Cari “rappers” italiani, ma voi, di preciso, chi vi credete di essere?
Cari “rappers” italiani, ma voi, di preciso, chi vi credete di essere?
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Gli artisti italiani si credono Gastone ma sono Paperoga.

Charlie Charles va in pensione. Partendo già dal presupposto che questa “notizia” si meriterebbe un “esticazzi” grande come il pene di Gu…ha no, ho sbagliato esempio. Torniamo a noi. Si apprende dalle nobili pagine di Rolling Stones Italia che il giovane produttore sarebbe stanco, non del fare il DJ ma, cito, di “aerei, treni, orari, tour”. Ineccepibile, le trasferte Milano-Torino-Roma sono un qualcosa che inevitabilmente finisce per segnarti nel profondo. Adele, reduce da un tour che ha toccato 121 città sparse su tre continenti in meno di un anno, avrebbe commentato: “Si, fare New York – Tokyo di seguito è stata dura, ma ricordo che quel treno tra Milano e Roma mi ha fatto davvero pensare di smettere. Lo capisco”.

Non ce ne voglia il buon Charlie, sto usando la sua storia come un pretesto. La vera domanda è un altra però: cosa ha portato gli artisti italiani ad avere una visione così distorta della realtà? Semplice, Noi. Noi inteso come addetti ai lavori, uffici stampa, appassionati, fan o come ritenete meglio definirvi. Per cinque minuti di notorietà o quattro spiccioli in più ci siamo prestati alla creazione di questo manipolo di intoccabili. Personaggi che non appena ti permetti di dare un parere sincero sul loro operato smettono di concederti interviste.

Una volta, il nostro Andrea Bastia si è permesso di dire in un articolo che certe rime di Ghali sembravano un pò campate per aria e, in tutta risposta, siamo stati contattati dal suo entourage il quale sosteneva che Ghali è un poeta (“Ciao bella io ti conosco tu fumi cannella” is the new “La nebbia agli irti colli”) e che quindi siamo noi limitati. Ghali Poeta, Clemente Russo neurochirurgo e Pamela Prati Presidente. Dio mio.

Non bastasse, esistono una serie di artisti in Italia di cui non si può parlare male a prescindere. Artisti che sono evidentemente stati baciati dal fuoco sacro e che non conoscono macchia o errore. Jay Z può sbagliare un disco ma, in Italia, non si può dire che l’ultimo disco di Fabri Fibra è mediocre. O non si può dire che Guè Pequeno (seghe a parte) nonostante sia il rapper più forte d’Italia, sono 5 anni che fa lo stesso disco con le stesse tematiche: la figa, i soldi, la figa coi soldi, i soldi con la figa che portano più soldi e più figa. Non è una critica, è un dato di fatto. Infine, sempre per tornare a Ghali, ci sarà qualcuno che dirà ad alta voce che il suo sembra un personaggio cucito sulla falsa riga di Stromae? Noi una volta ci siamo solo permessi di far notare come una sua canzone suonasse incredibilmente come quella di un’altro artista per poi ricevere un “non dovevate scriverlo”. “Esticazzi” potentissimi.

Ridimensionateli. Mi riferisco a voi, che ci credete, che li guardate pensando che siano su un piedistallo e che siano lontani anni luce da voi. Sono dei “poveri stronzi”, come lo siamo tutti noi. Lo dico perchè anche noi, come Hano, abbiamo negli anni contribuito a questa porcheria assecondando personaggi a cui avremmo dovuto lasciare meno spazio di Adinolfi in una cabina telefonica.

Sta a voi e a noi creare un ambiente musicale sano. Un posto magico in cui il primo artista che se ne esce con minchiate tipo “non prendo più la metro, troppe foto” verrà accolto da pernacchie talmente fragorose da produrre tre dischi della Dark Polo. Artisti con la terza elementare che campano grazie a ragazzini con la terza elementare che si fanno 5 ore di fila per farsi un selfie di merda con uno stronzo che manco sorride. I Jim Morrison di Sesto San Giovanni.

L’altro giorno ero al cesso e pensavo a come si è ormai ridotta la musica italiana. Ci pensate che quest’anno chi va ad X-Factor si dovrà far giudicare da, vado in ordine di virilità: Levante, Manuel Agnelli e Fedez?

Io dico, già provare a fare musica in Italia è un calvario, se lo fai pure giudicare da Levante tanto vale spararsi. Mettetevi nei panni di un giovane musicista che dopo anni di sacrifici, prese per il culo e soldi buttati, si ritrova a venir stroncato da una che rimarrà alla storia come “quella che ha fatto il ritornello con Stash(???) a Fedez e Ax”. Io, fossi il poveretto, reagirei alzandomi e con voce calma ed educata…

Mi scusi signora Levante, io forse non sono molto bravo, ma lei, di grazia, chi cazzo è?

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.