne. L’arte è un altra cosa.

Ti va di raccontarci qualche aneddoto simpatico o particolare che non hai mai raccontato a nessuno?

Ce ne sarebbero di storie assurde, ma molte non si posson raccontare perchè la maggior parte sono in compagnia di rispettabilissimi colleghi. Ti posso raccontare il concerto più grottesco della mia vita! Durante il tour con Piotta del 1999 abbiamo suonato in un minuscolo locale vip a Capri, capienza non più di 30 persone. Io ero sbronzo di Negroni. Tutti seduti. Non c’era il palco. In prima fila : Emilio Fede con la moglie, Chiambretti, De Laurentiis… no comment.

Tu, personalmente, avresti mai pensato di fare qualcosa di storico, mentre stavi realizzando i tuoi lavori o mentre collaboravi coi tuoi amici/con la tua crew? Cosa ti ha acceso il fuoco dentro per continuare a vivere a stretto contatto con questa cosa?

In tutta sincerità, no. E ti dirò, me ne sto rendendo conto da poco. Questo grazie a internet che ti permette di avere un contatto immediato con una miriade di persone. L’hip hop, e in generale la musica, l’ho sempre vissuto in maniera completamente naturale e istintiva e forse anche egoista. Ogni volta che ho iniziato a scrivere una strofa l’ho sempre fatto per esigenza, per necessità. È sempre stato un mezzo per esternare le mie emozioni.

Pensi che alla scena di oggi manchi qualcosa che c’era invece vent’anni fa?

La scena attuale gode di ottima salute. C’è un sacco di gente valida secondo me. L’unica pecca che noto è che molti sono mostri da studio ma poi dal vivo sono pessimi. Un consiglio, ragazzi : prima di preoccuparvi degli effetti speciali sul palco, imparate ad intrattenere il pubblico e ad usare il microfono come Cristo comanda.

Entriamo più nello specifico : hai partecipato al 2thebeat. Pensi che oggi manchino delle competizioni vere e sane come quelle di una volta? O magari eventi che uniscano la scena come l’Hip Hop Motel?

A me personalmente mancano eccome ma sono di parte. Credo comunque che difficilmente si ripeteranno, lo spirito è cambiato. Adesso siamo tutti più pigri grazie alla tecnologia. Se vuoi azzardo una previsione: un 2thebeat online…

Secondo te, è giusto che il rap stia piano piano arrivando sulla bocca di tutti? Voi alla fine, avete lottato per afferarmarvi!

Per me non c’è niente di male. Ti ripeto, l’importante è la consapevolezza di ciò che si fa.

Caro Turi, l’intervista è finita. Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato. È stato un piacere averti come ospite questo episodio pilota di ‘Vade Retro’.

Grazie ad Hano per l’intervista.

P.S. : Carlito sei il peggiore.