Una cena a pranzo con Maccio Capatonda
Una cena a pranzo con Maccio Capatonda
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No dai non dovevi. Ora mi costringi a fare una cena a pranzo

Queste le magiche parole con cui io e la mia bottiglia di vino “Gavi” siamo stati accolti sull’uscio della casa di Maccio Capatonda, al secolo Marcello Macchia, eroe moderno. Francamente, mi sono bastate per capire come l’incontro con uno dei miei idoli di sempre sarebbe stato tutt’altro che deludente.

La mia intervista è frutto di un lungo e minuzioso processo di stalking di cui vado molto fiero e per il quale colgo l’occasione di ringraziare Sara, una delle collaboratrici di Maccio, che ha reso tutto questo possibile.

Il motivo che mi ha spinto a cercare un incontro è stato, ovviamente, l’uscita nelle sale della sua nuova creazione “Omicidio all’italiana”, film di cui ci facciamo assoluti sponsor e promotori.

Qualora ve lo siate persi vi prego di trovare un modo per riparare al terribile errore e vi suggerisco di dare un’occhiata al trailer ufficiale e alle varie clip che possono essere trovate in rete: studi scientifici rivelano effetti curativi per la depressione migliori dello Xanax.

Devo essere onesto, quando ho citofonato al numero 22 (per un interista immediato il pensiero a Diego Milito) di questo appartamento in una località sconosciuta di Milano Nord-Sud-Ovest-Est, avevo in mente un tipo di intervista completamente diversa rispetto a quella che sono riuscito a portare a casa. La mia idea era molto meno bella. 

Ho avuto l’impressione, correggimi se sbaglio, che tu sia molto più soddisfatto di questo film rispetto al precedente. Non che non lo fossi anche l’altra volta ma non so, ho avvertito un senso di compiutezza.

E’ vero. L’altra volta ero leggermente meno contento e anche più teso nei confronti della novità della cosa. Su questo mi sento molto più soddisfatto in quanto penso che a livello di storia sia un film compiuto e supportato da una serie di attori di uno spessore che magari il film precedente non aveva. Io ovviamente ho provato ad alzare l’asticella rispetto al film precedente perchè questo è uno dei motivi per cui continuo a voler fare film. La spinta al volersi migliorare sempre. Se non fossi stato più soddisfatto di questo film rispetto al precedente mi sarei già sparato.

Avendo visto il film, o anche solo il trailer, è inevitabile menzionare Sabrina Ferilli. Mi chiedevo se tu avessi pensato a lei sin dal principio e se avessi creato il personaggio proprio pensando a lei. Lei secondo me è bravissima e troppe volte convive ingiustamente con il pregiudizio dell’essere stata “la bonazza de Roma”.

E’ stata proprio una mia idea. Dopo aver scritto il film, quando ho pensato il personaggio, ho avuto questa immagine della Ferilli in quella parte e, pensando che al peggio avrebbe rifiutato, cosa di cui eravamo abbastanza certi, l’abbiamo contattata. Invece ha letto la sceneggiatura e le è piaciuta molto, andando a calarsi in quello che è il nostro mondo di cui non sapeva moltissimo. Lei è bravissima. Io l’avevo scoperta con “Tutta la vita davanti” di Virzì. Paradossalmente ho dovuto arginare la sua innata comicità perchè non volevo che facesse ridere, volevo che fosse autentica e spietata.

Mi sembra che anche tu sia vittima di un pregiudizio. Penso che le tue commedie, anche se è difficile incanalarti in un genere ben preciso, sia come sceneggiatura che per contenuti, rappresentino una delle pagine più felici del cinema italiano contemporaneo. Come vivi, però, che per alcuni tu rimanga sempre quello delle gag, dei trailer e della demenzialità?

Guarda, una cosa che mi ha sempre dato fastidio sono i paragoni con le mie cose più brevi. Come quando mi è stato detto che di Italiano Medio era stato meglio il trailer. O quando mi si dice che i miei film sono una serie di sketch messi in fila quando noi, anche sbagliando magari, non pensiamo mai alla costruzione del film in base alle gag. Siamo sempre partiti dalla sceneggiatura. La mia curiosità sarebbe scoprire cosa la gente penserebbe dei miei film se non ci fosse stato nulla prima.

Forse alcuni rimangono più legati alle tue opere “più brevi” perchè è un pò una delle sindromi del nostro secolo. L’incapacità di ascoltare un disco per intero, di uscire senza controllare il cellulare ogni dieci minuti e forse di saper guardare e apprezzare come meriterebbe un film come il tuo.

Siamo tutti vittime della sfuggevolezza del tempo. Più che non avere tempo, è una sensazione di non avere il tempo di fare le cose che, sotto certi punti di vista, è più grave di non averlo proprio. Perchè poi quando davvero hai poco tempo, riesci incredibilmente a ritagliarti dei piccoli spazi per fare quello che vuoi. Ho questa sensazione di non avere tempo quando ci sarebbe, sono io che non me lo do. Ad esempio, parlando di musica, in pochi riescono a regalarsi mezz’ora per ascoltarsi un disco dall’inizio alla fine…

E quale sarebbe il tuo disco?

Mi piacerebbe ascoltare un disco per intero di Salmo e Clementino. Di Salmo non sono ancora riuscito ad ascoltare “Hellvisback” e di Clementino non ho mai ascoltato un suo disco ma mi piacerebbe. Comunque ascoltare un disco per intero non è una cosa da poco, credo di averlo fatto solo per “The dark side of the moon” anche perchè in quel caso il disco era costruito in modo tale da favorire quel tipo di fruizione.

