Intervista ad Alepuntoebasta tra hip hop e rap game
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Alessandro Borgia in arte Alepuntoebasta, nato ad Alessandria e trasferitosi poi a Milano per lavoro, è un noto booker e talent scout della scena rap italiana.
Ho deciso di fare questa chiacchierata con lui per capire cosa c’è dietro al mondo dell’hip-hop e quali sono le dinamiche del rap game.

Come ti definisci? Manager, booker, talent scout?

“Io sono una figura che opera a 360 gradi all’interno di un progetto di un artista, metto in campo diversi valori da quello che può essere trovare una data, un’intervista o un brand..
Non mi piace definirmi, preferisco siano gli altri a farlo, definirmi un manager non lo so, non me la sento addosso questa etichetta. Io spesso sono la persona/filtro tra l’artista e il manager, mi reputo più personal che manager perché nel rapporto artista/manager, cerco di essere dalla parte dell’artista.
Principalmente la mia fonte di guadagno è il booking, quindi tendo a definirmi più booker. Mentre i manager intervengono per il loro fee sul recording budget, sull’entrata di un placement e su quella editoriale che generano i pezzi della SIAE, io non monetizzo su quello, monetizzo principalmente sul booking”.

Come sei arrivato a fare questo lavoro? Come ti sei avvicinato al rap?

“Io sono di Alessandria e tutto nasce da un locale che si chiama Zettel dove lavoravo come pr. In questa discoteca c’era una serata hip hop, che sfumava con sonorità reggetton e ho iniziato a pensare che sarebbe stato bello portare live di artisti italiani e tutto cominciò con i Club Dogo.
Era il 2007, mi ricordo che il loro cachet all’epoca era di 400 euro e che quando suonavano, Ensi, Fedez e Emis Killa venivano alle mie serate da fan dei Club Dogo.
Da lì ho iniziato a organizzare, oltre alle serate dei Club Dogo, anche quelle di Entics e dei Two Fingerz.
Poi è esplosa questa bolla del rap italiano, iniziamo ad arrivare al 2010/2011 e proporzionalmente iniziavano ad aumentare anche i cachet. Mi ricordo la prima volta che ho portato i Club Dogo nel locale, c’erano 30 persone, poi 100, poi sono diventate 300 e poi 3000 mila l’ultima volta al Luna Rossa sempre ad Alessandria.
Mi sono inizialmente affermato come promoter a livello regionale ma, essendo Alessandria una provincia che si trova in mezzo tra Milano, Torino e Genova, anche i locali delle provincie limitrofe mi chiedevano come arrivare a questi artisti. Quindi da pr e organizzatore ho iniziato a vendere qualche serata di questi artisti, interfacciandomi, poi, con le agenzie che vendevano i loro live.
La vera opportunità, che mi ha permesso di fare il lavoro che faccio ora, l’ho avuta nel 2011 a cavallo di due date che avevo fatto con Guè Pequeno, lì mi è stato offerto di entrare a lavorare nell’agenzia che gestiva tutti i tour di Cosimo e dei Club Dogo. Di conseguenza, altri artisti che avevo ospitato durante le mie serate allo Zettel e al Luna Rossa, mi hanno chiesto di essere seguiti da me, come Baby K, Fred De Palma e altri.

Non per ultima, anche la storia di Ghali è fantastica.

Io l’ho conosciuto in un mio locale cinque anni fa quando lui faceva le doppie a Fedez e appena si è liberato dal contratto con la Troupe D’Elite, mi ha cercato subito e mi ha chiesto di essere il suo booker ma in quel momento un booking di Ghali non aveva ragione di esistere e non se ne fece nulla”.

Fino a quando un anno fa lo invitai a cena a casa mia per dirgli “bro, ora ci siamo, ora ha ragione di esistere un booking, un tour e tutto” e da lì, in collaborazione con Martina Laezza siamo partiti con il “progetto Ghali”.
Il rap è sempre stato il mio genere musicale preferito e la mia attività di promoter è nata anche perché era l’unico modo per entrare in contatto con questi artisti, fino a quando per esigenza fisiologica mia ho dovuto lasciare tutto e venire a Milano con poche garanzie, ma ad oggi non tornerei indietro proprio perché è quello che ho sempre sognato di fare, tanto è vero che da quando mio papà mi dava la paghetta ho sempre speso tutto in musica. Venivo spesso preso in giro dai miei amici per questo, perché loro la musica la scaricavano, io, invece, andavo da MediaWorld e spendevo magari 50 euro in cd perché l’emozione che mi dà tenere in mano un disco è unica e credo che in un certo senso io sia stato ripagato per aver sempre voluto pagare la musica e che il karma mi abbia ripagato anche per tutto quello che ho fatto per lei in generale”.

In base a cosa vedi se un artista ha un potenziale oppure no?

“A me scrivono tanti ragazzi emergenti che mi chiedono consiglio su come possono fare per.. io tutti gli artisti che ho individuato, non per ultimo Sfera Ebbasta…
Ecco io lui l’ho avvicinato quando non esisteva neanche, non era in Roccia Music, non era niente. Lo avvicinai inizialmente per la sua faccia, era già un modello per me, avevo visto la sua faccia e spaccava. Una sera lo invitai a cena a casa mia, aprì il suo Mec e mi fece ascoltare 10 tracce in cui rappava esattamente come Madman e Gemitaiz, era la loro copia, io l’ho guardato e gli ho detto “bro, tu non sfonderai mai con questa roba perché ci sono già loro che sono più forti di te, fanno già disco d’oro, tu devi il essere il più originale possibile, devi trovare la tua dimensione, se non la trovi, non riuscirai mai ad emergere”.

A questo punto Ale prende il suo cellulare e mi fa leggere la conversazione whatsapp con Sfera Ebbasta, risale al 7 ottobre 2014, giorno di quella cena a casa sua in cui ha consigliato a Sfera di buttare via tutto, trovare la sua dimensione e ricominciare a scrivere.
Successivamente, il 25 ottobre 2014, Sfera Ebbasta gli manda una nota vocale e nella nota vocale canta XVDR.

“Tornando al discorso di prima, io non ho mai trovato un’artista che mi ha scritto lui, sono io che faccio una ricerca sul web e arrivo all’artista. Quando un’artista, che si affaccia per la prima volta a questo gioco del rap, mi contatta e si propone, mi dà fastidio. Forse sbaglio io, ma non mi è mai capitato di aver scartato qualcuno e poi quel qualcuno ha fatto qualcosa di grande”.

E come li trovi?

“Sul web, su YouTube, sulla home di Facebook.. non nascondo che quando vedo qualcosa di un rapper che non conosco, lo ascolto. 3 nomi per il 2017 sono: Boro Boro, Cicco Sanchez e Zuno, ecco lui sta venendo fuori adesso, è l’ultima operazione che ho fatto con i Ragazzi di Machete, di lui mi ha colpito il modo che ha di comunicare sui social molto spocchioso ed egocentrico e la sua faccia, perchè per me, lo so che è brutto da dire, ma la faccia e il mood contano almeno tanto quanto i pezzi, se non di più, soprattutto in questo momento. Io posso dirti che quelli che pensavo avrebbero spaccato, poi hanno spaccato davvero”.

Quali artisti hai adesso all’interno della tua agenzia?

“In collaborazione con il Ceo di Tanta Roba, gestisco il booking di Gemitaiz e Madman e di un’artista nuova che presto uscirà.
E in totale esclusiva mi occupo del booking di Ghali, Roshelle, Fred De Palma, Achille Lauro, Briga, Shade e Il Pagante”.

Tu ai tuoi artisti dai consigli sui loro pezzi o sulle rime?

“No in questo mi chiamo fuori, io posso dare più un consiglio su una melodia. Spesso gli artisti, quando il disco è finito, me lo fanno ascoltare e io azzecco sempre quelli che poi saranno i singoli più forti.
Forse le mie orecchie sono quelle di un ascoltare medio e in quanto tali sono perfette per fare un test e non nego che spesso riesco a individuare qual è il singolo da far uscire prima degli altri che possa avere maggiore successo”.

In quale progetto credi di più?

“Io spero che la storia di Ghali insegni un po’ a tutti che anche un’artista che è stato dato per morto, per spacciato, può ricostruirsi e reinventarsi. Lui ha trovato porte chiuse ovunque, nessuno voleva associarsi al suo nome e quando nessuno gli dava più credito, lui si è ricostruito e insieme al suo team è arrivato a fare una cosa nessun artista italiano aveva mai fatto prima, ovvero un singolo “Ninna nanna” che è stato in testa su Spotify, primo in classifica viral mondiale senza il supporto di nessuna Major e si sta spingendo dove nessuno prima si era mai spinto e questa cosa gli fa molto onore”.

Tu i tuoi artisti li segui anche in tour?

“Sì, anche se esula un po’ dai miei compiti, ma mi permette di vedere quanta gente è interessata a loro all’interno di un locale per determinarne poi il cachet.
Ecco, la scelta di un cachet, è un’equazione che faccio tenendo conto del momento, dei competitor, del locale, del numero di date che voglio fare e sicuramente, uno dei dati di cui ho bisogno, è anche il risultato dell’artista in serata e vedere quanta gente è interessata a lui. È una cosa che faccio in più anche per passione, perchè mi piace sentirli live”.

Quindi vivi di questo e per questo?

“Sì assolutamente di questo e per questo. Certo, accompagnare un’artista a un evento, non è solo lavoro, è anche un piacere. Per me il tempo libero è stare a casa a guardare un film ma sempre con il telefono acceso, anche di notte.
Ecco, di notte, per esempio, vivo con l’ansia perché di notte gli artisti sono in giro e possono fare casino. Io sono sempre pronto a intervenire qualunque sia il problema anche su questioni che esulano dal mio lavoro. Loro sanno che per qualsiasi cosa, io ci sono e possono chiamarmi a qualunque ora.
Non nego che i soldi siano un bel contorno che mi permettono di vivere in una maniera più agiata, ma non è questo l’unico motivo per cui lo faccio, anzi, non ti nascondo che rileggendo la tua intervista a Fred De Palma dove lui ha ripercorso quello che abbiamo passato insieme, io ho fatto mente locale e in quel periodo non avevo le felpe di Gucci o le sneakers di Louboutin, però eravamo felici, forse più felici di adesso”.

Questo è anche uno dei tuoi punti di forza, anche a livello umano..

“Certo questo è un valore aggiunto, l’artista sa che nel bene e nel male può contare su di me.

Forse, anche il vestirmi e l’atteggiarmi come loro mi rende un po’ diverso dagli altri “addetti ai lavori” e più vicino a loro.
Io penso di essere a tutela degli artisti anche per un’innovazione che voglio portare sul booking.
Come è già per tutto il resto del mondo, io voglio che sia l’artista a fatturare e che sia lui a mantenere il fatturato all’interno della propria struttura, senza disperderlo in agenzie che ricaricano i costi e diventano nocive sul portafoglio dell’artista stesso”.

Tu hai un forte rapporto umano con loro, oltre che lavorativo..

“Sì, noi passiamo molto tempo insieme e ceniamo sempre insieme. Alla base del mio rapporto lavorativo ci deve essere per forza un rapporto umano, se viene a mancare questo, a mio avviso non si può lavorare insieme. Con artisti con cui a pelle non è scattato quel “qualcosa”, sono stato ben lontano dal fare proposte, quindi per me tutto parte da un rapporto umano”.

Qual è l’evento della tua carriera che più di tutti gli altri hai nel cuore?

“Forse Nameless, perchè il tutto in quel caso è partito da una scommessa, anche lo stage hip hop stesso, che l’anno scorso ha preso vita per la prima volta e quest’anno verrà riproposto, è nato da una scommessa.
Tre anni fa chiamai il patron di Nameless, Fumagalli, chiedendogli se mi dava un giorno dello stage 2. Ai tempi era una tendo/struttura piccolissima, io ho messo insieme un cast di artisti che seguivo senza però fare grossi nomi, c’erano Fred De Palma, Shade, Nerone e ho scommesso che sarei riuscito a riempire proprio quella tendo/struttura, dove nessuno c’era mai riuscito prima. Beh, quel giorno, per un’ora, ho svuotato lo stage 1.
Qualche giorno dopo, Alberto Fumagalli, mi ha rinnovato la fiducia proponendomi di fare uno stage hip hop nella prossima edizione.
Ti dico questo evento perché, forse, è quello dove, più di tutti gli altri, ci ho messo veramente del mio, sono tornato promoter e ho avuto l’intuizione di portare questo genere musicale all’interno di un festival elettronico”.

Chi è Alepuntoebasta?

“Un sognatore convinto di poter cambiare qualcosa.
Lo dice anche la mia dicitura di Instagram “scardinare il sistema, refreshare il movimento e nel frattempo emettere qualche fattura”. Io lavoro per la musica, per il bene della musica e cerco di scardinare alcuni sistemi della discografia italiana che vanno avanti da anni, tra cui favoritismi e porcherie varie. Sono contro tutto questo sistema e spero di poter cambiare questo movimento musicale.
Penso che, in questo momento storico, l’artista non abbia bisogno della Major. Per me, all’interno di queste multinazionali, c’è spesso uno spreco di tempo, i loro tempi per dare una semplice risposta, sono anche di una settimana e questo rallenta enormemente l’artista nel suo lavoro.
Inoltre, il tipo di supporto che possono dare in ambito mediatico e di marketing, si può dare tranquillamente in autonomia tramite contatti. Poi penso che molte delle figure che ci lavorano all’interno, siano li solo per un lavoro e per uno stipendio a fine mese e non spinte da una reale passione. Tutto questo per me è estremamente dannoso e nocivo per l’artista.
Io credo che, realtà indipendenti o distributori digitali come Believe, siano in grado di fare gran parte del lavoro di una Major con costi e rapporti lavorativi molto diversi e sicuramente migliori.
Sono anche un po’ contro ai rapper/manager, secondo me il rapper deve fare il rapper e il manager deve fare il manager.
Non sono neanche favorevole agli artisti emergenti che fanno le aperture ai live di quelli più importanti, perchè io parto dal presupposto che se faccio il booker, devo essere il numero uno e se uno fa il rapper deve essere il numero uno. Fare le aperture per me crea un’enorme divario tra chi le fa e chi canta dopo”.

C’è un pezzo del rap italiano a cui più di tutti sei legato?

“Puro Bogotà” dei Club Dogo perché quando lo ascoltavo, sognavo. Volevo assolutamente entrare in questo mondo”.

Cos’è l’hip hop per te?

“Una cosa che mi fa stare bene, io vivo di questo e mi sento di incarnarlo per certi suoi valori. Quando mi sveglio la mattina, non ho mai il peso di alzarmi, anzi, spesso la domenica mi pesa stare a casa e non venire in ufficio. Sono operativo sempre perché mi piace quello che faccio e non mi pesa assolutamente”.

Come ti vedi tra dieci anni?

“Non mi vedo nella musica, ma sicuramente con un sacco di dischi d’oro dietro la mia schiena.
Non mi vedo più nella musica perché avrò raggiunto risultati talmente alti, che poi non avrò più stimoli per fare cose nuove. Il mio prossimo lavoro sarà il procuratore di un calciatore.
Quando ho iniziato a fare questo lavoro, mi ero dato l’obiettivo di fare un disco d’oro e ne ho fatti cinque.
Ora, il mio prossimo obiettivo è quello di portare Ghali al Coachella entro due anni e forse, quando avrò raggiunto anche l’obiettivo Coachella, non ne avrò altri e lavorerò nel calcio”.

C’è un’artista con cui non hai lavorato e con cui invece avresti voluto lavorare?

“Sfera Ebbasta.
Sono molto dispiaciuto di averlo intercettato in tempi non sospetti, quando nessuno sapeva chi era, ma purtroppo non sono più riuscito a lavorare a quel progetto. Forse l’unico rimpianto è lui perché, oltre a essere molto gasato dei suoi pezzi, anch’io ho la sua stessa passione per la moda. L’avevo intercettato e indirizzato, però mi è scappato e mi dispiace. Se un giorno venisse da me, lo prenderei subito, la colpa è sola mia, di non essere stato magari abbastanza convincente, ma ho dovuto competere con un colosso, che è Roccia Music di Marracash e Shablo”.

L’angolo SHanpista – Dimmi un pettegolezzo del tuo ambiente.

“State attenti a YouTube, al canale Tanta Roba tra il 15 e il 28 di febbraio”.

L’angolo della PuttHana – Perché i rapper dovrebbero lavorare con te?

“Per la trasparenza che garantisco.
Preferisco sempre che siano gli altri a dirlo, ma se ti devo dire il valore in assoluto per il quale penso di avere qualcosa in più degli altri, è sicuramente la trasparenza.
Io vedo molta scorrettezza in questo ambito del booking”.

Durante questa chiacchierata con Alepuntoebasta, gli ho detto “tu sei un veggente, ci vedi lungo sugli artisti” e “hai un po’ la faccia da culo”, lui mi ha risposto “assolutamente sì è uno dei miei punti di forza”.
Ecco, io credo che i suoi punti di forza siano un’enorme passione per questo mondo e genere musicale, una grandissima umanità e rispetto, qualità assolutamente rare da trovare in chi fa questo lavoro, uniti a un’indiscutibile senso per il business e al pensare sempre in grande, sia per lui che per i suoi artisti, qualità che lo hanno portato a raggiungere grandissimi risultati e che sicuramente lo porteranno ancora oltre.
Lui ci crede, ci mette il cuore e da’ tutto se stesso in prima persona, perchè per lui non è solo lavoro, è la sua vita, il suo sogno e la sua passione.

https://www.instagram.com/ale_puntoebasta/

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Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso.