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“C’è una guerra in atto ma nessuno ne parla. Lo fa il rap.”

Specificare chi abbia detto questa frase sarebbe una disamina pressoché inutile. È lapalissiano dire Fabri Fibra, al secolo Fabrizio Tarducci, rapper italiano classe ’76. All’alba dei suoi quarant’anni, l’artista marchigiano si appresta a dimostrare di nuovo ciò che fa da circa vent’anni. Ed è ovvio non solo per il semplice fatto che parlerò di lui in questo articolo ma lo è perché, usando le parole di Noyz Narcos, è uno dei pochi che ha capito come funziona il rap game. Ma Fibra non è solo un rapper : in tutta la sua carriera è riuscito sia a costruirsi un personaggio, sia ad arrivare a diverse generazioni di ascoltatori, sia a far arrivare questo genere a chi lo ha sempre considerato una moda passeggera, temporanea. E poco importa se solo da pochi anni a questa parte, i media, stanno iniziando a non vederlo più come un genere pleonastico.

‘Fenomeno’ arriva nelle cuffiette di tutti gli italiani il 7 Aprile, quasi a due anni precisi di distanza da Squallor. Eppure ne sembrano passati molti di più. Se ‘Squallor’ è un disco nudo e crudo e uscito a sorpresa e senza promo, ‘Fenomeno’ è già diverso fin dal giorno zero : la faccia di Fabri torna in copertina, come i vecchi tempi, arriva poi il singolo che farà da traino al disco, gli instore, le interviste e il tour.

Stando alla buona e cara lingua italiana, il sostantivo ‘fenomeno’ sta ad indicare qualcosa di eccezionalmente speciale. Ma Fibra torna indietro di tanti, troppi anni, citando un suo pezzo estratto dal disco con Lato, ‘La Cosa Più Facile’. Ed in quel caso il ‘fenomeno’ non è usato di certo con un’accezione positiva, anzi. Il ‘fenomeno’ per Fibra è colui il quale si presenta davanti ad una telecamera, un microfono, delle persone, disposto a fare inanità semplicemente per trarne del profitto inteso come denaro o come semplice e inutile fama (“là fuori solo scimmie ammaestrate”, ‘Equilibrio’). L’incipit del singolo (“non andare in tv se no sei commerciale, cinque secondi e andiamo in onda”) simula il solito contenzioso tra i fan del rap italiano divisi tra chi è contento che la tv dia visibilità a questo genere e a questi artisti e chi invece pensa che questa presenza fra i media possa inificiare la serietà del rap e dello stesso rap game. È semplicemente l’ennesima fotografia della società di oggi da aggiungere all’album (fotografico!) di Fibra.

Sarà anche per queste cose appena citate che Fibra sistema sulla sua faccia in copertina (realizzata dal solito Corrado Grilli aka Mecna) l’enorme scritta FENOMENO, come volesse mettere, come sempre, in chiave ironica, all’interno di questo argomento, anche il suo personaggio. Come ha sempre fatto.

Ho portato ‘sta musica in major (Applausi!), era dieci anni fa!” – Fibra all’interno del suo nuovo lavoro inserisce tanti, tantissimi riferimenti a tutta la sua carriera, come se questo dovesse essere davvero il disco della maturità. Il rimando al concetto del ‘fenomeno’, il ricordo di ciò che ha fatto con ‘Tradimento’, le autocitazioni alle barre vecchie (“vedo la gente morta, ho il sesto senso”, contenuta in ‘Ogni giorno’ metafora usata anche in Squallor e in Guerra e Pace), le riflessioni sul tempo passato e il sangue buttato (“io sono esausto, dieci anni che non mi fermo un attimo”, in ‘Lascia stare’) sembrano essere parte integrante non solo del suo personaggio ma anche della sua persona.

Perché stavolta Fibra, dopo anni di battaglie sul microfono, non cerca la fenomenite. Lui non ne ha più bisogno. Non deve stupire, non deve cercare per forza l’incastro nei quattro quarti per stupire il pubblico, non deve trovare una via per descrivere quello che vuole comunicare, ma deve, o più probabilmente, stavolta, ha bisogno di essere uomo.

Quello che appare ascoltando molte volte il disco, è la semplicità con cui Fabri Fibra, come mai fatto in precedenza, riesce a spogliarsi del suo personaggio e ad essere così facilmente sé stesso. I messaggi arrivano chiari, diretti, quasi troppo, spiazzando l’ascoltatore fin dall’inizio. A partire dai titoli delle tracce che sembrano indicare la via per addentrarsi in questo disco. La contrapposizione tra ‘Lascia stare’ ‘E invece no’, la schiettezza del ‘Nessun aiuto’ e del ‘Ringrazio’. Oppure la sincerità con cui dedica la terza strofa ai suoi ascoltatori nell’undicesima track. Fibra non è più Fibra ma si toglie la maschera e diventa Fabrizio. Maturità e sincerità vanno a braccetto accompagnate dal sound del disco che appare sempre fresco, mai vetusto, e preciso in ogni momento. A partire dalla title track prodotta dagli hitmaker Takagi & Ketra, passando per ‘Money For Dope 2017’, in cui Bassi realizza una perla riportando a galla un pezzo storico realizzato da Daniele Luttazzi, su cui Fibra attualizza il dramma raccontato dal comico adattandolo ai giorni nostri. Non mancano tracce più leggere in cui Fabri dimostra di essere sempre all’altezza della situazione come ‘Cronico’, prodotta da Demo & Mike Turco, o come la prossima hit estiva ‘Pamplona’ realizzata coi Thegiornalisti e prodotta da Mace, oppure nel secondo ed unico featuring di questo album presente in ‘Dipinto di Blu’ in cui con Laioung e Nebbia realizza una delle migliori tracce dell’album.

L’apice di questo percorso, insieme al connubio fra sincerità e maturità, viene raggiunto alla metà esatta di ‘Fenomeno’ : ‘Stavo pensando a teè il ricongiungimento, dal punto di vista sonoro, di due diverse correnti musicali, presente e passato, sintetizzato a sua volta dalla capacità di Big Fish e Rhade, ed unito alla capacità di Fibra di esprimere non solo sé stesso ma anche i suoi sentimenti più edulcorati.

Il finale dell’album però toglie quell’armonia creatasi durante tutto il viaggio all’interno di ‘Fenomeno’. Il preludio dato da ‘Ogni giornomette la pulce nell’orecchio a quell’ascoltatore che mai ha dimenticato ‘Mister Simpatia e ritrova la misoginia e la violenza comunicativa di Fibra che lentamente torna a farsi sentire. ‘Le Vacanze’, pezzo dal sound pop ben realizzato da Don Joe e Yung Snapp, ammorbidisce l’ascolto tanto da distrarre leggermente l’ascoltatore. ‘Nessun aiuto’ e ‘Ringrazio’, le ultime due tracce, sono invece pezzi forti, fortissimi, che affrontano il lato umano più brutto di Fabrizio Tarducci e arrivano allo stomaco dell’ascoltatore in maniera subitanea. Fabri parla del rapporto con Nesli e con la madre, non usando, come detto in precedenza, mezzi termini ed cercando semplicemente di essere onesto e algido all’ennesima potenza (“Spendo solo altre due parole : preferivo i tuoi primi testi” e “la notte sogno che ammazzo mia madre”). Ascoltando questi brani sembra di entrare in qualcosa di privato, chiuso e si rischia di provare quasi imbarazzo nell’entrare in un universo così privato e personale dipinto dall’artista.

Il disco si chiude senza skit, senza spiegazioni, lasciando la base di BOT in play fino al silenzio definitivo. Non che i ‘parlati’ precedenti (escluso l’intro, molto interessante per altro) siano stati poi così necessari, anche se la scelta di far comparire Saviano per parlare di legalizzazione, dopo tante citazioni nei dischi precedenti, è sembrata comunque un’ottima cornice.

Concludendo, Fenomeno’ non è l’album che rivoluzionerà il rap ma probabilmente è l’album che serviva a Fabri Fibra, sia per sé che per i suoi ascoltatori. La comunicazione è stata sempre il punto centrale delle liriche di Fibra e ‘Fenomeno’ ne è l’ennesima dimostrazione. Fenomeno’ è un album ordinato, sincero, vero, solare e buio allo stesso tempo e che scorre via senza troppe difficoltà che tu sia un ascoltatore di rap o di musica country. E non rivoluzionerà il rap per il semplice fatto che Fabri Fibra, ad oggi, è riuscito ad uscire dall’etichetta di rapper che si è costruito in vent’anni di carriera senza ferite, tagli o cadute di stile. Fibra si è rialzato da quel disco crudo che era Squallor, carico di hip hop, realizzando un disco adattabile, nel suo insieme, alla musica italiana. E forse non è l’album che rivoluzionerà il rap ma è l’album che serviva alla musica italiana. È il percorso, è il raggiungimento dell’ennesimo traguardo di un artista poliedrico, eclettico e duttile che davanti a quel microfono è riuscito dove tanti non ce l’hanno fatta.

C’è una guerra in atto ma nessuno ne parla. La fa Fabri Fibra”. Forse questa disamina alla fine serviva.

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