Esiste un film in particolare che ti ha fatto pensare: “Cazzo fare questa roba deve essere davvero una figata”.

Si, esiste ed è, su tutti, “Ritorno al futuro”. L’ho visto a 7 anni e andai al cinema due o addirittura tre volte e il mio dramma fu quello che dovevo aspettare almeno due anni prima di vederlo di nuovo. Ai tempi passava moltissimo tempo prima che dal cinema passassero in televisione. Da lì è cominciato tutto. Chiesi ai miei di comprarmi una videocamera per la prima comunione e da lì non mi sono più fermato.

Io sono fan assoluto del film e fai conto che sto meditando di tatuarmi una DeLorean. Se dovessi scegliere, quali sono stati quegli elementi che secondo te ti hanno stregato?

Identificazione pazzesca con il protagonista. Per un bambino di 7 anni vedere un ragazzo di 17 anni, figo e di successo, era una grande proiezione per un possibile futuro. Mi innamorai anche di MJ Fox: gli scrissi due o tre volte e dopo un anno mi mandarono sta roba qua..

(Mi mostra una foto cartolina, di quelle che si usano per gli autografi con un’ esilarante scritta Marcella Mocchie)

Poi direi che anche la costruzione della sceneggiatura è un elemento fondamentale.

A me ha sempre colpito anche la capacità di creare una serie di piccoli culti, dalle scarpe alla macchina…

Si, quella capacità di creare tanti piccoli tormentoni è fantastica e deriva da un’attenzione maniacale per i dettagli. Una cosa tipica di Zemeckis che gli era riuscita anche con Forrest Gump. Poi ci sono altri film che mi hanno segnato come quelli di Kubrik, in particolare “Shining” che vidi a 9 anni. Anche Dario Argento con “Profondo rosso” “Suspiria”… la passione per l’horror nacque proprio da lì.

Ti stanno continuando a piacere i film horror?

Li guardo poco. Eli Roth e poco altro. Forse mi era piaciuto “The Ring” quando è uscito. Mi piace però questo stile alla “Funny Games” citato anche in “Omicidio all’italiana”. Tipo “The strangers” è un altro titolo che mi è piaciuto molto.

Io ho sempre trovato che l’horror sia stato un pò ammazzato dalla tecnologia. Faceva molta più paura quando c’erano molti meno mezzi.

Secondo me è stata più ammazzato delle mancanza delle idee. Per quello poi forse succede quello che dici tu, per compensare la carenza di idee c’è una grossa rincorsa agli effetti. Io penso però che sia un genere ancora molto percorribile.

E dello stile ” The blair witch project”, “Paranormal activity”… cosa ne pensi?

Figo, ma visto uno mi sembra di averli visti un pò tutti.

Il Maccio del futuro. Cosa vuoi fare?

Voglio fare una serie comica di livello. Con un buon budget e che mi consenta di fare della comicità con dei contenuti fighi. Poi per il cinema mi piacerebbe fare un film diverso. Sono tentato dal voler fare un film molto meno divertente e molto crudo. L’altra opzione è tentare una comicità che riesce ad estraniarsi dai contenuti per essere senza punti di riferimento e innovativa anche dal punto di vista della narrazione. Non lo so, ci sto pensando. Vorrei avere la libertà di sperimentare come negli anni 70 quando si facevano 2 film all’anno.

Cazzo ma creati una carriera parallela su internet, magari sotto falso nome. Fai come Fibra che lanciava i mixtape online prima dei dischi ufficiali. A volte erano più fighi perchè si avvertiva la spensieratezza di creazioni che non sarebbero finite nella discografia ufficiale. Si può fare?

Secondo me sì. Anche perchè mi sono reso conto che il pubblico che ho su internet è diverso dal pubblico che va al cinema. E sul web ho una libertà assoluta, se c’è uno che può fare quello che gli pare su internet sono io. Forse però mi servirebbe un falso nome per fare le cose serie, non quelle folli. Maccio Capatonda Serio, la pagina facebook. (ride)

Ultima domanda. Oggi per me è giorno speciale, sono più emozionato oggi di quando ho incontrato i Rolling Sones per intenderci. Sono una persona umorale che vive di alti e bassi e ti assicuro che, durante i bassi, poche cose riescono a farmi sorridere come le tue creazioni. Il segreto di questa empatia secondo me è frutto di questa profonda drammaticità che tu hai che ti rende esilarante e malinconico al tempo stesso. Secondo te tutto il tuo pubblico ne è consapevole? Proverai a sfruttare questa drammaticità ancora di più in futuro?

La mia comicità è un anticorpo per la realtà. Siamo persone che attraversano una vita in cui fondamentalmente non sappiamo che cazzo fare. Non so perché la mia comicità è così drammatica: mi piacerebbe fare qualcosa di ancora più drammatico per essere al tempo stesso esilarante. Ci sono degli opposti che vivono in me da sempre. Menefreghismo e senso civico. Fare sport e non volersi alzare dal divano. Un vortice di emozioni e di intenzioni.

Ci siamo salutati, dopo un’ oretta di intervista e dopo due piadine prese assieme al paninaro sotto casa. Maccio Capatonda mi dà l’impressione di essere una persona di una sensibilità fuori dal comune. Quando i miei amici mi hanno chiesto, nei giorni seguenti, come fosse andata, la domanda era sempre la solita: “Oh ti ha fatto ridere vero?”.

La risposta? No, non mi ha fatto ridere. Ma è stato bello parlarci e mi ha fatto pensare molto che, di questi tempi, è quanto di meglio si possa chiedere ad un incontro tra esseri umani.

Maccio We love you.

Diego Carluccio

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.