Questo quinto episodio di Storie di Strada è dedicato a Jack The Smoker, un milanese doc, un rapper presente sulla scena dal giorno zero, che oggi fa parte della crew Machete.

Jack mi dà appuntamento nel quartiere Feltre di Milano dove è cresciuto, appena arrivo noto subito dei palazzi altissimi immersi nel verde di un grande parco, parcheggio la macchina e vedo un gruppo di ragazzini seduti su una panchina che, cellulare alla mano, ascoltano ad alto volume “Giovane Giovane” di Laioung e penso che forse, evoluzioni tecnologiche a parte, i ragazzini di oggi non sono cresciuti in modo poi così diverso da come siamo cresciuti io e Jack.

Quartiere Feltre, Milano

“Io sono cresciuto in questo quartiere”, inizia a raccontarmi Jack The Smoker, “ci sono stato fino all’età di 15 anni e quando eravamo piccoli, secondo me, si viveva molto di più all’aria aperta. Non voglio fare discorsi demagogici del tipo “ora con i social si sta più in casa e bla bla bla”, però quando non c’erano i social si stava fuori perché non c’era altro da fare. Questo è un quartiere tranquillo, non è né ghetto né ricco ma si piazza a metà: qui ci sono palazzi di diversi piani dove famiglie di medio ceto convivono pacificamente. L’unica cosa che ha fatto la differenza in quel decennio è stato sicuramente il boom dell’eroina, perché comunque questo influenzava l’immagine che avevi quando uscivi di casa. La mia finestra dava sul parco e proprio nel punto in cui siamo adesso c’erano i tossici che si drogavano ed era una realtà a cui siamo stati abituati in quegli anni. Sicuramente quello è stato un decennio molto influenzato dalla paura della droga e dal terrorismo psicologico che anche le televisioni facevano al riguardo, però devo dire che qua si viveva bene. Come vedi c’è molto verde, io andavo sempre in giro in bici, andavo a giocare a calcio e ho un bel ricordo del periodo in cui vivevo qua.

Poi i miei genitori, per motivi di lavoro di mio padre, hanno deciso di spostarsi a Pioltello, che è un luogo completamente diverso, soprattutto negli anni ’90 non era facile viverci e in più il fatto che io ascoltassi musica rap, che ai tempi era una rarità, mi rendeva un po’ la vita difficile. Non era come adesso che tutti ascoltano rap, in quegli anni potevi anche essere preso di mira se eri un ragazzo con i vestiti larghi e ascoltavi quel genere di musica, perché comunque a Pioltello, potenzialmente, c’è sempre stato un buon livello di tensione in strada, visto che la microcriminalità c’è sempre stata… il fatto di essere beccati e menati era routine ma forse questo ci ha fatti crescere meglio, non lo so. All’inizio, appena trasferito, non mi sentivo proprio a casa lì, poi è diventato il luogo in cui ho costruito tutto, in cui ho creato la mia micro crew di rapper pioltellesi, fra cui Mace e altri ragazzi che ai tempi rappavano. Erano tutti ragazzi della mia età che amavano il rap, ma eravamo una minoranza incredibile, eravamo gli unici che ascoltavano rap, ci beccavamo in piazza, facevamo freestyle”.

Cosa ascoltavi all’epoca?

“A 12 anni avevo comprato la cassetta di “Messa di Vespiri”, ma erano cose estemporanee… la mia fortuna è stata quella di aver iniziato ad ascoltare soprattutto rap americano, mi ero appassionato a Nas grazie a One Two One Two e tramite il featuring in un suo pezzo contenuto in “It Was Written”, “Live Nigga Rap”, ho conosciuto i Mobb Deep e mi sono specializzato nel rap newyorkese. Nella mia crew c’erano alcuni, come me, più schierati pro New York e altri più verso la West Coast, ripensarci adesso mi fa ridere, ma all’epoca era un tema attuale tanto che poi ha portato a conseguenze nefaste in America, però noi la vivevamo in maniera un po’ pacchiana. La cosa figa era che, essendo una minoranza e vivendo l’hip hop in maniera ingenua, abbiamo fatto le cose in modo spassionato perché non pensavamo a tutto quello che poi è venuto dopo, come l’idea di fare i soldi, o di fare live, o di lavorare con la tua passione. Era una cosa che, mentre la facevamo, dicevamo ho 20 anni e ora mi devo guadagnare due soldi, ‘sta cosa del rap è bella, però è una perdita di tempo, la mentalità era quella”.

Anche perché non c’era uno storico all’epoca

“No, non c’era neanche cultura sul genere, ci sono stati episodi estemporanei, come gli Articolo 31, i Sottotono, ma non era rap, nel senso che non era visto come rap dalla gente, era un prodotto come tanti che suonava rap, poi era rap al 100%, ma non era percepito dal grande pubblico come una cosa a sé stante perché nessuno ci capiva molto. Questo mio modo di vedere il rap e di viverlo in quegli anni si riflette tanto sul mio modo di farlo, per me è sempre stata una cosa minoritaria, cioè non necessariamente rivolta al grande pubblico e secondo me anche nelle cose che faccio adesso si nota che spesso io voglio dire delle cose che magari non sono comunicative emotivamente, sono giochi di parole, però a volte lo faccio proprio per il fatto che mi piace farlo anche se non porta da nessuna parte, perché io mi diverto a fare gli incastri esattamente come mi divertivo da ragazzino a fare freestyle con gli amici. Ho mantenuto tanto questo gusto di fare il rap perché mi diverto a farlo, finché e fin quando mi divertirò a farlo, perché è molto diversa la scena attuale e bisogna capire se ci sarà ancora spazio per la mia musica… insomma, io ho sempre fatto le cose come mi andava e questa è una conseguenza di come sono cresciuto”.

Dalla tua musica e dalla tua attitudine si percepisce che tu fai le cose più per passione che per lavoro

“Sì, anche se poi è un lavoro, di fatto. Mi sono costruito una buona immagine e un buono storico, ma questa attitudine fa molto parte del mio modo di essere. Magari è una scelta penalizzante in termini di grandi numeri, però devo dire che a me di quello non è mai interessato molto, perché io a 35 anni lavoro con quello che mi piace. Per carità, non sono ricco sfondato, però faccio quello che mi piace e sono felice. Per me è una conquista di lungo periodo costruita veramente dal nulla e non parlo solo di me, ma anche di altri esponenti provenienti dal mio periodo storico, come Ensi, Clementino… è stata dura ma l’ostinatezza con cui lavoriamo è stata premiata alla lunga”.

Tu con Dani Faiv supporti molto la nuova scena, secondo te adesso manca un po’ quel passaggio di testimone che prima c’era e che invece oggi c’è decisamente meno?

“Non c’è continuità, assolutamente, c’è un punto di rottura incredibile ed è anche figo così, a me piace che si sia creato completamente un nuovo capitolo. Ai ragazzini di adesso non interessa chi era forte tre anni fa o chi c’era prima, perché sono proiettati in un presente continuo che non ha storico ed è anche figo: loro sono in una nuova era che sta nascendo, che rappresenta un punto di rottura nel rap e che farà tantissime vittime, però chi ha posto le basi nel modo giusto sicuramente continuerà. Sicuramente i ragazzi di adesso sono completamente in rottura, ma non lo dico in modo polemico, è completamente un altro mondo. Non voglio dire cose banali, ma oggi c’è un approccio alla realtà completamente diverso, dove sei talmente bombardato da tutto che non c’è più l’attendibile e il non attendibile, c’è tutto e niente e quindi per loro non c’è uno storico e non gli interessa lo storico, perché non c’è neanche l’interesse per la storia in generale, o almeno a me sembra che sia così, poi magari sono io che non capisco loro e sono solo uno di un’altra generazione che prova a capire una generazione che non è la sua. Io vedo che oggi non c’è un grande interesse per capire i fenomeni in generale, più che altro perché io sono cresciuto così, poi magari neanche 20 anni fa non eravamo interessati a ‘ste cose, ma mi sembra che oggi la società si sia un po’ appiattita su questo continuo ricevere informazioni, anche se spesso non si capisce quali siano quelle attendibili e quelle non, tanto che a volte risulta difficile costruirsi un pensiero critico sulle cose”.

Parliamo della prima canzone che hai scritto, da cosa sei stato ispirato e di cosa parlava?

“La primissima non riesco a ricordarmela perché i miei primi tentativi di scrivere erano rime scritte per gioco e per scherzo alle superiori e poi ascoltando gli altri mi è venuta voglia di provare. Mi ricordo il primo pezzo che ho registrato, era quasi imbarazzante, era tipo un trip con 100 rime, martellante, monocorde, una cosa inascoltabile, già lì però c’erano i miei vissuti e i miei giochi di parole, perché mi è sempre piaciuto farli e all’inizio si rifletteva in una cosa quasi schizofrenica di fare 100 rime in una barra, in stile dettato, tutto dritto. Poi, man mano, ho imparato come dare ritmo alle parole, che secondo me, alla lunga, è anche la cosa che ho imparato a fare meglio. All’inizio erano canzoni molto adolescenziali, molto emotive, ero molto fissato nel voler raccontare stati d’animo e in più il fatto di vivere a Pioltello e di far parte di questa crew che si isolava dagli altri, se tu senti “L’alba” lo capisci tantissimo, perché “L’alba”, dopo i primi pezzi che ho fatto, è stato il primo disco che ho registrato in vita mia. Lì c’era tanto questa voglia di volersi riscattare, di volersi far vedere, di emergere, di celebrare il quartiere, però non in modo “bullistico” perché non rappresentava il nostro vissuto, era la magia della compagnia, dello stare fuori, farsi le giolle, andare a dipingere, vivere una roba hip hop senza essere Afrika Bambaataa. Inconsapevolmente eravamo veramente hip hop, vivevamo questa cultura a 360°: c’era chi dipingeva, chi faceva beat, chi rappava, era tutto molto figo ma anche molto adolescenziale. Avevo sicuramente un approccio molto diverso, se senti i lavori che ho fatto subito dopo, si sente tanto che ho perso quell’ingenuità un po’ adolescenziale da sognatore, che poi ho voluto quasi azzerare dopo, perché crescendo sono diventato molto razionale e quindi queste due anime sono molto in contraddizione e lo senti proprio dalla differenza fra “L’alba” e “V.Ita”, questi due dischi sembrano quasi racchiudere due persone diverse”.

Tu sei cresciuto in un modo così hip-hop, ma cos’è il rap per te? Cos’è l’hip-hop?

“Quando ero piccolo c’erano quelli più grandi di me, come Neffa, Kaos, che quasi ti facevano sentire in colpa se non eri un paladino o un discepolo dell’hip hop e questa cosa noi l’abbiamo vissuta male, ci stava quasi stretta quell’idea di essere hip hop fiero, eppure ero proprio qualcosa del genere, pur non sapendolo. Non ho mai voluto convincere nessuno che l’hip hop fosse figo, non ho mai voluto convertire nessuno, però è un qualcosa che ha veramente inglobato la mia vita da un punto di vista personale, lavorativo, di hobby, di amicizie, perché anche le persone che frequento adesso sono persone che erano nel mondo del rap, come gli MDT, che magari ora non fanno più niente, ma sono le persone con cui sono cresciuto. Non do una definizione di cos’è l’hip hop, ma è la mia vita… io mi sveglio e la mia vita è per forza di cose improntata su questa cosa, magari è anche un incubo, non lo so, però è una presenza costante nella mia vita, infatti quando vado in vacanza e magari per dieci giorni non faccio niente, mi sale l’angoscia, perché ‘sta roba io la devo vivere sempre, anche se è un lavoro, anche se sto in studio tutto il giorno. Vedi, spesso la gente non capisce che c’è un lavoro duro dietro, spesso si pensa che le cose nascano in poco tempo, che sia tutto solo soldi, feste e puttane, invece il lavoro che c’è dietro è tanto, magari sto in studio anche per 15 ore al giorno, per carità non sono in miniera, però io davvero impegno tantissime ore della mia vita e tantissimo impegno mentale nel mio lavoro e ne sono ben contento e per ora è tutto per me”.

Tu hai vissuto anche quel periodo di rottura tra il mainstream e l’underground, che ripercussioni ha avuto nella tua vita e nella tua carriera?

“Ha avuto sicuramente ripercussioni, però a scoppio un po’ ritardato, perché venivo dall’epoca del che cazzo me ne frega, ma a un certo punto l’hip hop ha cominciato a essere un fattore, la gente ha cominciato a dargli più legittimità, il pubblico è aumentato, magari si è perso un po’ quel momento magico in cui eravamo pochi, tutti amici, partecipavamo agli show off, ai freestyle, ma il tutto ha iniziato a essere più serio e anch’io ho cominciato anche a guadagnare dei soldi a 21 anni facendo i primi live. Per quanto riguarda il mainstream, all’epoca non pensavo sarebbe durato, perché ero già abituato a quello che era successo prima con Neffa e i Sottotono che poi è scomparso tutto nel nulla e sinceramente io pensavo che sarebbe andata nella stessa maniera, quindi un po’ sottovalutavo quello che stava accadendo”.

Ti eri fatto un piano B?

“Sì, io sono laureato in psicologia e in quel momento non ero ancora laureato e pensavo che avrei fatto lo psicologo e che il rap sarebbe rimasto un hobby. Il punto di svolta del mio pensiero è stato quando ho visto il primo concerto a Milano di Fabri Fibra per il tour di “Mr Simpatia”, è stata la prima volta in cui ho visto un concerto hip hop italiano, che non fosse Articolo 31, ma un qualcosa di underground… c’erano migliaia di persone che cantavano il disco e gente che non vestiva hip hop. Fa ridere adesso da dire, ma non era comune vedere una cosa del genere. Non era normale che persone che non ascoltavano rap, che non condividevano quella cultura, fossero lì e in quel momento ho capito che era cambiato qualcosa. Per quanto riguarda la tua domanda sull’underground/commerciale, è stato fatto tutto un po’ a step, nel senso che comunque le major hanno dovuto tarare un po’ la bilancia perché non ci stavano capendo troppo, non avevano ancora le persone giuste all’interno. C’era troppo distacco tra underground e commerciale perché loro avevano un’immagine stereotipata di cosa dovesse essere l’artista di successo, il rapper… diciamo che non ci capivano un cazzo, volevano i singoli in un certo modo, erano ancora legati al vecchio modo di fare musica, hanno capito dopo che devono lasciare l’artista libero di fare quello che vuole e assecondare un qualcosa che già esiste per portarla in alto e non inventare un nuovo format di un artista che è arrivato in un certo modo perché quello è un suicidio mediatico. All’inizio guardavamo anche le major in modo un po’ diffidente, poi, invece, il tutto è diventato serio, ci sono state anche etichette indipendenti come la mia che lavora da tanti anni in distribuzione con Sony. Alla fine è una collaborazione obbligata e sensata perché non puoi andare da nessuna parte senza la visibilità che ti dà una major, il circuito è questo quindi, o ti isoli per principio, o la tua musica deve finire in quel circuito”.

Secondo te, alla storia del rap italiano e al punto dove poi siamo arrivati oggi, con tutta questa esplosione di “rap”, ha dato più peso la scena underground o quella mainstream?

“È difficile da dire perché il boom di questi ragazzi ha distrutto tante cose, però so che hanno uno storico, so che ascoltavano noi, ascoltavano Bassi Maestro, i Dogo, Emis Killa, esiste quindi una continuità, ma sono un po’ un punto di rottura. Sicuramente ha dato più peso il movimento commerciale tra virgolette, perché poi non vuol dire niente, mi puoi dire che i Club Dogo sono commerciali perché vendono, ma hanno fatto rap per 15 anni senza andare in radio, facendo dischi d’oro, insegnando alla gente cos’è il linguaggio del rap. Recentemente ho letto un’intervista di Guè nella quale diceva una cosa giustissima, parlava di come il complesso da centro sociale abbia indirizzato il rap nel modo sbagliato e con un complesso anti americano. Questo per me è stato un po’ il limite del rap in Italia. Tutti questi artisti, chiamiamoli commerciali, hanno contribuito tanto perché finalmente l’hip hop è arrivato in maniera credibile alle persone, anche fuori dai canali tradizionali, grazie a internet, forse tutto questo sarebbe successo anche a noi se ci fossero stati i canali che ci sono oggi. Tanti di questi artisti “commerciali” hanno fatto da spalla ad artisti più grandi, penso a Ghali che ha aperto i concerti di Fedez, a Sfera Ebbasta che faceva le doppie a Skandal e a tanti altri, quindi la nuova scena non viene dal nulla, sicuramente c’è continuità da un punto di vista dell’origine, però loro hanno interpretato il tutto in un modo diverso creando un punto completamente di rottura”.

Il rap è morto?

“Ma no! Il movimento è vivo, tantissimo, ci sono fasi storiche differenti, ma non si può dire che sia morto, è un’altra cosa rispetto a prima, si sta evolvendo. Molto spesso ognuno di noi vive le cose del proprio periodo senza capire quelle degli altri periodi, o più semplicemente senza accettarle, perché sono diverse e non ci si rivede, però fa parte del gioco delle cose che vanno di moda, di quello che è per i giovani. Quello che bisogna capire è se il rap farà quello step di diventare adulto. È sempre stata una roba per giovani, adesso è diventato una roba per ragazzini e per bambini, diventerà mai una roba per adulti al 100%? Mi auguro di sì, mi auguro diventi come gli altri generi. Ci sarà un rap di adulti fatto da adulti per adulti? Chiaramente il giovane ha un’energia diversa, va ai concerti, compra il merchandising, idolatra, però mi piacerebbe che in macchina, magari fra 20 anni, ci siano i dischi nostri di quel periodo, sarebbe bello. È difficile da capire se succederà, ma sicuramente il rap non è morto”.

Mi racconti di come sei arrivato in Machete?

“In quel periodo avevo fatto un EP che si chiamava “Grandissimo”, era un progetto molto scherzoso, ero in uno di quei momenti in cui volevo fare una crescita, sentivo che la gente voleva che io facessi tanti dischi in un contesto più produttivo del mio che era completamente indipendente e un po’ autonomo e con poche possibilità di distribuzione o di visibilità. Ho fatto pochissimi video nella mia prima parte di carriera perché ai tempi era più difficile e io non volevo farne troppi perché non mi interessava molto farli e ai tempi si poteva fare perché la gente ascoltava i pezzi anche senza i video. Machete è arrivata a puntino in quel momento perché i ragazzi volevano fare una mossa molto intelligente e non scontata, loro avrebbero potuto prendere un ragazzino che faceva i numeri e puntare sull’immediato, ma hanno voluto una persona di curriculum e di spessore rispetto a una scelta di consumo veloce. Questa cosa mi ha colpito perché mi ha fatto capire che loro sono persone che investono sul progetto e infatti sono 5 anni che collaboriamo insieme, portiamo avanti un discorso di puntare su giovani come Dani Faiv, di lavorare in direzione artistica ed è esattamente quello che cercavo perché questo è il mio lavoro e ho più possibilità di farlo in contesti che mettono in pratica tutto quello che ho in testa. Ci sono anche i soldi che aiutano, fa tutto parte di un processo di crescita che è necessario per chi vuole farlo come lavoro. Sono molto contento della scelta che ho fatto perché mi ha permesso di fare quello che volevo fare senza troppe forzature, in un contesto amichevole perché l’ambiente in cui lavori è troppo importante”.

Nel tuo futuro ti vedi come produttore o pensi di ributtarti a fare un disco?

“Sicuramente farò dischi, ho pezzi pronti e scrivere non è una cosa che voglio smettere di fare, probabilmente farò uscire qualcosa anche quest’anno, però mi piace viverla da più prospettive, da sopra il palco, da scrivania in studio, anche a pianificare, mi piace l’idea di costruire con un artista un discorso longevo, come con Dani Faiv. Lavorare con gli artisti è bello perché ti coinvolge in prima persona e dai qualcosa anche tu, poi io mi diverto ancora a fare il rap quindi continuerò a farlo. Magari, più che un disco, arriveranno dei singoli, perché sono più immediati”.

Hai fatto tantissimi palchi nella tua vita, ma ce n’è uno che più di tutti ti è rimasto nel cuore?

“Sicuramente mi sono divertito tantissimo nei palchetti dello Show Off di Milano quando facevamo il mercoledì sera e lo racconto anche in “5 momenti top” che, quando ho presentato il mio disco, ho visto per la prima volta qualcosa succedere, anche se non eravamo 50mila persone, il locale era pieno e per la prima volta c’era gente che voleva sentire la mia musica: è stato un momento magico che ha davvero il sapore di una prima volta. A volte, con i palchi troppo grandi, anche se sono fighissimi, perdi il rapporto reale con il pubblico che c’è in contesti più piccoli. Sicuramente le date con il tour di Machete Mixtape sono state fighissime, soprattutto la data di Milano è stata incredibile, alla fine eravamo tutti sul palco, ospiti compresi, sono state delle bellissime esperienze”.

Tu e Machete anche sul palco siete una crew vera e propria, forse l’unica crew italiana, quando sei sul palco insieme a loro ti senti come se tornassi ragazzino con la tua crew di Pioltello?

“È un 2.0 di quello che facevo da ragazzino. Chiaramente sono adulto e non ho più questa visione adolescenziale di rivedersi e identificarsi in un gruppo, quindi la vivo come un adulto che fa parte di una cosa bella e dà il suo contributo a un qualcosa che è cresciuto rispetto a quando eravamo bambini e lo fa con altri adulti che fanno la sua stessa cosa, che fanno musica e business dando la stessa importanza alle due cose, in relazione al fatto che stai vivendo una vita che è fatta di necessità. Quindi facciamo quello che facevamo da ragazzini, ma da adulti”.

Jack The Smoker, foto di Roberto Graziano Moro

Quando io e Jack ci siamo alzati dal muretto nel parco, sul quale abbiamo fatto questa chiacchierata e questo viaggio nel tempo nella storia del rap italiano e nella sua vita, per tornare ognuno alla rispettiva macchina, è passato un gruppo di ragazzini che cantava a squrciagola “e la pula bussò alle porte del buio”, io e Jack ci siamo guardati e abbiamo iniziato a cantare “fammi entrare lui rispose di no”, lì ho capito che quel quartiere oggi non è poi così diverso da quando ci viveva Jack The Smoker e che lì si respira ancora oggi il rap, quello puro e innocente dell’età dell’adolescenza e Jack, essendo cresciuto lì, non avrebbe potuto diventare nient’altro che un rapper.