RAP: questa è la musica che senti e che vorresti fare
RAP: questa è la musica che senti e che vorresti fare
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“Dieci anni fa il rap italiano era tipo l’AIDS / Oggi tutti fanno il rap, schiacciano Rec Sognano il Red Carpet /Trovi tutti nel Web, tutti sul set, tutti attori e comparse / Questa è la musica che senti e che vorresti fare / Rappare non è obbligatorio come il militare”..

Dice Fabri Fibra nel singolo Red Carpet tratto dal suo ultimo disco Fenomeno.
Questa cosa oggi è più vera che mai, oggi i rapper sono i nuovi miti, i nuovi calciatori, i nuovi tronisti, sembra davvero che diventare un rapper famoso sia il nuovo sogno dei ragazzi italiani. Se da un lato tutto questo ha creato l’ennesimo falso mito del “fare i soldi facilmente” e ha dato la convinzione che tutti possano fare rap scatenando anche l’invidia degli haters, cioè di chi non ce l’ha fatta nei confronti di chi al contrario ce la sta facendo, dall’altro ha dato l’opportunità a giovanissimi dotati di straordinario talento di poter vivere trasformando la propria passione in professione.
Affermazione, questa, che gli appassionati del genere, quelli che si definiscono “old school”, quelli che restano legati ad artisti come Esa, Sangue Misto, Neffa, Primo e tanti altri che hanno il grande merito di aver contribuito all’espansione di questo genere musicale in Italia e di essere la storia del rap italiano, odieranno profondamente.
Io resto legata a quegli artisti, a quel periodo storico, resto legata e non potrò mai negare il loro contributo, insieme a quello di Fabri Fibra, Marracash, Club Dogo e Mondo Marcio, per essere riusciti a sdoganare il rap in Italia, resto legata alle origini, alla storia, ma vivo oggi nel 2017 e non posso non guardare e apprezzare il nuovo, non posso non ascoltare Sfera Ebbasta, Vegas Jones, Ghali, Izi, Lazza  e gli altri e non posso non attribuire loro una parte del merito di aver portato il rap a un pubblico sempre più vasto.
L’argomento, per dirla alla Fibrascotta come merce da piazzare“, se è vero che questa smania del rap è letteralmente sfuggita di mano a qualcuno, creando di fatto dei mostri mai sentiti e che forse sarebbe meglio non sentire, è altrettanto vero che chi dice che il rap è morto si sbaglia enormemente, il rap oggi, nel 2017, non è mai stato cosi vivo. Finalmente il rap è esattamente dove avrebbe sempre dovuto essere: nelle strade e nelle scuole. Ed è così che le nuove generazioni, i nati tra la fine degli anni ’90 e i 2000, ascoltano il rap e vogliono fare rap, spesso con la falsa convinzione che il rap sia nato qui in Italia. Oggi esiste un pubblico molto giovane che si ritrova una scena musicale fatta e finita e non si chiede molto da dove provenga, quali siano le origini, chi siano i pionieri, qualcuno arriva addirittura a pensare che questo genere musicale sia nato qui. Per loro, i loro artisti sono qui e ora, in un momento di grande vivacità del panorama musicale, ignorandone completamente non solo le origini, ma anche quello che succede a livello internazionale.
Questo, a mio avviso, è un’enorme mancanza di cultura, ma il problema non sono tanto i ragazzini, non sono loro che dovrebbero farsi una cultura e ascoltare chi ha fatto la storia di questo genere musicale in Italia e nel mondo, il problema sono i mezzi di comunicazione che mancano di informazione adeguata su questo argomento, vuoi perché oggi non esiste un magazine che autorevolmente parla di rap, vuoi perché viviamo nell’era dei social e tutto scorre in modo talmente veloce che quasi manca il tempo di fermarsi e guardare indietro.
Del resto viviamo ora, oggi, il 2017 è il nostro tempo, il nostro presente e quello che è successo e sta succedendo oggi al rap italiano è un’esplosione atomica e non si può non dare il merito, non solo a chi c’era prima, ma anche e soprattutto a chi c’è oggi.

Un paio di settimane fa ero al concerto di Vegas Jones ai Magazzini Generali di Milano, lì ho conosciuto Lorenzo, un ragazzo di 17 anni che frequenta l’istituto tecnico, che sogna di fare il rapper, che ha già un nome d’arte, Skiro, e che vuole partecipare al contest Hip Hop School organizzato da Mondo Marcio.
Lui, quella sera, era sotto il palco ad assistere al live di Vegas Jones e come lui tanti altri ragazzi accumunati dalla stessa passione e dallo stesso sogno, sul palco, invece, si esibiva un loro coetaneo, il giovanissimo Cromo, classe ’98 e new entry in casa Dogozilla Empire.
Per la prima volta nella mia vita ho visto un ragazzo aprire il concerto di un altro artista e il pubblico cantava a memoria le sue canzoni, cosa che mi ha lasciata piacevolmente sorpresa e stupita al punto da decidere di fare due chiacchiere con lui.

Ho 18 anni, sono nato e cresciuto a Molassana (quartiere lato Est di Genova)” inizia a raccontarmi Cromo,
il rap è la mia passione primaria da sempre e studio presso il Liceo di Scienze Umanistiche a Genova.
Mi sono avvicinato al rap all’eta’ di 11 anni ascoltando principalmente artisti americani e pian piano, grazie ai primi amici genovesi, a quell’età ho subito scoperto anche artisti italiani come i Club Dogo/Bassi Maestro ect… Sono sempre stato affezzionato alla musica in primis grazie a mio padre che sin da piccolo mi ha catapultato in questo mondo essendo anche lui un appassionato con contaminazioni Jazz, R&B e Soul.
Il mio sogno e’ di poter fare della mia passione il mio lavoro. Per questo, lavoro quotidianamente sviluppando ciò che mi piace e mi rende felice trasformando le mie esperienze in musica“.

Cos’hai provato a cantare sul palco dei Magazzini Generali davanti a tutte quelle persone? Nonostante fosse il pubblico di Vegas Jones in molti cantavano a memoria le tue canzoni, immagino sia stata un’emozione fortissima.

“E’ stata un’emozione fortissima proprio perché era la mia prima volta a Milano, non mi aspettavo una risposta del pubblico così grande nonostante a Genova fosse andato davvero bene il concerto. Fiero di aver calcato il palco prima di mio fratello Vegas, per il resto per me rimarrà un ricordo indelebile”.

Sono molti i tuoi coetanei che vogliono fare rap, che consiglio ti senti di dargli?

“Il mio consiglio e’ di restare sempre originali e genuini. Avere una propria personalità ed essere curiosi, studiare ed approfondire la musica a 360 gradi.
È fondamentale avere un proprio punto di vista per poter captare ciò che accade e poterlo descrivere in modo unico ed essere estremamente determinati anche quanto tutto sembra remare contro”.

Che messaggio vuoi trasmettere attraverso la tua musica?

“E’ come se spingessi chi ascolta ad osare e a migliorarsi nella vita di tutti i giorni, affrontando le difficoltà grazie alla mia musica.
Il mio obiettivo è anche quello di poter far ritrovare all’interno delle mie narrazioni l’ascoltatore, come quando a mia volta ascoltando i miei idoli mi sentivo coinvolto nelle loro problematiche e trovavo la forza per stare meglio.
I messaggi, comprese le cose che voglio trasmettere, sono svariati e lascerò che sia la musica  a parlare per me, per ora  mi sto impegnando affinché la mia energia si muti in forza”.

Cromo è sicuramente una delle promesse della nuova scena rap italiana e sicuramente non è l’unico, sono molti i nomi classe ’93/’99 di cui abbiamo già sentito parlare e che stanno per spaccare e creare l’ennesima nuova ondata del rap.

Boro Boro, a soli 21 anni è già uno degli esponenti di punta della scena torinese, nella quale, come i suoi predecessori e compaesani Fred De Palma e Shade, spicca principalmente per le sue doti di freestyle.

Un altro nuovo nome è sicuramente quello di Giaime, che proprio venerdì scorso si è esibito sul palco del Nameless Music Festival.
Classe ’95, presente sulla scena da quando aveva 16 anni e nonostante le numerose porte in faccia ricevute da sua giovane età, Giame sembra finalmente essere riuscito oggi a spiccare il volo.

Eh ma a 16 anni anche se spacchi non hai credibilità”, ha dichiarato il rapper milanese durante una recente intervista a noi di Hano.it, queste parole suonano di ingiusto, ma di estremamente reale, purtroppo l’italiano medio è sempre restio ad accettare i cambiamenti e accogliere le novità, è più facile fare hating che aprirsi al nuovo e dire che un ragazzo giovanissimo è bravo e sta spaccando e questo Giaime lo sa bene, perché l’ha provato sulla sua pelle.

Giaime compirà 22 anni il prossimo 29 giugno, il suo percorso inizia prestissimo, nel 2011/2012 con la formazione della Zero2 Crew, collettivo i cui componenti storici sono stati: Giaime, Lazza, MastaRais, Roman e Martinez (oggi in arte Tinez). I primi brani, “Paga“, “Sulla linea del limite“, “Minorenni coi trampoli“, “Hai vinto“, “Soulitudine“… milioni di visualizzazioni, un album indipendente “Blue Magic” con il quale ha venduto più di 1500 copie tra l’online e gli instore autogestiti e organizzati dal collettivo nel 2013. Un Ep, “Zero2 Ep” con l’intero collettivo (Lazza era già passato a Blocco Recordz), anche questo portato in giro per l’italia in un tour di instore e numerose date.

Giaime ha una gavetta forte, vera, intensa, decine e decine di palchi calcati tra i 16 e gli attuali 21 anni, dai posti più assurdi e scrausi fino al Coca Cola Summer Festival del 2015, anno in cui firma e fa uscire il primo Ep (PRIMA SCELTA) con Universal Music. Poi un po’ di freno a mano, dettato dall’esigenza di crescere, di maturare, di vivere anche come un adolescente della sua età che si ritrovava ad aver bruciato delle tappe evidentemente. Ed eccoci nel 2017 con la nuova e fortissima affinità artistica trovata con Andry The Hitmaker, cresciuto fisicamente e mentalmente, pronto a dar prova di tutto il suo spessore e valore artistico nei mesi che verranno.

Mi piace la storia di Giaime, mi piace il suo background, mi piace la sua perseveranza, quella di chi non vuole fare rap per un capriccio o per moda, ma quella di chi ce l’ha nelle vene, che lotta, non si dà per vinto, nonostante la giovane età, va fino in fondo finché alla fine ce la fa, per questo e perché sono sicura che sarà uno di quelli che spaccheranno che ho deciso di fargli qualche domanda.

Ho letto che hai detto “Eh ma a 16 anni anche se spacchi non hai credibilità“. Secondo te é un problema del pubblico, delle major o di una falla nel sistema comunicativo?

“Non lo definisco un problema, è un qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle, una sorta di “pregiudizio” sociale o naturale. Ma non vorrei soffermarmici troppo, non ha questo gran peso, se spacchi o prima o dopo qualcosa tiri fuori”.

Come ci si crea e si raggiunge questa credibilità?

“La credibilità che ho è ancora molto limitata all’ambiente rap e nemmeno al 100%. Chi lavora duramente, se il talento è suo compagno di viaggio, probabilmente se la crea e la consolida senza nemmeno rendersene conto. La credibilità ce l’hai se sei credibile, anche quando dici le bugie”.

Tu come ti sei avvicinato al rap?

“Mi sono avvicinato al rap da piccolissimo, a 7 anni con l’intramontabile hit “Lose Yourself” di Eminem, successivamente ho iniziato ad orientarmi in quel che allora era la scena italiana, che poi mi ha cresciuto”.

Oggi sembra che i rapper siano diventati i nuovi miti, che tutti vogliano fare rap, che consiglio ti senti di dare a un ragazzo della tua età o più giovane che vuole fare rap?

“Non ho consigli, ho la mia visione. Fai quello che il tuo stomaco ti suggerisce di fare, a un certo punto capirai se sei portato o meno e quando l’avrai capito, se ci credi sul serio, sii te stesso, non copiare mai e un giorno qualcuno lo dirà che sei uno dei pochi ad aver costruito la sua cosa senza appoggiarsi allo stile di qualcun altro”.

Che messaggio e che valore aggiunto vuoi dare con la tua musica?

“Il messaggio è già nella musica, nel sound e nei testi, ognuno ha la libertà di interpretarlo a proprio modo e magari ci scappa pure qualche nozione di cultura generale che, a mio avviso, non fa mai male”.

Giame, Cromo e Boro Boro sono solo alcuni dei nomi dei giovanissimi che fanno rap, che hanno il sogno di diventare rapper, che hanno la voglia di emergere e trasformare questa passione in lavoro un giorno e non c’è niente di più bello di poter vivere della propria passione. I nomi che sto seguendo e di cui sono sicura che sentiremo sempre più parlare sono Low Low e Cicco Sanchez, classe ’93 e Capo Plaza e Zuno Mattia , entrambi classe ’98.

Luca D’Orso, in arte Capo Plaza, è un giovanissimo rapper salernitano, ha pubblicato su Youtube la sua prima traccia, “Sto Giù”, nel febbraio 2013 e da allora ha rilasciato numerosi singoli, vantando featuring con rapper affermati quali IZI e Sfera Ebbasta.

La sua generazione si nutre di freestyle e lo fa in camera, per strada o al mare, raccontando con cinismo in rima l’immobilità del sistema in cui è costretto a vivere.

Il giovane rapper é molto apprezzato e seguito anche sui social, grazie alla sua musica e ai suoi testi, che lo hanno fatto diventare il punto di riferimento di molti giovani, suoi coetanei e non che si rivedono in quello che racconta.

Attraverso la sua voce, Capo Plaza parla dei problemi quotidiani dei ragazzi della sua generazione, senza lasciarsi mai scoraggiare dalle difficoltà, nelle sue canzoni emerge una grande voglia di cambiare e di costruire un futuro migliore e questo non può che essere un messaggio positivo per tanti ragazzi adolescenti che si trovano dell’età più critica e delicata e che grazie alla musica e a loro coetanei o “fratelli maggiori” possono trovare una via per crescere e realizzare i propri sogni.

Questo è il potere della musica, il potere del rap, quello di essere finalmente entrato nelle scuole, nelle case, nelle strade, i nostri fratelli minori, cugini, nipoti o figli crescono ascoltando questa musica, ascoltando ragazzi loro coetanei o poco più grandi, ascoltando le loro esperienze, le loro vite e per quanto noi “old school” possiamo non capire, o ci rifiutiamo di capire questa nuova musica, questo nuovo rap, è proprio questo rap, sono proprio questi rapper che formeranno i medici, gli ingegneri, gli insegnanti del futuro.

Decido di fare due chiacchiere anche con Zuno Mattia, membro del collettivo 333 Mob perché lo sto seguendo da un po’ sui social e sono letteralmente affascinata e colpita da lui e dai ragazzi giovani che come lui hanno già un grande sogno e stanno già lavorando per realizzarlo. Mattia ha 18 anni, io alla sua età, proprio di questi tempi, mi stavo per diplomare e a differenza sua avevo le idee molto confuse su quello che avrei fatto da grande, lui, invece, le idee le ha molto chiare.

Ed eccomi qui in casa Machete davanti a Zuno Mattia, un ragazzo altissimo con l’esame di maturità alle porte, alla sua terza intervista, che prova a raccontarmi il suo percorso.

“Ho iniziato insieme ad un altro ragazzo, eravamo ascoltatori del rap italiano dall’età di 14 anni e abbiamo deciso di metterci e iniziare a fare rap, io scrivevo i pezzi e lui metteva le strumentali e per un anno abbiamo registrato in casa senza fare uscire nulla su Youtube.
L’anno successivo abbiamo iniziato a mettere i primi pezzi su Youtube, lui si è stancato perché non aveva la tenacia e la voglia che avevo io, io invece ho continuato prendendo le strumentali da internet”.

La svolta quando è arrivata?

“Se si può parlare di svolta, probabilmente è arrivata dopo il mio primo album. Dopo che il mio amico aveva lasciato e dopo aver registrato vari pezzi qua e là, ho deciso di fare un progetto, mi sono pagato tutto da solo, ho investito tempo e soldi e con i primi video sono arrivati anche i primi fan e poi ho incontrato Slait e poi Low Kidd, Chris Nolan e Machete e le cose hanno iniziato a diventare un pochino più serie”.

Che consiglio daresti a un ragazzo della tua età che vuole fare rap?

“Di fare assolutamente tutto di testa tua. Ci sono un sacco di ragazzi che hanno manager, gruppi di persone, hanno mille follower, ma hanno l’addetto alle foto, al management, alle date, tutte persone che ti mettono in testa idee e secondo me la cosa migliore che uno possa fare è scrivere e registrare tanto da solo”.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con la tua musica?

“Io scrivo quello che vedo e vivo in prima persona e quindi anche all’interno di un unico brano ci possono essere tanti argomenti, da citazioni di artisti, a situazioni di strada, di ragazzi, a situazioni mie personali, a sentimenti miei, quindi non faccio mai story telling, non parlo mai di un argomento unico, per questo mi è difficile dirti che messaggio porto. Se c’è una cosa, però, che ho sempre notato in quello che mi scrivono le persone che mi seguono è che i testi sono sempre molto ragionati e che non dico mai cose banali, almeno questo è quello ho riscontrato. Se dovessi fare ascoltare i miei pezzi a qualcuno che non mi conosce, direi sentilo perché non troverai mai un testo banale o che parla del più e del meno”.

Ti ho visto sul palco dell’evento Nike, com’è stato essere lì davanti a tanta gente e insieme ai tuoi amici e colleghi che hanno un’esperienza maggiore della tua?

“È stato sicuramente una grossa esperienza, negli ultimi mesi mi è capitato anche quando sono stato ospite ai concerti di Lazza di stare su palchi davanti a tanta gente a cui non ero abituato. Sono consapevole che quella gente non sia lì per me, ma è sicuramente un passo in più rispetto a prima, sicuramente posso dirti che mi sono sentito a mio agio e che mi è piaciuto”.

Questo è Zero Kelvin, il singolo che Mattia mi ha consigliato di ascoltare e che io consiglio a tutti di ascoltare perché spacca e ha dei contenuti e una capacità di testo assolutamente atipici e straordinari se penso che sono stati scritti da un ragazzo di appena 19 anni.

Un altro nome di cui alcuni hanno sicuramente già sentito parlare e di cui molto presto tutti sentiremo parlare, è quello di Plant, all’anagrafe Francesco Clemente, 17 anni, di Altamura.

“Nella vita faccio musica e studio per quel che posso, ho appena concluso il quarto anno di liceo classico.
Ho iniziato ad ascoltare rap quando circa otto anni fa Youtube mi passò in shuffle “I can” di Nas, che mi spiazzò completamente e mi aprì gli orizzonti mentali ad un genere nuovo. Da lì in poi mi appassionai totalmente al rap e iniziai ad aprirmi anche al versante italiano. Uno dei primi brani che mi gasarono, oltre ai classici, fu Minorenni coi trampoli di Giaime.
Spiegare perché io voglia fare rap non è semplice. Quando scrivo assecondo semplicemente una passione. Ascolto una strumentale e mi viene automatico scriverci sopra, buttare giù tutto quello che penso e che non riesco ad esprimere al meglio se non con la musica. È partito come un’esigenza ed ora si sta sviluppando pian piano come un percorso lavorativo. È la cosa che mi riesce meglio, non voglio trovare alternative a questo e farò in modo che la vita me lo permetta.
Le aspettative generali insomma sono queste, crescere artisticamente, spaccare e ricambiare l’amore che ricevo dalla gente che mi supporta. Non è semplice partire da dove sto partendo io, alla mia età. Sono geograficamente dislocato dai punti focali del rap italiano, essendo nato in Puglia, e conquistarsi credibilità artistica a 17 anni è una sfida più grande di quanto si possa immaginare. Chi non è nella mia condizione non potrà mai capire. L’unica certezza che ho è che quando arriverà il giorno in cui avrò abbattuto queste barriere, chi non mi ha mai creduto in me potrà andarsene a fanculo”.

Possiamo restare legati alla nostra “old school”, possiamo continuare ad ascoltare Esa, il vecchio Fabri Fibra o Sangue Misto, possiamo e dobbiamo farlo, perché sono la storia del rap italiano, possiamo continuare a dire che Fibra è diventato commerciale, possiamo continuare con l’eterna lotta molto italiana dell’underground contro il mainstream. Possiamo storcere naso e orecchie davanti a quello che è il nuovo rap e che molti continuano a criticare dicendo che fa schifo e che non è rap, ma come non si può negare il contributo dato da Fabri Fibra, Marracash, Club Dogo e gli altri, così non si può non vedere quello che stanno dando Sfera Ebbasta, Ghali, Izi, Lazza, Tedua, ecc.
Possiamo continuare a dire che loro non fanno rap, che questo non è rap, ma è pop o qualsiasi altro genere musicale ci venga in mente, solo perché non siamo in grado di riconoscerne il valore, solo perché, essendo italiani, non riusciamo ad aprirci al nuovo, ma non possiamo negare quanto sia importante questa nuova generazione di rapper, il rap è vivo, anzi vivissimo e Boro Boro, Cromo, Giaime, Capo Plaza, Low Low, Cicco SanchezMattia Zuno e Plant ne sono la prova lampante.
La loro musica può piacere o meno, è questione di gusti, ma il loro esempio e il loro impegno per realizzare il loro sogno, sono di esempio per tutti, per me in primis.
Certo non si può negare che quella del rap sia diventata una moda, come lo è stata quella del calciatore, ma puntare in alto, avere un sogno, lavorare giorno dopo giorno per realizzarlo non può che essere un messaggio positivo per tanti ragazzi adolescenti e non che hanno un sogno nel cassetto e che vogliono vivere un giorno del loro sogno.
E c’è qualcosa di più bello per chiunque a qualunque età di vivere trasformando la propria passione in professione? Credo proprio di no.

All’età di 13 anni circa, mio padre mi invitò ad ascoltare alcune canzoni di Mondo Marcio e Caparezza, artisti molto validi a parer suo. Non ricordo bene la mia prima impressione, ma so che imparai ben presto buona parte dei testi.
L’esperienza proseguì in modo individuale, scoprendo molti artisti della scena rap Italiana.
Una decisione che riguardi il mio futuro non è mai stata presa, non perché non ne avessi il coraggio o voglia, semplicemente perché sono convinto della presenza di un destino, detto anche karma, che regoli la vita di tutti noi, quasi come una predestinazione divina.
Detto ciò posso solo ammettere di aver riconosciuto in me una buona idea di musica, e che l’idea di me in veste rapper, rimanga il sogno più grande. Da sempre attento ascoltatore di testi, ho nel tempo intravisto il lato più profondo di quest’arte, cioè la trasmissione di emozioni e stati d’animo dall’artista verso i suoi ascoltatori.
Parallelamente negli anni ho scoperto in me una vera passione per l’arte della parola, ma soprattutto il “bisogno” di esternare mie esperienze e ideali a fine di istruire, per quanto possibile, altri ragazzi come me.
Premettendo che è complicato indicare aspettative nel futuro, riesco comunque a creare delle enormi immaginazioni.
Oltre al sogno di uno studio professionale personale, oltre ad un’etichetta personale, oltre agli infiniti viaggi e le infinite proposte di featuring… sarebbe favoloso ricevere ogni giorno un riconoscimento come artista intento a portare informazione, insegnamento ed educazione ad un pubblico molto vasto.
Tralasciando per un secondo il destino e la predestinazione, prometto a me stesso che sarò in grado di realizzare il mio sogno.
Perché sentirsi realizzati lavorando nell’ambito che si ama, non ha prezzo
“.

Queste sono le parole di Lorenzo, il giovane ragazzo 17enne che ho conosciuto ai Magazzini Generali e che mi ha dato l’idea e l’ispirazione per scrivere questo pezzo, che in molti sicuramente criticheranno, ma la promessa che Lorenzo fa a se stesso di realizzare il suo sogno vale più di qualsiasi altra parola che si possa aggiungere.

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Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso.