Plant
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In un pomeriggio di gennaio ero nella mia vecchia casa, a Milano. Era inverno e faceva freddo. I fondi di caffè sulle tazze erano tanti quanti i mozziconi disseminati nei posaceneri sui davanzali delle finestre. La voglia di studiare era molto poca, il tempo per ascoltare musica invece non era mai abbastanza. Ora come allora. Riempivo il silenzio e la noia di un pomeriggio come tanti altri.

– “Manu che palle, leva sta roba da depressi
– “Ma che c…?
– “Stoppa tutto e ascoltati al volo questo rapper, è di giù. Plant se non sbaglio
– “Ce l’hai youtube? Subito dai, vai vai vai

No non vivevo con Antonio Dikele Distefano, ma il filtro arancio-Tedua è al passo con i tempi e sui ricordi funziona sempre bene. Digitai allora per inerzia le poche lettere, cliccai il primo video a caso e mi ritrovai catapultata nell’incubo di questo ragazzo. Pillole, sangue, alieni, dottori. Un manicomio hardcore per la dipendenza da menzogne insomma, come il titolo del pezzo faceva intuire. Tutto regolare, se non fosse che leggendo tra i commenti scoprii avesse compiuto da poco i 16 anni. Ma facciamo un passo indietro.

Dal vangelo secondo la storia del rap, è dai tempi della creazione che sull’approccio al genere si applicano delle variabili e delle costanti. Luoghi, età, circostanze, mode, tematiche, stili rientrano nelle variabili. Per il secondo elemento di equazione invece tutto è riconducibile ad una ed una sola costante: cioè che esistono solo le variabili. Al principio c’è insomma chi parte dal freestyle in strada e chi scarica la strumentale da youtube e impara a rimarci sopra. I più fortunati trovano gli amici che gli fanno le basi o che diventano la base per fondare una crew. La chiave di volta è spesso il contesto, sociale e urbano, il resto viene compensato dalle inclinazioni del proprio ego. Sembra quasi uno di quei tutorial di Rap per principianti, ma la verità è che niente è facile come sembra. Anche il Fight Club del rap è e sarà sempre gratuito, non si pagherà mai per entrare. Ma se entri combatti, e lo fai perché sai di poterne essere capace. Questo poi non è detto che basti, perché “certe volte fai una cosa e finisci fottuto. Certe volte sono le cose che non fai e finisci fottuto” uguale. La trafila è bella lunga e i caduti di guerra sono tanti.

Se poi riduciamo il ring al quadrilatero Milano, Torino, Roma, Napoli, non è difficile capire quanto le variabili spazio-tempo incidano sulle prestazioni degli aspiranti di tutta Italia. Scommettere sul proprio talento può essere una bella spinta, ma quando i feedback vengono a mancare restare in gara diventa per pochi. Il podio sembra inaccessibile ai più, perché chi c’è già sopra ne ha dovuta fare di strada per arrivarci e col cazzo che vorrà mai scenderci. E qui si arriva allo Scisma della Chiesa, spartiacque che separa l’oro dal fango. Sottovalutare la forza del ricambio generazionale ed adagiarsi sull’eco di vittorie storiche ma superate è un pensiero da perdenti. Prendere in considerazione l’idea che non ci sia niente di statico, che tutto vada a pezzi e che reinventare il passato possa dare valore aggiunto al presente, bè questo è un pensiero da vincenti. La parabola da ricordare resterà sempre e comunque una: “più in basso cadi, più in alto volerai. Più lontano corri, più Dio ti vorrà indietro”. E se Dio non esiste, saranno gli altri a volerlo.

Quando parlo di ricambio generazionale parlo proprio dei figli di mezzo, quelli cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi degli schermi, quelli addestrati dal web a credere solo nei grandi numeri. A contare è la contraddizione provocatoria del personaggio, non più l’umanità della persona. A chi importa davvero chi c’è dietro quelle bandane anni ‘90, quei borselli Gucci, quegli occhiali Versace? Quando la DPG si autoesalta in termini come “noi siamo la moda”, centrano in pieno il fulcro della questione. Il fenomeno che incarnano è tragicamente di passaggio, come tutto. Artisti come loro sono l’essenza di questa nuova generazione, dove ogni attimo può essere quello giusto per fare la storia, non importa a quali compromessi dover scendere con se stessi.

È esattamente in questo mare di premesse, riflessioni e incertezza generale che riprendo in mano il discorso Plant. Oggi quel ragazzo ha 17 anni, si chiama Francesco ed ha più capelli, anelli e strati di felpe addosso di quanti ne ho visti passare nei suoi video durante questo lasso di tempo. Si presenta in umile veste di “ragazzo come tanti” della sua età, un adolescente che va al liceo e che ha una vita forzatamente regolare. Non viene dalla strada, ma questo non lo rende sicuramente meno affamato degli altri. E non mi riferisco al kebab che ha tra le mani mentre mi parla. Al contrario.

La piatta quotidianità che vivo qui ogni giorno è scandita dai ritmi scolastici, ed  è una roba frustrante. Nella gran parte dei miei coetanei vedo come una sorta di rassicurazione il fatto che ci sia ancora qualcosa di esterno ed imposto che gestisca le loro vite. Gli obiettivi più a lungo termine sono i voti alti nei compiti in classe e nei quadri di fine anno. Le gratificazioni maggiori le ricercano nella soddisfazione social – sorrisetto sarcastico – scusa, sociale! più che reale, spesso di basso profilo, e nei rapporti di circostanza e profitto con amici a breve termine e con l’altro sesso. Poi arriva il weekend e si va a bere, a fumare, a ballare. E si chiude così l’ennesimo cerchio di un ciclo che sembra infinito. A me tutto questo sta stretto e non intendo accettarlo. Fare rap, questo voglio davvero che sia l’obiettivo, il punto di partenza e il punto di arrivo. La ragione per cui svegliarmi la mattina, lavorare al massimo delle mie prestazioni, sentirmi riconosciuto e gratificato. La scuola mi ha insegnato soltanto a scrivere e ad escludere le strade su cui non voglio camminare. Per tutto il resto, sto solo aspettando che questa routine vada a farsi fottere.

E già qui vedo crollare l’immagine di “ragazzo come tanti altri”. Ma è una contraddizione di cui non gliene si può fare una colpa. Avere chiara in mente un’idea di sé che si diversifichi da ciò che ci gira attorno, bombardati come siamo da miliardi di canoni standardizzati, al giorno d’oggi è davvero dura. Così come lo è avere una visione d’insieme sul proprio futuro di già larghe vedute e parlarne con così tanta convinzione a soli diciassette anni. Sicuramente lucida e chiara è la lettura della società in cui vive e il biasimo che ne fa tra le righe di “Non è gossip”, il suo ultimo pezzo. Eppure mi accorgo che nonostante tutto, nella sua lirica, si mantiene ancora molto in superficie. Come se sul parlare intimamente di sé esprimesse ancora qualche riserva.

Quando ho cominciato questa cosa del rap e prima ancora di conoscere Sunken, non ero pienamente cosciente di cosa stessi facendo all’inizio. Lo ascoltavo tra tanta altra musica, le battle su Mtv Spit mi gasavano parecchio, credevo banalmente fosse un genere facile e accessibile. Insomma quando ho iniziato a buttare giù le prime rime, vendibilissime alla sagra della banalità, lo facevo quasi per gioco. Poi ho conosciuto Sunken, siamo entrati immediatamente in sincronia e per entrambi ha smesso di essere una stronzata. L’abbiamo presa talmente sul serio che oggi siamo ancora qui e ti sto parlando ancora di Plant, con l’orgoglio di essermi trovato persino a condividere il palco con i Dope DOP, Nerone, Bassi Maestro, Dj Shocca. Chi l’avrebbe mai detto due anni fa. Chissà come andrà più in là. Con il tempo la tecnica, il flow, i contenuti si sono chiaramente evoluti insieme alla mia persona, ma nei pezzi non amo ancora parlare intimamente di me. Quel momento arriverà, poco ma sicuro, ma per ora lascio che sia il mio sguardo sulle cose a farlo per me, non so se mi capisci. Un po’ come quando parte il pezzo in disco: il drop te lo devi guadagnare in pista. Sto tirando la corda più che posso perché quando arriverà il momento giusto butterò fuori tutto il meglio che ho dentro, anche il meglio del peggio se necessario. Questo sia nelle strofe che nell’approccio al lavoro che sto facendo per arrivare dove voglio. Vado avanti come se non ci fosse un domani, anche quando sembra che siano più i cazzi che prendi che quelli che dai. Poesia vernacolare, tranquilla.

Ciò che leggo nei suoi occhi, quelle poche volte in cui non si perdono tra i capelli e il fumo di tremila paglie che inonda la mia macchina, è qualcosa di molto particolare ed intenso. Vedo l’entusiasmo di chi parla di ciò che ama davvero e non se ne vergogna, la consapevolezza del rischio di poter perdere tutto da un momento all’altro, la serietà nel voler saper vendere un sogno, il suo. Il tutto inserito in uno stato mentale di ricerca e lotta contro il tempo che non basta mai, i mezzi che non ci sono, i luoghi che sono quelli che sono.

Ogni cosa in questa vita ha provato a confondermi. La scuola, la famiglia, le mode, la mentalità a vecchio stampo delle mie zone, il giudizio sempre in bocca alle teste di cazzo del web, tutto. Non è stato facile tenere botta a quest’onda d’urto con le spalle di un semplice adolescente, come puoi immaginare. E forse quest’onda potrà solo alzarsi di più nel tempo. Ma finchè la vedo, riuscirò a trovare il modo di cavalcarla e sulla decisione di restare in gara nel rap sarò irremovibile. Se è vero che la ruota non gira da sola, continuerò a farla girare io insieme alla mia squadra. Siamo riusciti con Sunken e Francesco Viscanti a pensare l’ultimo video “Non è gossip”, montarlo e girarlo in due settimane. Senza un centesimo, nel deserto di locations adeguate della nostra città. Possiamo tutto se lo vogliamo. E il fatto che a crederci ci sia anche un pubblico che mi segue e mi stima, alza un livello sempre più alto di aspettative che spero di non deludere mai.

Esporsi pubblicamente al giudizio del mondo oggi è una scelta a portata di tutti. Investire nel rap e basare il proprio futuro sull’ipotesi di un successo quantificato in like, sharing, sold out e gold records invece è roba per pochi. Fare previsioni per il futuro è praticamente impossibile. Prendere atto di ciò che si muove fuori dal quadrilatero e dare spazio alle voci di periferia che crescono e iniziano a prendersi ciò che gli spetta è doveroso.

Una cosa sento sicuramente di doverla dire sul piccolo Plant: il suo nome è forte e bisognerà tenerne conto.

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