FIMI/GFK e il bordello delle certificazioni assegnate a chiunque
FIMI/GFK e il bordello delle certificazioni assegnate a chiunque
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La grande novità di questo caldo mese di luglio riguarda sicuramente il mercato discografico italiano e le vicende che si sono susseguite in queste ultime settimane riguardanti FIMI e Spotify in merito alla correttezza delle classifiche e all’assegnazione dei vari dischi d’oro e di platino.

La FIMI da più di venti anni si occupa di monitorare le vendite e la distribuzione di dischi in Italia diffondendo ogni settimana le classifiche di vendita.

Da febbraio ha cambiato la metodologia di conteggio ai fini delle classifiche.

Date le nuove condizioni del mercato, relative alla crescita dello streaming, FIMI ha mutato il rapporto di conversione tra gli ascolti in streaming e il download: da questa settimana, 130 riproduzioni in streaming equivalgono a 1 download.

Solamente dal 2014 FIMI ha cominciato a considerare nel conteggio delle copie vendute dai singoli e dai dischi non solo le copie effettivamente acquistate sugli store digitali, ma anche le riproduzioni in streaming. Fino ad oggi, 100 riproduzioni in streaming di una canzone corrispondevano ad un download, ovvero ad una copia effettivamente venduta. Lo streaming, infatti, rappresenta il segmento in maggiore espansione, con una crescita di più 54 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Il 7 luglio scorso, in un comunicato, FIMI spiega che l’andamento dello streaming è cresciuto progressivamente segnando un trend positivo che, nel 2016, ha registrato un +30% (con un +40% in incremento rispetto al 2015 per i ricavi derivati dagli abbonamenti).

GfK Italia, che provvede a elaborare la classifica integrando vendita supporti fisici, download e audio streaming, utilizza un fattore di conversion rate per rendere compatibili i diversi modelli di business. Tutti gli stream, gratuiti o a pagamento, sono conteggiati a patto che abbiano una durata superiore ai 30 secondi. Sono quindi escluse gli snippet di meno di 30 secondi, gli streaming via radio e gli ascolti su piattaforme di video streaming. Il fattore di conversione sarà rivisto su base quadrimestrale.

Aggiornamento per le classifiche ufficiali italiani Top of The Music di FIMI/GfK: dal 7 luglio, lo streaming verrà conteggiato anche nella graduatoria degli album, assieme a download e vendite dei dischi fisici.

I dati degli stream audio rilevati da GfK Retail and Technology Italia sono già inclusi nei singoli, e il metodo sarà lo stesso per gli album: una “conversion rate”: 130 stream equivalgono ad un download.
Nel caso degli album, considerati da 10 tracce, 1300 stream equivalgono al download o all’acquisto di un album. Con alcuni metodi di correzione: una singola canzone non può contare più del 70% (quindi 1300 stream di un singolo non possono essere equiparati ad album intero: dopo i 700 non vengono più conteggiati).
Ci sarà anche un secondo tetto, di 10 ascolti al giorno per utente per canzone; inoltre le canzoni verranno conteggiate come stream dopo almeno 30” di ascolto (e conseguentemente sono esclusi dai conteggi i brani con durata inferiore).

Il CEO FIMI Enzo Mazza, che precisa che il modello adottato in Italia è sostanzialmente lo stesso dei paesi nordici.
In Francia, per esempio il “cap” per i singoli è al 50%, mentre il modello inglese, prevede che gli stream dei i due singoli più ascoltati siano riportati alle medie di ascolto delle altre canzoni.

Venerdì 7 è arrivata la prima graduatoria con il nuovo metodo: “Nei test che abbiamo fatto finora le classifiche non sono cambiate radicalmente, così come invece è successo nell’introduzione dei singoli“, spiega Mazza. “Ovviamente c’è una salita di artisti più pop, giovani e forti sullo streaming rispetto ad artisti adulti. Ma da noi il fisico è ancora molto forte grazie agli instore. Riki, per esempio, è l’eccezione che conferma la regola: ha fatto numeri più forti sul fisico che sullo streaming, grazie agli instore”.

La classifica del 7 luglio vede il ritorno in zone alte della classifica di masterpiece come quelli di Sfera Ebbasta e Coez, che risalgono rispettivamente dalla 63 alla 17 e dalla 46 alla 15. Finisce invece dalla posizione 29 alla 55 Le migliori del duo Mina-Celentano. Ok che noi amiamo il rap, ma l’Italia non è fatta solo di rap e a guardare questa classifica, sembra che qualcosa non torni. L’aggiunta dei conteggi dello streaming ha di fatto stravolto l’intera classifica.

Non è stata introdotta una classifica specifica per lo streaming perché, secondo Mazza, la presenza di più classifiche genera confusione. Oltre alle classifiche FIMI ci sono quelle delle radio, quelle di iTunes, quelle delle piattaforme. Avremmo avuto un moltiplicarsi inutile di informazioni.

Venerdì 7 luglio sembra essere proprio un venerdì epocale per la musica, l’introduzione di questo criterio rivoluzionerebbe di fatto le classifiche di vendita in modo definitivo, ma anche l’assegnazione di dischi d‘oro e platino, come l’entrata in classifica di giovani artisti ascoltati per lo più da ragazzi giovani attraverso piattaforme in streaming come Spotify.

A proposito di Spotify, sempre venerdì 7 la piattaforma dedica a Guè Pequeno la prima Fans First Campaign italiana, conferendo al rapper lo scettro di aver stabilito nuovi record sulla piattaforma:

  • Maggior numero di streaming per un’artista in una settimana in Italia
  • Maggior numero di streaming per un artista in un giorno in Italia
  • Maggior numero di streaming per un album in una settimana in Italia

Il numero totale di streaming dell’album Gentleman, nella prima settimana dal lancio è stato di circa 8,5 milioni con più di un milione di streaming al giorno.

Lunedi 10 la FIMI, come di consueto, pubblica sul proprio sito le certificazioni degli Album più venduti, e, miracolo, compaiono Brunori Sas, TheGiornalisti e Mannarino, tra gli altri, certificati Album Oro.

Il problema è che sono statti sbagliati i conteggi e i TheGiornalisti si vedono prima dare l’oro e poi toglierlo. Fimi certifica erroneamente disco d’oro gli album di Mannarino, Thegiornalisti e Brunori Sas perché ha tenuto conto di tutti gli ascolti fatti da gennaio in avanti, infatti poco dopo ha ritirato tutte le certificazioni.

A questo punto tutti gli sguardi sono puntati su FIMI e su Spotify.

E’ evidente che qualcosa non quadra, che i conti siano stati fatti male, che sia uno sbaglio voluto o meno, di certo non possiamo saperlo, ma questo fa indubbiamente venire dei dubbi sulla veridicità delle classifiche, dei dati di streaming e delle varie assegnazioni di dischi d’oro e di platino. Quanti dei numerosi dischi d’oro sono veramente reali? Quanti alla fine rivedendo i conteggi verranno ritirati? Le major e gli artisti sono complici in questi conteggi o ne sono ignari? E soprattutto chi paga i famosi diritti d’autore?

Cosa succederà a gennaio 2018 quando FIMI redigerà la classifica dei 100 album più venduti del 2017?

Secondo i dati e i cambiamenti attuali la classifica conteggerà per sei mesi solo vendite fisiche e download, e per gli altri 6 anche gli streaming, creando  dati assolutamente inattendibili.

Pochi giorni fa, Dario Giovanni, managing director di Carosello Records, durante un’intervista ha detto: Questa mancanza di professionalità da parte di chi dovrebbe vigilare sulla correttezza delle classifiche porta a un clima di sfiducia condiviso da parte degli utenti nei confronti della credibilità delle stesse classifiche, degli artisti, delle case discografiche e della musica stessa, quindi bisogna agire per tornare ad essere credibili, pubblicando tutti i dati di tutti i flussi di ascolto e di vendita Propongo anche che si faccia distinzione tra ascolti fatti consapevolemente dagli utenti che cercano sulle piattaforme streaming un determinato artista o brano, e ascolti fatti da playlist, magari compilate dalle stesse case discografiche, che non sarebbe giusto confluiscano negli streaming dell’album. A quel punto non sarebbe più neanche necessario il cap al 70% per il brano più ascoltato del disco“
.

Sicuramente serve maggiore chiarezza sia nei conteggi, che nel fornire dati e informazioni. Probabilmente i dischi d’oro/platino assegnati sarebbero arrivati lo stesso ai numerosi artisti che li hanno ricevuti, probabilmente, o forse no, magari con altre tempistiche. Il problema è che oggi più che mai sembra che tra gli artisti ci sia una gara all’ascolto, alla classifica e alla quantità di riconoscimenti ricevuti, e il dubbio in noi Italiani resta: è tutto truccato oppure no?

Spotify non riconosce i diritti d’autore, quindi viene da pensare che questi dischi d’oro/platino non abbiano valore e i primati raggiunti da alcuni artisti sembrano essere frutto più di accordi tra le major e la piattaforma, che riconoscimenti reali.

Sempre sul fronte Spotify, c’è anche il famoso caso delle focaccine Oel Esselunga che diventano una hit musicale in vetta alle classifiche Viral di Spotify.

L’autore del pezzo è pressoché sconosciuto, c’è chi sostiene che sia della scuderia di Radio Deejay e in particolare del programma “Ciao Belli”. Non solo, c’è chi sostiene che dietro alla “hit” ci sarebbe la mano di Claudio Cecchetto: Oel sarebbe l’anagramma di suo figlio Leo e il brano un frammento di vita adolescenziale. Il mistero resta, ma nel frattempo il video ha totalizzato oltre 127mila riproduzioni su YouTube. Pare che questa hit sia stata creata a tavolino da Spotify. La piattaforma decide di far diventare popolare un brano, lo mette nella sua classifica VIRAL in modo tale che tutti lo vedano, lo ascoltino e lo facciano, tramite gli streaming diventare una hit.

Ma chi ci guadagna in tutto questo?

Spotify o chi effettivamente c’è dietro alla canzoncina fake? O è un 50 e 50?

I dubbi alzati da queste ultime vicende sono molti, che le cose non siano chiare è un dato di fatto, tutto questo danneggia inesorabilmente la musica e l’attendibilità delle classifiche e di conseguenza dei nostri amati artisti che si vantano per un riconoscimento ricevuto.

A rincarare la dose e far aumentare i dubbi arriva anche PIMI (Produttori Musicali indipendenti) che in una nota stampa ufficiale datata 17 luglio dichiara:

La scorsa settimana PMI è stata invitata da Enzo Mazza (Ceo di Fimi) per la presentazione di questa nuova classifica e durante la presentazione abbiamo espresso dubbi e perplessità: perché 1:1300?

Perché la fretta di partire da un giorno all’altro? Perché il cap al 70%? Perché conteggiare gli utenti free? Ci dimostrate che gli ascolti tramite playlist non entrano nei conteggi? etc.…

Tutte queste domande non hanno trovato risposta alcuna. Anche in questo caso il nostro ruolo è stato solo quello di “invitati ad ascoltare” le decisioni prese da Fimi. Questa premessa ci porta a lunedì 10 luglio 2017, quando FIMI annuncia le certificazioni album settimanali contenenti lo streaming  sia sul proprio sito che via twitter.

Vengono informati artisti e case discografiche che, a loro volta, informano fan e media. Ma dopo qualche ora FIMI comunica che è tutto sbagliato e annulla le certificazioni settimanali degli album dicendo che per errore GFK ha calcolato gli streaming dal 1 gennaio 2017 e non dal 30 giugno 2017, come ci aveva anticipato durante l’incontro. E’ incalcolabile il danno d’immagine procurato agli artisti, alle aziende coinvolte e soprattutto ai consumatori: questo errore merita una spiegazione dettagliata da parte di GFK.

Abbiamo atteso fino ad oggi,  ma nessuna risposta…nessuna posizione, con conseguente perdita di credibilità a danno dell’operato nel nostro settore. La domanda è: come mai FIMI (che paga le classifiche) difende a spada tratta GFK (che viene pagata per svolgere un servizio)? 

È stata FIMI a commissionare l’inserimento dello streaming-album dal 1 gennaio 2017 anzichè dal 30 giugno 2017 oppure FIMI ha commissionato correttamente e GFK ha sbagliato? Chi ha la responsabilità?

Un altro aspetto che andrebbe chiarito è come saranno stilate le classifiche di fine anno che vedranno gli album usciti dal 30 giugno in poi beneficiare anche dello streaming, mentre gli album pubblicati precedentemente saranno penalizzati. La posizione dominante di FIMI che decide i criteri in totale autonomia, che non apre al confronto e non diffonde i dati di vendita con le relative quantità, rende il tutto inattendibile. Questo episodio ci fa capire che questa non è la strada giusta per dare credibilità al nostro mercato: serve un tavolo di confronto per avere regole chiare ed uguali per tutti.

Sicuramente nei prossimi giorni ci saranno nuovi sviluppi, speriamo che FIMI, Spotify e le Major riescano a fare chiarezza e a dare a noi, che dopotutto siamo i compratori e ascoltatori della musica, delle spiegazioni valide in merito a tutta questa bagare. E soprattutto che riescano a trovare un modo equo e valido per tutelare gli artisti e per il bene della musica.

A seguito di una telefonata avvenuta in data odierna (26-07-2017) con BPress, ufficio stampa di Spotify riportiamo il testo che ci hanno segnalato.

“In merito all’articolo sulle certificazioni FIMI pubblicato da hano.it lunedì (https://www.hano.it/2017/07/24/fimigfk-e-il-bordello-delle-certificazioni-assegnate-a-chiunque/) e relativamente alla frase “Spotify non riconosce i diritti d’autore” precisiamo che piattaforma versa il 70% dei guadagni ai detentori dei diritti e ad oggi ha conferito cinque miliardi di dollari dalla sua nascita. A questo link potete trovare tutti i numeri di Spotify: https://press.spotify.com/us/abou “.

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Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso.