Salmo
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Mi sono preparato a lungo per intervistare Salmo. Perché? Nelle interviste mi era sempre sembrato uno stronzo e il fatto di non conoscerlo artisticamente così bene, mi metteva a disagio. Pur non essendo una groupie però, avevo capito sin da subito che l’artista era tutt’altro che da sottovalutare ma, come volte accade, a volte serve la giusta combinazione astrale per far succedere le cose. La sua data a Londra è l’occasione che aspettavo per addentrarmi meglio nel mondo delle tenebre.

Il luogo del delitto è il “The Garage”. Locale a nord di Londra, dove la data è stata annunciata “Sold Out” da alcuni giorni. Intendiamoci: non si tratta esattamente del Madison Square Garden come dimensioni e capienza ma, considerando la trasferta, il colpo d’occhio a inizio concerto è notevole così come è notevole la fiumana di persona in coda in attesa di entrare lungo la strada che costeggia il locale.

1,2,3…Boom. Mi ritrovo in camerino con Salmo e i suoi capelli biondo platino, che ai più ignoranti ricordano Eminem, ma che a me ricordano Nino D’Angelo. Hellvisback is the new “nu jeans e na maglietta”.

Bella Salmo. Ho sempre avuto l’impressione che ti stia sul cazzo rispondere alle domande. Mi sono visto tutte le tue interviste degli ultimi 15 anni e ne sono sempre più convinto. E’ solo perchè ti fanno domande del cazzo?

(Ride) Hai visto tutte le interviste? Non ne sono uscito un gran che vero? Guarda a volte mi trovo in difficoltà perchè scrivo dei pezzi talmente personali che mi risulta difficile chiacchierarci sopra: è già tutto nel brano. Poi capita, e magari non è il tuo caso, che ti facciano delle domande che palesano il fatto che non hai ascoltato un cazzo e che non sai nulla di me e di quello che faccio.

O che ti chiedano di rispondere a domande a cui hai già risposto ad altri magari. Le peggiori domande di sempre?

Le peggiori sono: “Perchè ti chiami Salmo?”, “Qual’è il tuo messaggio?” o “Di cosa parlano i tuoi testi?”. Ma che cazzo di domande sono?

Hai visto come sono furbo? Te le ho fatte dire a te con sta domanda paraculo e così mi sono evitato figuracce.

Eh lo so che avevi il “Perchè ti chiami Salmo?” pronto in canna. (ride)

Sei in giro con il tour europeo. Mi chiedevo: come si compone il tuo pubblico all’estero? Sono tutti italiani o riesci a fare breccia tra i local?

Dipende dalle città. Ad esempio a Madrid una fetta del pubblico era spagnola, mentre a Barcellona invece erano quasi esclusivamente italiani. Io lo sapevo che non avrei trovato un pubblico di stranieri ma basta che un italiano si porti un amico straniero e si riesce a creare una bella situazione anche per avere un feedback diverso dal solito.

Hai la percezione di essere, come ho l’impressione da tempo, di essere il rapper preferito di tutti quelli a cui il rap fa abbastanza cagare?

La frase che sento ricorrentemente è “Guarda non ascolto il rap ma la tua roba mi piace”. E’ figo ed è quello che volevo. A me di fare una cosa 100% rap e rivolta esclusivamente al pubblico rap tradizionale, non mi è mai interessato. Quando avevo iniziato le mie prime cose erano fortemente improntate sul rap classico ma non arrivavano e non colpivano più di tanto. Quello mi ha portato alla consapevolezza di dover riuscire a fare qualcosa di diverso dagli altri, anche a costo di farmi infamare. Come infatti è successo.

In che senso?

Nel senso che quando tornai in Italia da Londra avevo sentito un sacco di cose mischiate con la dubstep, la d&B e l’elettronica che stavano andando un casino qui in Uk. Sono tornato a casa con un bagaglio di ispirazione immenso. Ascoltavo roba che oggi si chiama “Grime” ma ai tempi non sapevo manco come cazzo si chiamasse ma sapevo che mi piaceva. Quindi quando mi sono messo a fare cose come “Death Usb” le mie cose non erano accostabili a niente che si fosse sentito fino a quel momento nel panorama italiano. Infatti tutti i puristi dell’hip hop me ne hanno dette di tutti i colori.  Ero la pecora nera. E’ stato il trick giusto e alla fine ho avuto ragione.

Te lo ricordi come spaccava il crossover? In un certo senso tu sei un degno erede. Stavo guardando il tuo “soundcheck” e mi sembra che sei andato giustamente oltre il solito pippone di: Dj e soggetto a caso che fa le doppie.

A me lo dici? Io facevo crossover con la mia band. Anche se secondo me quello che faccio io adesso è inesatto chiamarlo crossover. Il crossover, come ogni genere, ha i suoi particolari ed i suoi accenti in cui francamente non mi sento di rientrare completamente. Non è che se metti la batteria (come fa Salmo durante i suoi live) automaticamente è crossover. I Beasty Boys ad esempio all’inizio usavano gli strumenti ma questo non faceva di loro un gruppo crossover. C’è anche una parte in cui io suono la chitarra, ma lo faccio per dieci minuti… non è preponderante. Penso però, come il crossover, di essere un miscuglio di diverse influenze e stili e, in questo senso, l’accostamento ci può stare.

Tu sei uno dei pochi che ha la capacità di farmi vedere il pezzo mentre lo ascolto. Riesci ad andare oltre la piattezza del semplice ascolto ma è come se mi chiudessi gli occhi a forza e mi costringessi a immaginare e visualizzare tutto quello di cui stai cantando. Lo valuto un tuo elemento fortissimo e vincente. Subisci una grossa influenza cinematografica vero?

Si, il cinema è fondamentale. Mi ci sono avvicinato da ragazzino con gli horror. Ogni mercoledì c’era la notte horror in tv e io sono cresciuto guardando “Zio Tibia picture show”. Questo mi ha installato una forte senso del trash e dell’orrido. Il cinema è figo, mi piace anche recitare quando posso.

Per quanto riguarda la capacità di saper creare immagini forti, è una cosa che mi sono prefissato dall’inizio. E’ un elemento che ho “copiato” da uno dei rapper italiani più forti di sempre, Primo Brown. Mi ricordo che da ragazzino quando lo ascoltavo aveva la capacità di portartici dentro la canzone. Ascoltando lui ho pensato per la prima volta che quella è il tipo di emozione che voglio suscitare in chi mi ascolta.

Si capisce assolutamente. In “Hellvisback” è un elemento che definirei dominante.

Poi se noti i miei dischi hanno spesso un filo conduttore che collega i brani tra di loro. “Giuda”, “7 AM” e “L’alba”, sono strettamente connessi tra di loro. Però fra tu lo capisci ma non tutti ci arrivano a sta cosa. Quelli della mia età tendenzialmente si, ma i ragazzini ho la netta sensazione che non capiscano. Una cosa però che è andata di culo con questo disco è che ho fatto “1984” che ha richiamato tutti quelli della mia età andando ad alzare l’età media della fanbase e andando ad attirare tutte quelle persone che sono in grado di cogliere il filo conduttore comunicativo alla base di quello che faccio. Coi ragazzini ho qualche dubbio…

Poi vabbè cose “per ragazzini” se ne sentono anche troppo ultimamente.

Io non potevo fare un disco pensando ai giovanissimi, non fa parte di me.  La cosa brutta è che la tendenza però sta andando in quella direzione. Si sta perdendo il gusto per la narrativa e la volontà di raccontare qualcosa. Gli artisti stanno basando tutto sulla melodia e orecchiabilità. Sta diventando come quando da ragazzini ascoltavamo le canzoni degli americani e non capivamo un cazzo. “Non so di cosa parla ma mi piace il ritmo”.

E questa nuova ondata di giovani rapper? Come vedi le nuove leve?

Guarda io sono un supporter, sono contento che la musica si stia evolvendo. Però non posso fare a meno di dire che dovrebbero lavorare molto di più su quello che stanno dicendo. Com’è possibile che io abbia ascoltato 100 pezzi e non mi ricordo manco una rima?

Cosa aggiungere? Direi che dopo aver visto il live di Salmo dovrebbero fargli tenere dei master all’università su come tenere il palcoscenico e su come far suonare un brano dal vivo esattamente come su disco. Frequenza obbligatoria per il 99.9% dei rapper italiani. Compresi gli illustrissimi. Impressionante ed elemento che lascia trasparire una professionalità nella preparazione dei dettagli non indifferente.

Elvis non è tornato ma ci ha mandato Salmo. Fidatevi, ci è andata di lusso.

Diego Carluccio

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.