Loading...

Non è facile scrivere. Non è facile scrivere di qualsiasi argomento esistente al mondo. Non è facile per tanti motivi. Potrei parlare di quanto lavoro su una semplice frase prima di buttarla giù sul foglio senza modificarla, cancellarla, rimetterla o cestinarla per sempre. Potrei parlare di quanto ci metto a trovare un modo per parlare di quell’argomento, perché scrivere e buttare giù qualcosa senza una chiave di lettura mi risulta sempre banale. Potrei parlare di quanto cerco di essere preparato prima di scrivere qualsiasi cosa. Cose banali, lapalissiane, direte. E sono d’accordo con voi. Ma non sempre è così.

Premettendo, già all’inizio di questo articolo, che queste parole non sono frutto della mia personalità superba, egoista od ossessionata che dir si voglia, avevo voglia di fare una riflessione.

È tutto il giorno che ci penso e, per parlare di questo argomento, credo sia possibile farlo soltanto in questa maniera. Parlando a cuore aperto. Cosa ha scatenato tutto questo? Semplice, il rap italiano. Ma non il rap italiano in quanto musica, in quanto cultura o chissà che altro. Intendo tutto ciò che orbita intorno al rap italiano.

Il 7 Aprile è uscito il disco di Fibra, ed essendo comunque un evento mediatico importante, in molti ne hanno parlato. Ne hanno parlato male. Non fraintendetemi, che si possa parlare male di un disco fa parte delle regole democratiche cui abbiamo aderito parecchi anni fa nel nostro paese. Parlo di un ‘male’ che è sovrapponibile alla non logicità delle cose. Quando un disco come quello di Fibra, che ripeto, può piacere o non piacere, i gusti sono gusti (come diceva un saggio, mentre davanti ad un pc leggeva dei commenti di YouTube), viene banalizzato o comunque letto con un taglio completamente errato, allora è indice di qualcosa che non va, qualcosa che non funziona.

Perché purtroppo il rap in Italia è già bistrattato di suo. Dalle pubblicità, dalle televisioni, dalle radio, nella maggior parte delle volte. Il rap in Italia viene banalizzato: viviamo in un paese che ancora fa il verso ai rapper scrivendo rime per dei jingle delle merendine e spacciandole poi per strofe rap; viviamo in un paese dove ancora in tv si vede gente scimmiottare questa cultura indossando dei cappelli, facendo le corna e completando la portata condendola con degli ‘yo, yo, fratello’. Perché? Perché tutti possono fare rap: basta fare due rime. E quindi, essendo davvero semplice per ‘loro’ fare rap, allora tutti parlano di rap. Tutti.

Ho visto recensire dischi da personaggi di dubbio gusto, senza cultura alle spalle, senza aver mai ascoltato questo o quell’artista. Ho visto persone commentare questo o quel disco semplicemente perché ci hanno sbattuto il muso contro. Ma tanto è rap, tutti possono farlo, tutti possono parlarne. Fra un articolo di cucina e l’altro, fra un disco di Vasco, una carbonara, una serata di Sanremo, eccolo che arriva anche l’articolo sul rap.

Basta. Fate parlare chi questa cultura un po’ la vive, un po’ la conosce, un po’ la respira da anni. Fate parlare chi nei dischi coglie i riferimenti, le citazioni, i rimandi. Fate parlare chi conosce gli artisti perché li ha ascoltati cento volte, perché li conosce e perché magari li ha incontrati e conosciuti veramente.

Che poi anche questo è un po’ un concetto di merda, me ne rendo conto. Perché sono sia l’ultima persona che può elevarsi sugli altri dicendo “ascolto questa roba da vent’anni, ho abbastanza knowledge per farlo”, e anche perché sono l’ultima persona che vorrebbe che del rap parli solo chi conosce il rap. Amo quando il rap arriva a più persone, amo quando i miei colleghi di lavoro, forse stressati dal mio cantare continuo, mi chiedono di chi sia quel verso, amo quando questa cultura trova degli spunti giusti per crescere. Io non lo voglio il rap del circolino, chiuso, senza sbocchi verso il grande pubblico, io non lo voglio il rap che rimane nel suo circolo vizioso. Non lo voglio. Perché quando ascoltavo i miei primi dischi, ero costretto ad isolarmi perché la gente non capiva il rap americano, figuriamoci quello italiano. E invece avrei voluto discuterne con qualcuno. Perché quando confessavo cosa stessi ascoltando in quel momento, l’unica cosa che mi rispondevano era ‘yo, yo, fratello’. E io dentro provavo vergogna per loro.

Oggi siamo nel 2017 eppure alcune logiche, alcuni stereotipi, sono ancora lì, fermi. E la mia speranza è che prima o poi cambi qualcosa: che le persone comincino a prendere seriamente ‘questa cosa del rap’, perché la gente capisca che questo è un genere musicale a tutti gli effetti, più forte di quello che ‘loro’ possano mai immaginare; che le persone vadano più in profondità delle rime che trovano sui dischi; che le persone provino ad entrare davvero in questa cultura, perché questa cultura ti tenderà sempre una mano, a patto che tu la voglia seriamente. E allora, ma solo allora, potremo discutere con voi, capire il vostro punto di vista e magari farci anche una birra insieme. Ma, finché non avverrà veramente questo cambiamento, lasciateci discutere tra di noi. Che di certo non farà benissimo alla doppia h italiana ma almeno eviterà di fargli sicuramente del male. Quel male che fa parte della non logicità delle cose.

p.s. : ho riaperto la pagina del mio articolo per aggiungere un’ultima cosa. Come è sbagliato l’approccio delle persone esterne al rap, sbaglia anche chi, al suo interno, non rispetta questo o quell’artista solo perché musicalmente lontano dalle cose che vengono e/o venivano fatte. E parlo sia degli ascoltatori del rap italiano che di persone che ne fanno parte da anni. Perché se quando negli anni ’90 la gente non vi rispettava e avete lottato per questo, anche oggi, è giusto che voi aiutiate le nuove leve (rapper e non), come probabilmente ha fatto chi c’era prima. Che sia con dei consigli, dei props, dei featuring o delle produzioni. Non dimenticate mai quando in passato vi facevano ‘yo, yo, fratello’, che in alcuni scimmiottamenti è già stato modernizzato in dab move o in ‘sksksk’. A buon intenditor poche parole.

Loading...