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Ho guardato la prima apparizione pubblica di Hillary Clinton dopo la clamorosa debacle elettorale.

L’occasione era un evento della fondazione Marian Wright Edelman, un’organizzazione benefica a tutela dei minori, ed è stato proprio grazie all’intercessione della presidente dell’associazione che Hillary Clinton ha, per sua stessa ammissione, lasciato il castello dentro il quale si era rinchiusa dopo quella sconfitta al sapore di 5 maggio. Bill Clinton nel ruolo di Ronaldo a piangere in panchina. Vinceremo, vinceremo e poi…

Ha vinto l’altro.

La dovuta premessa è che, politicamente parlando, pochi personaggi nel mondo mi disturbano più della sopracitata senatrice. Io, ad esempio, avrei votato Trump. Sono uno di quei folli che avrebbero votato per la bella bionda, dalle molte idee bizzarre, nella lucida e sadica consapevolezza che, se devo affondare, preferisco farlo con un malvagio dichiarato gridando vaffanculo a quell’establishment che ha distrutto il mondo.

Si potrebbe parlare per ore di come le moltissime e strumentali accuse rivolte al magnate, tutt’altro che esente da colpe o critiche, siano molto più calzanti nei confronti nel passato politico di Hillary e della appena terminata amministrazione Obama.. Potrei andare avanti per ore. Non vi convincerei mai e, francamente, non me ne frega un niente.

La cosa che però mi ha colpito guardando la senatrice è stata la sofferenza fisica e mentale trasmessa dal suo sguardo e dal suo linguaggio del corpo. Ve la ricordate la Clinton dei dibattiti televisivi? Più tirata a lucido di un Airox davanti alle giostre del Sabato pomeriggio. Un lavoro di calcestruzzo talmente pregevole da farti considerare, anche solo per un secondo, la categoria grannies di Youporn. Ecco, dimenticatela. La vecchietta che è apparsa sul palco l’altra sera aveva tutte le caratteristiche di qualcuno tirato su a forza di psicofarmaci e messo innanzi a delle telecamere dalle quali non avrebbe voluto fare altro che nascondersi. Tipo gli allenatori dell’Inter dopo le partite per intenderci. Ho provato pena sincera. Se solo avesse mostrato un decimo di questa fragilità e umanità durante il corso della propria carriera politica potremmo forse essere qui a raccontare un’altra storia. Il modello donna in carriera “col le palle” alla lunga non fa altro che romperle, le palle.

“Il re è nudo” narrava Andersen. Hillary, cara grazia di Dio, è vestita ma, nonostante questo, si mostra davanti alle telecamere in uno stato post-esorcismo tipico di chi ha costruito tutta la propria vita all’inseguimento di un ruolo che, per fortuna dico io, non rivestirà mai.

Il suo desiderio di Casa Bianca era talmente grande da darle la forza di sopportare persino il marito, maialone Bill. Stoica.

“Ci sono stati momenti in cui ho pensato di non uscire mai più di casa”, si lascia sfuggire durante il discorso. La platea americana, confermandosi ancora una volta non particolarmente sagace, ride come se si trattasse di una battuta. L’unica a non ridere è proprio Hillary. Il pensiero le è seriamente passato per la testa e chi ha vagamente studiato il personaggio può facilmente immaginare come le possa essere passato anche di peggio.

Si dice spesso che le vittorie non insegnino nulla e di come dalle sconfitte, invece, si impari molto. E’ una frase che ripetono specialmente quelli che vincono sempre ma è vera come poche cose. Cara Hillary, probabilmente per la casa bianca il treno è passato ma diciamocelo, per il benessere della tua anima, credo sia stato meglio così. Lascia all’unto Donald l’onere di sporcarsi nella melma burocratica a stelle e strisce. Lui, come a tutti quelli a cui la f**a piace troppo, un’anima non l’ha probabilmente mai avuta.

Ps Un minuto di silenzio per Bill Clinton che ha deciso di votare per la moglie SOLO nella speranza di un p*****o della Madonna. #maiunagioia #JesuisBill

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.