Egreen
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E’ una storia di strada un po’ particolare questa, è la storia che vede come protagonista uno dei più rispettati esponenti della scena rap italiana, Egreen, è il viaggio nella storia del rap italiano, è la storia di un viaggio, quello da Milano a Roma, iniziato nel 2005 dai Cor Veleno con i Dogo e terminato nel 2016 da Egreen con Er Costa. 11 anni. 11 anni di strade, di storie, di cambiamenti nella scena rap italiana, di modi di vedere e percepire questo genere musicale in continua evoluzione, ma pur sempre fedele a se stesso, partendo dalle radici, da quello che ha fatto la storia, percorrendo strade diverse in continua mutazione.

Egreen è sicuramente uno dei veterani del rap italiano, uno che di strada ne ha fatta, che ha vissuto tante storie, che ha visto pian piano, nel corso degli anni, accendersi sempre di più i riflettori sul rap, ma che sa bene da dove arriva, dov’è arrivato e dove vuole andare.

E’ importante sapere da dove veniamo, è importante sapere chi c’era prima, le radici, la storia fanno di noi quello che siamo e se oggi il rap è ovunque, il merito va a quella scena che a fine anni ’90/inizio 2000 ha sdoganato questo genere musicale, il merito va sia alla scena underground, sia a quella mainstream in ugual modo e ugual misura, il merito va a artisti come Primo, Squarta, Club Dogo, Egreen e tutti gli altri.

Questa è la nostra storia, questa è la storia che Egreen e Er Costa ci hanno insegnato e fatto rivivere con la loro Milano Roma Pt. 2.

E’ lunedì pomeriggio quando incontro Egreen e subito non posso fare a meno di dirgli che quella canzone la devo ascoltare almeno una volta al giorno, tutti i giorni, se no non sto bene e non ho la carica giusta.

“Sono contento”, inizia a raccontarmi Egreen, “che con questo singolo la cosa sia tornata un po’ sotto ai riflettori, io credo che la musica non abbia tempo e che se una persona scopre un’artista di tanti anni fa, oggi, va benissimo, io stesso ho scoperto artisti durante il mio percorso che magari prima non conoscevo o non ascoltavo. Quello che mi dispiace è la mistificazione post mortem, io mi ricordo quanto poco avesse venduto il disco “El micro de oro” di Primo e Tormento, eppure oggi sono tutti a santificare il nome di Primo, queste cose andrebbero fatte quando un’artista è in vita e non dopo la sua morte”.

Tu hai vissuto da vicino anche quell’epoca storica nella quale il mainstream ha fatto il botto, mentre altri artisti sono rimasti indietro, secondo te perché Primo non ha avuto lo stesso percorso che hanno avuto i Dogo?

“E’ difficile da dire, è un discorso complesso ed entrano in gioco tanti fattori, che vanno poi ben oltre la capacità e lo skill artistico di ogni singola persona. Io mi ricordo che intorno al 2006 si era creato un grande interessamento da parte delle major nei confronti di alcuni artisti come Turi, Fabiano, Amir e gli stessi Cor Veleno, purtroppo era una scena che sotto alcuni aspetti era matura, ma non aveva ancora quella dimestichezza con quello che sarebbe potuto essere un rapporto reale e costruttivo con una major. Arrivavamo da anni nei quali la situazione era tragica, io ho avuto la fortuna di salire su un carrozzone molto importante in quel periodo, ho fatto parte del tour di “Solo un uomo” e di “Generazione X” di Mondo Marcio e lui è stato il primo di tutti che ha avuto un certo tipo di riscontro con un’etichetta, Fabri è arrivato un attimo dopo, ma Mondo Marcio ha fatto subito un botto incredibile, andando in tour con lui mi sono davvero reso conto che qualcosa si stava muovendo e stava cambiando”.

E’ quasi un anno che è uscita Milano Roma Pt. 2, perché avete deciso di fare il remake proprio di questa canzone?

“Perché era tanto tempo che volevo fare un singolo importante con Er Costa, di base tra noi c’è una solidissima amicizia, ma siamo anche due persone con due ego molto grossi e quando si tratta di confrontarci dal punto di vista artistico, a volte diventa difficile concretizzare. Avevo la base e gli ho lasciato libera scelta su cosa volesse rappare, abbiamo deciso di fare questo all in, questo salto nel vuoto con Milano Roma. A pezzo finito abbiamo provato a sentire i ragazzi della versione originale per sapere se ci avrebbero dato il loro benestare, dal voler ricevere un benestare, la cosa si è trasformata in un capitalizzare il benestare con degli skit nel pezzo. Tutto il resto è storia. Io sono molto contento che in qualsiasi cosa faccio, da anni a questa parte, ho sempre un qualcosa che valorizzi il progetto, per me è importante lasciare qualcosa che rimanga e io, nel mio piccolo, penso che magari non ho lasciato dischi d’oro con l’Instagrammate, ma in ogni mio disco ho lasciato qualcosa di fottutamente granitico. Io sono un sentimentale, un romantico per quanto riguarda questa cosa della doppia H e mi piace fare sempre dei tentativi che portino a ricordare delle cose che ci sono state prima, la priorità è quella di sensibilizzare chi ascolta a capire che stiamo sempre portando avanti una cosa che c’era prima e che se non ci fosse stata prima, ora non saremmo qua a farla. L’unico grosso problema di fondo, secondo me, è una grossa ignoranza, sia da parte di chi fa questa cosa, che sia rap, trap, o boh, sia da parte di chi ascolta, unita al fatto che siamo un popolo che non ha determinati suoni nel suo codice genetico e il risultato è sempre a nostra interpretazione italiana”.

Tu dici “cavalcare mode è sinonimo di qualità”, ti riferisci alla nuova scena?

“Sì, è un’affermazione parecchio sarcastica, è una cosa che mi dà parecchio fastidio perché io sono sempre stato molto severo con me stesso. Io so di molti ragazzi giovani che adesso hanno fatto il botto, che diversi anni fa facevano rap e lo facevano in modo più tradizionale, ma non riuscivano a sfondare e hanno cambiato il loro modo di rappare per potercela fare. A me le persone che iniziano facendo rap e poi cambiano per fare un’altra cosa mi fanno arrabbiare, forse anche perché mi guardo allo specchio e m rendo conto che io non saprei farlo, è anche un po’ una mia autocritica. Forse più che di un’etichetta discografica, avrei bisogno di uno psicologo ahaha. La cosa che apprezzo di questi ragazzi è che non si sono studiati niente a tavolino, penso alla Dark Polo, loro hanno fatto semplicemente quello che si sentivano di fare e hanno fatto numeri incredibili. Io seguo degli schemi predefiniti paradossalmente, perché so cosa devo fare e in quale recinto devo stare perché, per come sono stato formato io, faccio molta fatica ad uscire da questa cosa perché sono legato a delle mentalità, dei modi di vedere e degli approcci più antichi, dettati da dei dogmi che i ragazzi di oggi non seguono. Loro hanno preso un suono, un modo di fare musica che in Italia non c’era e hanno provato a farlo qui, è un qualcosa di completamente nuovo che non ha niente a che fare con quello che c’era prima, penso a Capo Plaza, a Sfera, ma anche a Tedua, a Rkomi non hanno imparato a rappare in questo modo da nessuno di noi, quindi, possono piacere o meno, ma sono degli innovatori. Forse il problema non è tanto uno che ha successo pur non sapendo rappare, quanto chi lo pompa e questo avviene perché c’è ignoranza”.

Cos’è il rap per te?

Io mi ritengo un mc che fa musica rap. Ci ho messo 11 anni a ritenermi un mc, oggi penso di esserlo e mi piace dire faccio musica rap. L’Hip-Hop è una cosa che mi è stata tramandata fin da quando ero piccolo, ho avuto la fortuna di essere stato cresciuto da persone che avevano l’hip-hop molto vicino a loro e porto nel cuore una visione molto pura, chiara e nititida di quello che è questa cultura, però è una cosa che porta nel cuore. Trovo sia unitile e ridicolo oggi fare i guerrieri dell’hip-hop, l’hip-hop devi averlo nel cuore, è una cosa che devi portare dentro, è vero che è molto legata al lifestyle, a come affronti determinate cose nella tua vita, a come affronti molti rapporti, a come questo sia uno spirito che serve a sviluppare anche l’aggregazione, il fatto di non avere barriere, ma si tratta di valori che hanno varie traduzioni nel forma mentis individuale. Io sono molto distaccato nei confronti degli estremisti e dei puristi di questa cultura, ma so molto bene da dove arrivo e cosa sto facendo e cerco sempre il confronto anche con gli estremisti. La storia ci ha insegnato che estremismi di qualsiasi tipo hanno provocato delle fratture e la mia generazione è quella che ci ha rimesso più di tutti. Nella canzone “Rap Italiano” dico orfano bastardo di un’era in collasso decimata, per molti finita, cannibalizzata, smostrata, datata, c’han messo in mezzo a una strada dicendo “poi vedremo”, non ho rancori, è anche per voi che lo mantengo vero, noi siamo stati davvero messi in mezzo a una strada da tutti i vecchi dell’epoca che stavano vivendo una parabola in discesa a causa del fatto che non c’era più niente in Italia. Noi abbiamo preso schiaffi su entrambe le guance dall’hip-hop e a noi l’hip-hop cos’ha dato? A me non ha ridato niente, io a questa cosa ho dato davvero tutto. Ho avuto degli anni complessi dai 18 ai 29 e l’unica cosa che avevo era il rap. In maniera un po’ egoista e arrogante, posso dire che io ho dato tanto al rap e sto ancora aspettando di ricevere un quinto di quello che gli ho dato, senza fare la vittima, perché non lo sono. Secondo me bisogna stare molto attenti quando si parla di hip-hop e di cultura, bisogna apprezzare la bella musica e capirla, perché una volta che hai fatto quello, hai le chiavi di lettura per vedere le cose in un determinato modo. Per esempio, una delle critiche che più spesso mi fanno è che non ho contenuti, o ho sempre gli stessi..

Scusa se ti interrompo ma prima di dire che non hai contenuti tu, bisognerebbe dirlo a qualcun altro, perché ci sono persone che su soldi puttane e macchine ci hanno costruito la carriera

“Sono lusingato che tu dica queste cose. Io ormai me la vivo bene e sorrido perché so che di base c’è una mancanza di chiavi di lettura e di conoscenza. Una parte degli ascoltatori di rap italiano ha delle mancanze disarmanti che mi fanno vergognare di fare musica in questo paese e di provarci ogni anno. La cosa più scandalosa è che c’è un sotto gruppo di ascoltatori che si ritiene esperto di rap italiano e che ascolta solo rap italiano, quindi quando parli di rap statunitense che, secondo me è alla base, non sanno neanche cosa dirti e questa cosa già spiega tutto. Adesso ci sono questi fenomeni da baraccone, gente che secondo me non ha motivo di esistere, parlo di quelli che fanno le review, siamo scesi ancora più in basso del giornalista di razza che non c’è più, del giornalista di settore che non sa nemmeno cosa sta chiedendo e che non è assolutamente formato sulla persona che sta intervistando, siamo ancora più in basso, adesso ci sono questi YouTubers che sono il non plus ultra dello schifo del fatto che adesso questa roba è talmente grossa che ci sono persone che hanno meno views di questi due, che devono ancora trovare il loro posto nel mondo”.

Tornando a te, secondo me tu sei un’artista apprezzato sia dall’underground che dal mainstream, e che riesce a mettere insieme i due mondi, tu la senti questa cosa?

“Non è mai abbastanza, perché se fosse così figa come la dici te adesso sarei in più dischi che vanno in Fimi, però apprezzo che ci sia sensibilità da parte di tutti nei miei confronti, quantomeno di riconoscenza. Paradossalmente finisco sempre per sembrare uno che lecca il culo al mainstream e rompe sempre il cazzo, però underground non vuol dire essere un rapper con le pezze al culo, non fare cose fighe, o non suonare davanti a un numero non interessante di persone, o non collaborare con persone del mainstream, purtroppo in Italia, anche per comodità di molti miei colleghi dell’underground, siamo ancora lì a nasconderci dietro questa parola. Underground non vuol dire essere un fallito a 30 anni, che col rap non ha mai combinato niente, io personalmente con il rap qualcosa ho combinato e spero che se qualcuno in questo momento pensi all’underground in Italia, pensi a me e non ad altre persone che magari usano la parola underground per pararsi il culo perché non ce l’hanno fatta, non ce la stanno facendo e forse sarebbe il caso che smettessero di rappare. E’ difficile fare quello che faccio in questo momento, ci ho messo tanto ad essere sereno da questo punto di vista e finalmente nella mia rabbia, nel mio odio, nella mia frustrazione, sono sereno, perché parlano i fatti e i risultati. E’ ovvio che se parliamo di dischi venduti, rispetto ad altri colleghi, alzo le mani, però non molti sanno è che quando è uscito “More Hate”, senza avere le copie fuori, sono entrato  nella classifica Itunes, ma questi sono dati che a me non interessa guardare e non perché nel ritornello dico fanculo alla Fimi e fanculo a Itunes, perché bisogna leggere perché arrivo a gamba tesa con un certo sarcasmo nei confronti di queste strutture di cui mi avvalgo. A me non interessa neanche fare gli instore e se li faccio, li faccio a distanza di tempo dall’uscita del disco e con altre modalità”.

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Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso.