Loading...

Ho sempre pensato che la musica sia arte, che il rap sia un’arte e che non abbia niente da invidiare all’arte, quella vera, quella che vediamo sui quadri, quella che vediamo sui muri.

Per me non c’è differenza tra chi prende un microfono in mano e chi invece prende una bomboletta.
Il writing è un’arte e una disciplina del grande mondo dell’hip-hop che giorno dopo giorno da ormai tanti anni mi affascina sempre di più.
Ecco che un pomeriggio di qualche mese fa mi ritrovo nella periferia milanese nello studio di Weik.
Fabio, in arte Weik, non è un rapper, è un artista, un’appassionato di rap e della cultura hip-hop, che tanti anni fa ha iniziato, bomboletta alla mano insieme a un gruppo di amici, a dipingere sui muri e sui treni e che oggi è diventato un artista, Fabio ha trasformato la sua passione in professione e oggi vive non solo per la sua arte, ma della sua arte.
Trasformare la propria passione in professione credo sia la cosa in assoluto più preziosa e importante che si possa avere e raggiungere.
Certo il percorso non è stato facile, “ho iniziato a fare graffiti nel ’97”, inizia a raccontarmi Weik, “arrivo dal quartiere della Comasina che negli anni ’90 era invasa da droghe, quindi o mi drogavo o facevo graffiti e ho deciso di fare graffiti. Da lì mi sono trasferito a Bollate e ho iniziato a frequentare diverse crew che erano molto attive nell’ambito delle Ferrovie Nord per quanto riguarda la scena underground della Milano Nord, fin quando ho iniziato a frequentare altre crew che erano specializzate nei graffiti su muro e ho creato una crew che si chiama Interplay che ai tempi era abbastanza forte perché facevamo graffiti molto innovativi. Questo mi ha portato a dipingere sempre di più, dipingevo ogni giorno fin quando a causa di quel gran casino che era successo prima con Urban Edge Show, che era un evento di street art che avevano fatto in un complesso e poi con Sweet Art Street Art, hanno iniziato a interessarsi a noi le gallerie d’arte e io già facevo qualcosa dal punto di vista pittorico in studio e questa cosa mi ha portato a lavorare in ambienti più museali, prima facendo opere più aggressive contro il sistema mediatico, per lanciare dei messaggi abbastanza inquietanti, fino ad arrivare a opere più introspettive, come i fosfeni che sono quelle cose che vedi quando chiudi gli occhi e sono le uniche cose che vedono anche i ciechi”.

Che mostre hai fatto finora?

“Ne ho fatta una grossa, Sinergie, alla Fabbrica Borroni che é un museo privato, dove ho presentato l’inizio della mia serie “Mediamente” costituita da installazioni e lavori pittorici. In “Eluana TV” ho trattato le tematiche inerenti all’eutanasia mettendo il ritratto di Eluana Englaro a confronto in maniera provocatoria con personaggi mediatici da reality show e trash tv come Lele Mora.
E poi un’altra, “Mediareliquae” all’XL Gallery in zona Tortona, tutta incentrata sul teschio che è diventato un po’ la mia icona, richiama il vecchio test color eye della fine delle trasmissioni televisive.
Ho lavorato tanto anche nel mondo della moda, ho collaborato alla linea Missoni f/w 2009-2010 insieme ad Angela Missoni. Quando poi hanno ridotto la taglia delle modelle mi sono esposto nel panorama sociale con performance pubbliche scontrandomi spesso con i canoni estetici del mondo della moda, come in “Fashion Victim” dove assieme alle modelle curvy can, con body painting a teschio abbiamo invaso le piazze della fashion week meneghina.
In tutto questo non ho mai smesso di fare graffiti, sia con la mia crew sia con la TDK, che è una delle crew storiche di Milano che fa parte della Spaghetti Funk, sia con l’Interplay”.

Come nascono le tue idee e le tue opere? Da dove trai ispirazione?

“Per me è fondamentale che un artista rappresenti il momento storico che sta vivendo. Prendevo ispirazione dalla televisione, da tutte quelle cose che mi facevano incazzare, quindi dove nel rap si comunica scrivendo con le varie barre, i graffiti non mi bastavano più per comunicare quello che avevo voglia di dire e quindi lanciavo i miei messaggi attraverso le mie mostre, massaggi che poi uno andava a studiare buttandomi addosso anche querele perché sono sempre stato un po’ irriverente anche contro la politica.
Poi ho iniziato a chiudere gli occhi davanti a tutte queste stronzate e ho iniziato a dipingere quello che si vede quando chiudi gli occhi, sono nati così i fosfeni.
La tecnica che uso è ad acido, è una tecnica mia, praticamente utilizzo degli acidi e i colori sono dovuti dalle corrosioni e dagli agenti chimici. Mi piace sempre tenere un rapporto tecnico con il mondo dei graffiti perché come lo spray non tocca mai la superficie, anche in questa tecnica i colori non toccano mai direttamente la tela”.

Per quanto riguarda i graffiti, stai facendo mostre anche in quel settore?

“Sì ho fatto una mostra a Stoccolma in cui ho portato una nuova serie di teschi. Dal 2014 invece partecipo a Art Dubai e ad eventi di graffiti internazionali come la STREET ART NIGHT. Diciamo che attualmente vivo tra Milano e Dubai. Lì non non esiste una scena underground di ghetto o di strada, si vive in modo parecchio benestante, vengono organizzate delle jam con artisti provenienti da tutto il mondo, diciamo che c’è una grande apertura mentale per quanto riguarda la scena dell’hip-hop in generale, ci sono graffiti, b-boy e tutto quanto nella maniera più scenica possibile. La Street Art Night di Dubai è proprio una Jam a tutti gli effetti con graffiti, rap, dj, break dance con artisti provenienti da tutto il mondo e di fama mondiale.
Fai conto che lì anche il graffito stesso è molto più utilizzato a livello anche di marketing e commerciale che qui da noi. Loro prendono proprio dei muri e sui quei muri ti lasciano esprimere la tua arte come vuoi, senza ovviamente utilizzare immagini che possano offendere. Io sui graffiti non faccio bozze, dipingo in freestyle, perché mi piace avere un impatto diretto e più che altro mi piace avere una dimestichezza molto naturale con le lettere”.

Dove vai ora a fare i graffiti?

“Ho diverse mie wall fame in giro per l’hinterland milanese, poi c’è quella storica in Via Pontaro dei TDK. Diciamo che adesso il lato illegale lo tengo solo per divertirmi, magari dopo una serata con gli amici, prendiamo e andiamo a fare un po’ di graffiti in giro. Questo lato underground è molto personale ora, non ha più quella componente di egocentrismo, lo faccio solo per me stesso. Tutta la mia vita è basata sui graffiti, dalle mie scelte di vita, ai miei amori, ai miei amici, che sono tutti writer di vecchia data, comunque è una componente che, per quanto io voglia ignorarla facendo l’artista, è sempre una costante della mia vita”.

Cosa significa per te essere un artista?

“Vivere della propria arte. Ora, soprattutto a Milano, c’è questa cosa che sono artisti, come sono tutti rapper, per me sei un artista se fai solo questo di lavoro. Se veramente vuoi fare l’artista, devi avere fede in quello che fai, lo devi fare seriamente anche morendo di fame, sbattendoti, perché è con la fame che escono i risultati.
La differenza tra noi artisti e i rapper è che il rapper ha una vita breve rispetto all’arte contemporanea, non è una cosa per sminuirli, anche se gli va bene, hanno una vita di 10-12 anni, invece l’arte rimane per sempre. C’è anche poi il rovescio della medaglia, se negli anni ’70 un ragazzo sapeva dirti il suo cantante, il suo attore e il suo artista preferito, ora ti sa dire solo il suo rapper preferito perché comunque siamo bombardati da quello, quindi dal punto di vista mediatico noi abbiamo poca pubblicità. Questo è anche un po’ per colpa dei writer stessi che spesso preferisco stare nell’ombra e sono più concentrati sul loro egocentrismo e sul mettere la loro firma su più muri possibili, che sul trasmettere questa disciplina”.

Tu come ti definisci?

“Io sono un writer che di lavoro fa l’artista. Non lascerò mai il writing, potrò smettere di fare opere, ma non smetterò mai di far graffiti.
I graffiti hanno l’onore e la cosa figa di non avere una casuale vera e propria, è uno sfogo personale ed è totalmente egocentrismo allo stato puro, la maggior parte dei writer lo fa per avere il proprio nome su un treno e basta”.

C’è una sorta di competitività anche tra le crew di writer che si può associare al dissing nel rap?

“Sì certo, le faide dal punto di vista dei graffiti sono sempre state molto più violente di quelle dei rapper. Non ci sono dissing verbali, si passa subito al sodo, è sempre stato tutto molto più violento. Tieni conto che è un’ambiente che ti porta a vivere per strada, a vivere di notte, a infilarti in posti che non sai se ci esci dopo, c’è gente che è morta facendo il writer. Tra le discipline dell’hip-hop, quella dei graffiti, io l’ho sempre vista come quella più veritiera dal punto di vista di vivere la strada perché realmente sei sempre per strada. Io con la mia crew mi trovavo ai bordi delle Ferrovie Nord, conoscevamo tutti i codici dei treni che passavano, ci conoscevano anche i tranvieri da quanto eravamo entrati in quel mondo underground. Si usciva in Via San Giulio a Bollate, chiudevamo le transenne e stavamo lì per ore perché lì passavano i treni, o i nostri o quelli delle altre crew da fotografare.
C’è molto rispetto tra i writer anche se gli scazzi, quando ci sono, sono molto violenti.
Io dal mondo dei writer sono visto un po’ come un profanatore perché faccio opere su tela e sono entrato anche in ambiti istituzionali. Un po’ come quando un rapper passa in un’etichetta e fa un brano un po’ più commerciale, anche se c’è una differenza sostanziale, io non dico che le mie opere siano writing e rispetto tantissimo quelli che mi vengono contro perché secondo me se uno a 40 anni continua a fare i bombing su treno con la stessa quantità di quando ne aveva 12, pur avendo da pagare il mutuo, la casa e riesce ad andare a lavorare tranquillo e poi si fa 20 pannelli a sera all’età di 40 anni, per me è solamente un mostro”.
Questa è la forza di Weik, quella di vivere della sua grande passione, quella di aver trasformato il suo essere un writer inside in un lavoro.
In questo, per lui, non esistono le vie di mezzo, l’arte non è un hobby, l’arte è un lavoro. Non ci si può definire artisti se poi si ha qualcos’altro che ti riempie il frigorifero, devi avere fame per trasformare la tua passione in un lavoro. Lui non sfrutta la sua immagine, non mostra mai il suo volto, comunica i suoi messaggi attraverso le sue opere.
Mi ha raccontato che per lui sarebbe molto più semplice mettersi a fare i ritratti dei rapper, saprebbe farli con qualsiasi tecnica e avrebbe sicuramente ottenuto fin da subito più popolarità e visibilità, ma non gli piacciono le marchettate, non gli piacciono le cose semplici. E questo per me significa solo una cosa: essere un grande artista.
Loading...
Condividi
Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso.