Mostro
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E’ da poco uscito per Honiro Label “Ogni maledetto giorno”, il quarto album di Mostro, che, a pochi giorni dall’uscita, esordisce alla posizione 1 della classifica FIMI.

Un’uscita con il botto quella di Mostro, giovane rapper romano classe ’92, che in “Ogni maledetto giorno” ci regala 50 minuti di rap allo stato puro da ascoltare dall’inizio alla fine, un viaggio, un nuovo inizio dove il rapper sputa odio, rivincita e tutto quello che ne consegue.

In un periodo storico nel quale il rap è cross over e influenzato da altri generi, quello di Mostro è sicuramente il disco che mancava in questo “confuso” panorama musicale, dove le rime nude e crude troppo spesso lasciano il posto a motivetti cantati.

Ho incontrato Mostro qualche giorno fa nell’hotel in cui alloggiava a Milano e abbiamo parlato tanto della sua vita, del suo background, del disco, della sua visione del rap e quello che ho notato fin da subito è la consapevolezza, la maturità acquisita unita a un velo di disillusione disarmante che caratterizzano questo ragazzo di appena 25 anni.

“Io mi chiamo Giorgio”, inizia a raccontarmi Mostro, “ho 25 anni e sono nato a Roma. Vengo da una zona molto tranquilla, che non è periferia e non vengo da un contesto familiare disastroso, i miei genitori hanno sempre lavorato e hanno sempre permesso a me e ai miei fratelli di fare una vita valida. La mia concezione di rap non riguarda la concezione classica di ragazzo di strada che cerca la sua rivincita, sicuramente il rap è stato anche per me un modo di avere una possibilità di riscatto, perché ognuno di noi parte dal fondo, ma il fondo non è solamente il venire da una periferia, o il non avere soldi, ognuno di noi ha il proprio fondo dal quale poi deve risalire. Il rap è stata sicuramente la cosa che mi ha dato la possibilità di trasformare tutti quegli stimoli negativi che se fossero rimasti dentro di me mi avrebbero distrutto e tramite la musica sono riuscito a trasformarli in rime e canzoni e questa è stata sicuramente la cosa che più di tutte mi ha preso di questo genere. Mi sono appassionato al rap per caso, come tutte le cose che capitano nella vita. Il primo pezzo rap che ho sentito in assoluto in vita mia era “S.I.C.” di Bassi Maestro e per me è stato come un cazzotto nello stomaco. Avevo all’incirca 11 anni e non potevo neanche immaginare che esistesse un genere musicale dove potessi dire tutte quelle cose e ci fosse quel tipo di libertà di espressione. Rimasi colpito ascoltando quel ragazzo che diceva tutte quelle parolacce e mi sono detto questa cosa la devo fare anche io e da Bassi ho scoperto poi tutti gli altri. Questo episodio mi ha segnato talmente tanto che l’ho citato anche nel primo singolo del mio nuovo disco”.

[..]sarò sempre grato a Bassi Maestro, lui non lo sa, ma è stato il mio maestro . Succhiatemi il cazzo, ricorderò per sempre quella canzone, so a memoria ancora tutto il testo. Ero un ragazzino, rimasi scioccato quando per la priva volta ascoltai quel pezzo, mi ha insegnato che se hai merda da sputare, Cristo Santo, devi farlo, non esiste via di mezzo. Io griderò per la gente come me e come me quella gente griderà per la mia città, per chi non ce la fa, griderò per chi è sempre giù, per chi non c’è più però è sempre qua [..]

Prima di arrivare a trasformare la tua passione per il rap in lavoro, hai studiato o hai fatto altri lavori?

“Ho fatto il liceo linguistico, sono stato in due licei di Roma perché in uno mi hanno bocciato e poi avevo iniziato l’università. Come ti dicevo, vengo da un contesto familiare normale, di persone che hanno sempre intrapreso un percorso di vita tra virgolette tradizionale, cioè studio, università, lavoro e tutto quanto. Ho iniziato l’università perché mia madre voleva che io studiassi, però non avevo la testa per studiare, avevo altre cose in mente e ho deciso di concentrarmi esclusivamente sulla musica e adesso è il mio lavoro. Ho fatto diversi lavoretti in passato per pagarmi i video all’inizio, perché già da quando avevo 17/18 anni, io volevo fare questo nella vita, sapevo che era l’unica cosa che sapevo fare, quindi ho fatto mille lavori, ho consegnato le pizze, ho fatto il cameriere e mettevo tutti i soldi da parte per investirli al 100% nella musica, finchè poi ho firmato il mio primo contratto con Honiro”.

Come vedi la scena rap romana?

“E’ forte, ci sono molti artisti che stanno spaccando, poi io sono fan del genere rap, di conseguenza, qualsiasi novità, sono contento che ci sia perché porta aria nuova all’interno della scena. Credo che Roma in questo periodo abbia un sacco di nomi diversi di artisti validi, che fanno sì che questa città sia attivissima dal punto di vista del rap”.

Tu come ti distingui dai tuoi colleghi?

“Credo di potermi distinguere perché non posso essere inserito all’interno di nessuna etichetta di genere, il mio rap è collegato da un filo conduttore di un determinato mondo, ma nella mia musica ci sono diverse sfaccettature, c’è l’aspetto crudo e molto violento e dall’altra parte c’è quello più ironico e più profondo. Quindi penso di distinguermi nel fatto che io mantengo sempre il mio stile, ma all’interno dei miei dischi puoi trovare qualsiasi emozione”.

Questo tuo aspetto molto crudo e violento da dove ti arriva?

“Da una scelta stilistica, da una mia esigenza, dal mio gusto verso il grottesco. La violenza, la brutalità sono tutte cose che esistono nel nostro mondo e a me piace addentrarmi in tutte quelle realtà più nere, più scure, di cui nessuno vuole parlare. Nel fare questo, io voglio sfruttare la violenza per comunicare un messaggio positivo”.

Ti avranno fatte mille domande in questi giorni su “Ogni maledetto giorno”, raccontami tu qualcosa sul tuo nuovo disco

“Questo disco nasce in un momento complicato della mia vita, perché, quando ho iniziato a scriverlo, avevo perso molte figure importanti della mia vita, sia dal punto di vista lavorativo, sia da quello personale e ho vissuto un momento molto destabilizzante, per questo il disco suona in modo così forte, come un urlo, come una spinta che dal basso vuole portarti in alto. All’inizio è stato molto difficile, ci ho messo due anni a far uscire questo disco, un anno l’abbiamo passato a pensare al tipo di disco che avrei dovuto fare, ai pezzi per la radio, a quello più pop, ma era un qualcosa che non rispecchiava assolutamente il nostro modo di sentirci. Poi abbiamo deciso di buttare via tutto, rovesciare il tavolo e ripartire da zero, dalle cose che ci piacciono di più e questa è la cosa di cui sono più contento, cioè l’aver rischiato di far passare così tanto tempo, ma di aver fatto un disco che piacesse in primis a tutti noi. E’ stato un periodo difficilissimo, in due anni succedono molte cose, arrivano nuovi artisti e ti senti sempre più indietro, però poi sono stato super soddisfatto di come è uscito e di come la gente l’abbia recepito. Credo che quello che di più la gente abbia capito di questo disco, sia la mia sicurezza nei confronti delle persone e nell’approccio verso questa musica. Io mi sento molto diverso, molto più sicuro, sai, molto spesso si sottovaluta il fatto che siamo dei ragazzi e che quando sei giovane e vieni catapultato in situazioni molto più grandi di te, questa cosa ti crea delle pressioni, e solo crescendo riesci ad avere una percezione più reale delle cose. Noi viviamo di quello che c’è intorno a noi e man mano che cambiano le situazioni intorno a noi, devi cambiare anche tu per adattarti a quello che ti circonda, di conseguenza io mi sento meno sognatore e più cosciente della realtà che mi circonda. Mi affido meno al destino e conto più su me stesso e sulla mia capacità di cambiare le cose”.

A quale traccia sei più legato?

Chris Benoit”. Chris Benoit era un wrestler ed era uno dei più amati e dei più forti, nonostante il wrestling sia uno show, lui era un vero lottatore e mi piaceva la sua figura, poi all’apice del suo successo, è impazzito e ha commesso un omicidio, uccidendo prima la madre e poi uccidendosi. Io ho voluto scrivere un pezzo su di lui perché mi piaceva la figura di questo eroe che poi ha deluso tutti commettendo questi crimini assolutamente inaspettati e nonostante tutto ci sia ancora chi lo considera un eroe per quello che ha fatto all’interno del wrestling”.

Cosa porterai sul palco oltre alla tua musica?

“A me piacerebbe tantissimo poter suonare determinati brani con la band, però è una cosa che bisognerà vedere se sarà possibile organizzare, dipenderà anche molto dai locali in cui andremo a suonare. Il disco suona in modo molto energico, molto up e non vedo l’ora di suonarlo live perché sarà qualcosa di divertente, sarà un live dove si salta, dove ci si spinge, si fa casino, non sarà solo una raccolta di brani. Per me il live è l’espressione massima di un’artista e ora che credo così tanto in questo disco, non vedo l’ora di portarlo live, perché mi sento padrone di quelle rime e di conseguenza in grado anche di trasmetterle con la mia presenza fisica, mimica, scenica sul palco, perché è un qualcosa che sento mio”.

C’è un rapper italiano con cui ti piacerebbe fare un pezzo?

Caparezza, anche se non so se si può definire rapper ma è proprio questa la cosa che mi interessa, a me piacciono le collaborazioni inaspettate, quelle tra due artisti diversi, ma versatili che nonostante le loro differenze riescono a trovare un punto in comune che li faccia unire per un brano. Per quanto riguarda la scena romana, Madman e mi dispiace tantissimo che in questo disco non siamo riusciti a portare a termine la collaborazione, ci eravamo vicinissimi ma non ce l’abbiamo fatta per una questione di tempistiche. Abbiamo due stili molto diversi ma credo che insieme avremmo funzionato bene”.

L’angolo della SHanpista

“Durante lo scorso tour, sono salito super fomentato sul palco perché c’era un botto di gente, ero carico di adrenalina, ho fatto il primo passo verso la folla e ho mancato il palco, di conseguenza sono caduto e ho dovuto fare pressione sulle persone che erano sotto per risollevarmi. E’ stato un momento tosto perché ero all’inizio del live e avrei voluto evitarlo”.

L’angolo della PuttHana

“Compratevi il mio disco se volete sentirvi qualcosa di differente, se vi sete rotti i coglioni di tutte le canzoni che ci sono adesso. Questo non è un disco fatto da hit del momento, è un disco profondo, è un disco figo, è un viaggio che attraversa determinate situazioni della mia vita e penso che per qualcuno possono essere interessanti”.

L’angolo MarzullHano. E’ meglio vivere un sogno o sognare vivendo?

“Vivere un sogno, perché mi dà l’idea di essere qualcosa di più vero. Se tu vivi il tuo sogno, sei consapevole di quello che ti sta succedendo e sei in grado anche di gestire il tuo sogno, se invece ti ritrovi semplicemente in una situazione fantastica, rischi di scivolare e di fare un botto che ti ricordi per tutta la vita. Quindi è meglio vivere il proprio sogno”.

Tu stai vivendo il tuo sogno?

“Sì, assolutamente. Sto vivendo un incubo ahaha. Non sono qui perché le cose mi sono capitate per caso, io non sogno più, ho degli obiettivi adesso, sono cresciuto, non sono più un ragazzino, non mi va di sognare e sperare che le cose accadano, fanculo, se devono succedere delle cose, voglio che sia io a far in modo che queste cose succedano”.

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Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso.