Eminem - Donald Trump
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Andare controcorrente è sempre cosa buona e giusta e anche oggi ho trovato un modo per beccarmi una manciata di vaffanculo random da qualche paladino dell’hip hop. Il mondo del rap, e della musica più in generale, ha salutato con orgasmi multipli l’ultimo exploit di Marcello delle Madri Terzo, ai più conosciuto come Eminem.

Per chi non lo sapesse, l’altra sera ai Bet awards è stato trasmesso un video in cui il celebre rapper di Detroit ha “deliziato” la platea con 4 minuti interminabili di sproloquio “sull’amatissimo” presidente americano. Il tutto rigorosamente a cappella. Più che un freestyle sembrava uno che aveva visto troppe volte l’Edipo Re a teatro e stava provando a riproporlo impersonando tutti i personaggi contemporaneamente. Un asciugata tale da far rimpiangere la Dark Polo (o quasi).

Per fortuna il vecchio Donald ha da sempre uno spiccato senso dell’umorismo e pare abbia commentato con: “Il video di Eminem? Non l’ho visto, stavo guardando Ghali da Fabio Fazio”. Si scherza, Ghali non può essere davvero andato da Fazio. Ah no, aspetta…

Bella Marshall, per capire che Trump fosse un coglione non avevamo bisogno del tuo aiuto e il tuo quarantaseiesimo dissing ci ha aiutato ad approfondire la tua posizione sull’argomento. Grazie, ma adesso anche basta.

Per carità voglio pensare che il tuo impegno per la causa sia sincero anche se, navigando in quel meraviglioso mondo chiamato internet, mi è appena comparso un video in cui tu e il vecchio Donald fate un teatrino da veri amici di chirurgo. Correva l’anno 2004. Siamo contenti tu abbia cambiato idea e che, per l’occasione, abbia rubato la barba ad un omino della lego e te la sia fatta attaccare col bostik.

La verità è che parlare male di Trump sta diventando il modo migliore per prendersi un applauso dal pubblico beota. Per chi è abbastanza vecchio da ricordarselo, questa cosa è già successa in passato sia in Italia che oltreoceano.

Ve li ricordate quei tempi maledetti in cui sembrava che in Italia non si potesse fare un disco senza parlare male di Berlusconi? Ricordo che nelle mie sporadiche e fallimentari apparizioni al Tecniche Perfette, buttare la rima sul Cavaliere era il segno inequivocabile che le rime preparate erano finite e si stava iniziando a raschiare il fondo del barile. Eminem da un pò di tempo a questa parte, diciamo dieci anni, da la sensazione di raschiare il fondo del barile come un Jake la Furia qualunque.

In ogni caso, a me sia Berlusconi che Trump non piacciono, ma sta pseudo politica da quattro soldi per prendersi un applauso facile non mi è mai piaciuta a prescindere dalla stima per l’artista in questione o della mia personale avversione nei confronti del “nemico” del momento.

Era successa, più o meno negli stessi anni, la stessa cosa oltre oceano quando sembrava che non si potesse ritirare un premio senza dare all’allora presidente Bush del guerrafondaio. Per carità, a George le bombe piacevano sul serio, ma, al tempo stesso, è curioso come Obama non si sia mai preso lo stesso appellativo nonostante, numeri alla mano, la sua presidenza sia stata quella che ha speso maggiormente in armamenti nella storia. La classica coerenza dello show business.

Francamente non se ne può più di sto teatrino. Trump non vi piace? Sti cazzi, ma il pensiero che ci sia gente che pensa di cambiare il mondo non stringendogli la mano o non andando in visita alla casa bianca, non so se mi fa più rabbia o tenerezza. La rivolta dei Martin Luther King dei poveri.

Anche il modo in cui i mass media stanno raccontando la protesta dell’encomiabile ex giocatore di football Kaepernick si è radicalmente stravolto col cambio di presidenza. Per chi si ricorda correttamente dell’ordine cronologico degli eventi, è cosa nota che la protesta “dell’inginocchiarsi” sia iniziata sotto la presidenza Obama e che non era rivolta a Trump ma, bensì, alla polizia e al governo non in grado, a suo dire, di garantire parità di diritti per le persone di colore. Il giocatore è stato lasciato da solo ad un livello tale che oggi è attualmente disoccupato e più autorità del circo mass mediatico lo hanno anche accusato di mancare di rispetto alla bandiera. Poi? Poi cambio di presidenza, protestare contro il governo è diventato straordinariamente cool, giocatori che avevano trattato “Kap” come un appestato aderiscono a proteste varie e, per i media, ora i giocatori dell’NFL sono un esempio da seguire. Boh.

Io Eminem lo preferivo quando faceva bei dischi, non so voi.

#Tavorsullasabbia

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.