La trasformazione del rap italiano: evoluzione o involuzione?
La trasformazione del rap italiano: evoluzione o involuzione?
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In adolescenza mi sentivo un alieno. Adoravo la musica, amavo il rap e andavo matto per i jeans larghi e le felpe giganti. Impiegavo tantissimo tempo a scoprire le canzoni di qualsiasi rapper, ogni giorno memorizzavo rime per me nuove da raccontare ai miei amici che puntualmente mi prendevano per il culo. Mi dicevano che non era musica e che quella era roba da evitare. Oggi le cose sono cambiate: se apro la finestra posso sentire i bambini che giocano sotto casa canticchiare “Pamplona” di Fabri Fibra; mentre faccio la spesa al supermercato posso sentire “G.U.E.” perché la radio sta passando “Milionario“; può capitarmi che un amico mi dica: «Ieri sono stato a Melfi per il “Radio Norba – Battiti Live” e Shade ha spaccato!». Oggigiorno il rap è ovunque e quella nicchia composta da sfigati coi calzoni larghi è diventata la massa che in discoteca si muove al ritmo di “Ninna nanna” di Ghali con un drink in mano.

In merito a questo ribaltamento, spesso ho sentito dire che i rapper oggi spuntano come i funghi, ma non sono d’accordo, piuttosto credo che il rap in Italia sia sempre stato prolifico tanto quanto sia stato bistrattato da un’industria musicale radicata nel pop e nel cantautorato italiano capace solo di prenderne piccoli morsi quando serviva per poi chiudere le porte in faccia allorquando non ne aveva più bisogno. Tuttavia, bisogna comunque essere grati del consumo da fast food fatto negli anni dai grossi media, senza di loro molta gente non avrebbe conosciuto la golden age del rap italiano.

Nonostante il declino post golden age, ho sempre visto il rap come il tamarro degli Articolo 31 ovvero “sempre in voga perché non è di moda mai”, infatti il colpo di coda da parte di un genere dato ormai per morto nei primi anni del 2000 ha dimostrato come il rhythm and poetry sia in grado di riprendersi per poi guadagnarsi il posto che merita nel mondo della musica.

“Ora guarda la nazione sotto quello stesso groove / e sorridi perchè nonostante tutto lo sognavi pure tu”

Dopo dieci anni di ascesa dove internet è stato un player importante per la diffusione del rap e per la fama dei rapper, sia il music business sia la musica sono cambiati e con loro si sono imposti abbigliamenti e nuove espressioni onomatopeiche. In quest’epoca strana dove si inaugura la classifica dei dischi di vinile più venduti mentre viene sancito che centotrenta ascolti streaming valgono quanto una copia venduta di un singolo/album, siamo passati dai baggy agli occhiali piccoli e ovali, da “yo” a “eskere” e dalle rime secondo una struttura metrica al fatto che le rime poi non sembrano essere così importanti. Pazzesco. Credo che un po’ tutti quelli che si sono appassionati al rap nei primi vent’anni abbiano sempre sperato di sentire il rap in radio, di guardarlo nelle tv e di vederlo sempre più diffuso, ma oggi quell’atmosfera sembra essersi persa come il groove di quegli anni. Verrebbe da dire “de gustibus non est disputandum” e sarebbe anche giusto, ma quello che più sorprende è il messaggio che si trasmette oggi anche attraverso mezzi come i social media. Vediamo personaggi come la Dark Polo Gang sia fare canzoni su contenuti discutibili e con un numero di rime inversamente proporzionale alla quantità dei soldi che ostenta sia pubblicare video su Instagram Stories dove alcuni di loro ingeriscono pasticche, tra l’altro se qualcuno gli fa delle critiche viene pure definito “bufu” che secondo loro significa ridicolo, ma che in realtà è l’acronimo di “By Us Fuck U” (qui nell’Hano significa altro 😂). Nonostante l’ostentazione e il fascino del bling bling ci sono sempre stati e sono anche cardini del rap, oggi sembra che conti più il personaggio che si va a creare rispetto alla cultura e alla minuzia verso gli aspetti tecnici e i contenuti. A dire il vero, la DPG viene menzionata in quest’articolo per due ragioni:

  1. È un pretesto. Non c’è la presunzione di puntarle il dito contro per biasimo manco fosse il male del mondo o della musica, sono del parere che se qualcosa/qualcuno ti appassiona è giusto dare il valore che si reputa così come è giusto mostrare indifferenza verso ciò che non piace e non attira la tua attenzione seppure questo sia in controtendenza rispetto alla massa;
  2. Anche se non mi interessa, è presente in un mashup sull’evoluzione del rap italiano (che trovate di seguito) il quale ha attirato la mia attenzione dandomi modo di fare una serie di riflessioni tra cui sono presenti anche loro quattro.

Vorrei fare i complimenti all’autore del video, è benfatto e rende giustizia alla sua durata, ma (forse proprio a causa del minutaggio) l’ho trovato carente su alcuni punti. A parte le trascurabili inesattezze circa alcune date (ad esempio, “Maria Maria” è del 1994), mi sarebbe piaciuto vedere le seguenti ulteriori menzioni:

  • Comitato, composto da Solo Zippo, Dj Enzo e Dj Sasha. È stato uno dei primi gruppi del rap italiano e i suoi componenti sono stati i pionieri della scena milanese del “Muretto” che si radunava in piazza San Babila. In alcune occasioni si è dimostrato mainstream anche quando ancora nessuno ne faceva la distinzione con l’underground grazie ad alcune apparizioni in tv;
  • 99 Posse, La Famiglia, 13 Bastardi e Co’Sang sono i gruppi che hanno portato un nuovo modo di esprimersi nel rap italiano. Se negli anni ’80 in America c’era chi rappava in slang, negli anni ’90 in Italia c’era chi rappava in dialetto;
  • OTR. Come gruppo riuscì ad attirare l’interesse delle radio già dal ’94 con “Quando meno te l’aspetti“, come crew, invece, organizzavarono grandi jam che comprendevano tutte le discipline dell’hip hop;
  • La Pina, da molti considerata la regina delle (poche) Fly Girl italiane;
  • Colle der Fomento, gruppo romano formato da Masito, Danno e Ice One poi sostituito da Dj Baro. Hanno conquistato la stima di tutti con tantissimi live e pochi album, l’ultimo (non ancora uscito) desta hype da un lustro e potremmo considerarlo un record;
  • Nel video sono presenti alcune canzoni degli Articolo 31, ma non c’è traccia di “Tranqi Funky” che può essere considerato un simbolo di “Così com’è“, l’unico disco di diamante del rap italiano. Tuttavia, viene citato “Domani“, brano estratto dallo stesso album;
  • Gemelli DiVersi, che con i loro suoni tendenti al pop con un pizzico di r’n’b, già dai ’90 hanno fatto da apripista a quei crossover molto attuali che hanno concesso al rap di espandere il bacino di ascoltatori, la prova è che la celebre “Un attimo ancora” è stata certificata dalla FIMI anche a distanza di diciannove anni;
  • Onemic, tre ragazzi che si sono fatti strada in un periodo in cui il rap italiano aveva poco appeal;
  • Egreen, il quale ha dimostrato che i dischi in Italia si fanno anche senza etichetta. L’album “Beats&Hate” è stato realizzato con i soldi della sua fan base per vendere il disco proprio alla sua fan base raggiungendo in soli otto giorni il 345% del budget necessario tramite lo strumento del crowfunding. È stato un’anomalia vincente per la discografia italiana;
  • Ghali, esponente del sottogenere trap che ha polverizzato ogni record sul web.

“Quando mi dirai che il rap non è musica dirò che c’hai ragione tu / perché il rap non è musica, è molto di più”

Questo articolo è nato da quello che tante volte ho sentito a proposito di rap. Infatti, per il principio del troppo stroppia, siamo arrivati al punto che l’odierna onnipresenza del rap ha portato anche degli effetti negativi. Sempre più spesso vedo gente che parla senza sapere e giudica senza possedere una cultura capace di comprendere stili e tecniche che fanno del rap un genere musicale variegato e innovativo, altre volte mi è capitato di vedere appassionati che parlano di evoluzione o involuzione del genere, ma ciò che conta è farsi una cultura, supportare quello in cui si crede e fare delle critiche costruttive anche con intelligenza e sarcasmo senza cadere nel divismo per non essere “Perepè qua quaqua qua perepè” come i rapper e i politici di Fabri Fibra. Questo è quello che penso, se qualcuno intende aggiungere qualcosa alla precedente bullet list ben venga, l’importante è scambiarsi informazioni e concetti in maniera imparziale affinché quest’arte non venga sminuita o ridicolizzata.

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Donato Cerone
Freelance thinker. Adoro l'economia, ma la tradisco con la comunicazione ed il marketing. Amo il rap e l'hip hop culture, ma ho il vizio del rock.