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Quella a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi è quella che i saggi chiamavano, quando riuniti in cerchio per discutere di sinistra e destra Hegeliana, “una colossale, fragorosa e destabilizzante figura demmerda”.

Nel caso non abbiate la più pallida idea di che cosa io stia parlando, ecco un breve riassunto: pochi giorni fa mi sono rivolto al Rapper con la erre maiuscola, sua maestà Fabri Fibra in persona, chiedendo come mai non avesse letto la mia tesi di laurea a lui interamente dedicata. Un accorato e commovente appello che ha strappato più di una lacrima ai giovani lettori di Hano e che a confronto “Marcellino pane e vino” sembrava l’ultimo film dei Vanzina.

E poi? Poi stamattina apro Twitter e ricevo un tweet dalla Zukar in cui gentilmente mi viene segnalato come la sopracitata tesi fosse stata condivisa. Le sveglie alla fine del tweet potrebbero essere benissimo traducibili con un “svegliati coglione” ma fortunatamente Paola non ha ceduto al francesismo.

Uno degli insegnamenti che da sempre cerco di fare mio con scarsissimi risultati, è quello di riuscire a vedere il lato positivo anche nelle situazioni più imbarazzanti e, almeno questa volta, voglio provarci. Quello spirito che, per intenderci, nel momento in cui la tua ragazza ti lascia per il tuo migliore amico, invece che pensare a quanto sia demoralizzante la vita ti fa pensare: “Che culo. Sono libero per il calcetto del Giovedì”.

Ecco, posso solo dire che se non mi fossi esposto a questa simpatica figura da cioccolataio non avrei mai scoperto come la mia cara tesi fosse arrivata a destinazione. Non avrei mai scoperto che il mio rapper preferito ha tributato al mio lavoro un post sui social e che un sacco di suoi fan nei commenti avevano chiesto incuriositi di poterla leggere ma, soprattutto, non avrei mai scoperto come Paola Zukar bramava così ardentemente la possibilità di farmi passare come un pirla che invece di ignorare il mio articolo, come avrebbero fatto in molti, si è andata a sfogliare tutti i post da oggi fino al 11.09.2015. Che determinazione ragazzi, non si diventa la manager numero uno in Italia per niente.

Mi permetto solo di aggiungere che se alle 5-6 email mandate per avere aggiornamenti qualcuno, un’anima pia, si fosse degnato di rispondere con un “controlla instagram” io sarei stato sereno e soddisfatto da due anni a questa parte.

Scusami Fabri, scusami Paola e scusatemi cari colleghi Hanali. La prossima volta le attivo ste cazzo di notifiche su Instagram.

Diego Carluccio

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.