Doro Gjat: con Vai Fradi é lui l'Hip Hop in Friuli
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Doro Gjat: con Vai Fradi é lui l’Hip Hop in Friuli

Doro Gjat - Vai fradi Cover

In Friuli Venezia-Giulia l’Hip Hop non è certo di casa e solo negli ultimi anni, grazie alla sua esplosione mediatica, ha iniziato a raggiungere proprio tutti. Nei suoi anni più bui, però, c’era un gruppo che sapeva fare buona musica, anche senza chiamarlo Hip Hop, che attirava un sacco di gente sotto i loro palchi: loro sono i Carnicats e oggi vogliamo parlarvi del loro frontman, Doro Gjat, in uscita con Vai Fradi, il suo primo album da solista. Il suo nome non é sicuramente tra i Big della scena, magari molti di voi non l’avranno mai sentito nominare, ma vi possiamo assicurare che Doro Gjat é un artista a cui vale la pena interessarsi, da scoprire, e quale miglior modo per farlo se non leggere questa piacevolissima intervista? 
E poi guardate che lo zio del cugino di sua madre è stato in carcere, quindi occhio gente di strada!!

Partiamo subito in quarta… Vai Fradi. Cos’è? Mi spiego meglio: è il tuo primo disco da solista, ma cos’altro è…?

In realtà è un’ottima prima domanda! Fradi è una parola che in lingua friulana significa ‘fratello’. Quindi, tradotto alla lettera, sarebbe ‘vai fratello’. E’ una cosa che dico sempre ai concerti, alla gente che sta sotto il palco. Nasce così, un po’ per caso, una specie di ‘claim’ che sintetizza in un’espressione il concetto più ampio di ‘scatenarsi’, fare ‘casino’. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere il disco ho poi ampliato il concetto, l’ho elevato a una sorta di stato mentale che sintetizza perfettamente il tenore emotivo nel quale mi trovavo quando, quasi due anni fa, ho cominciato a lavorare a “Vai Fradi”. Ero a un punto della mia crescita in cui mi sentivo insoddisfatto: personalmente, professionalmente e (soprattutto) musicalmente. E’ stato allora che mi sono detto “datti da fare perché il momento per spremere qualcosa da tutto ciò è adesso! Vai fradi!”. Capisci? E’ diventato una specie di slogan motivazionale, un invito a svegliarsi e a prendere la propria vita in mano. Pensa te che razza di pippe mentali che sono in grado di farmi! (ride)

Mi è parso (e dico parso perché io e il friulano non andiamo troppo d’accordo) di poter leggere Vai Fradi come un disco sulle radici, sulla propria terra; un argomento che tu hai avuto sempre molto a cuore anche con i Carnicats.

Il tuo friulano è meno stentato di quanto pensavi, bravo! Anche se, secondo me, lo hai dedotto dalle strofe che sono tutte in italiano e adesso ti spacci per poliglotta per fare bella figura! (ride) A parte gli scherzi, sì, hai decisamente ragione: l’appartenenza territoriale ritorna in parecchi pezzi del disco, tra cui la title track (e primo singolo) che vuole pesantemente calcare la mano su questo aspetto. L’attaccamento alle mie radici è una cosa che sento un sacco mia, sia nel mio disco sia (come facevi ben notare) in alcuni dei vecchi brani dei Carnicats. E’ un’ispirazione, è un segno distintivo ed è anche una sorta di missione: quella di raccontare la vita in provincia, la monotonia delle sue serate e la poesia dei suoi paesaggi. E sono sicuro di non parlare solo per i friulani ma che è così in tutta la provincia italiana. E’ solo questione di tempo prima che il resto d’Italia si accorga che non ci sono solo le grandi città ma che esiste un enorme sottobosco di realtà interessanti e artisticamente produttive. Alcuni nomi stanno cominciando a emergere, sono molto fiducioso che sia un fenomeno in aumento, soprattutto nell’hip hop. Per quanto lontane dalle luci della ribalta, le realtà di provincia hanno molto da dire. E prima o poi troveranno un modo per far sentire la loro voce, ne sono sicuro! Il fatto che siamo qui a parlarne è già un inizio.

Da dove è nata questa tua necessità di un disco da solista? Cosa ti ha fatto dire “ok, è il momento”?

E’ stato una sorta di flash, un momento di consapevolezza improvviso: dopo anni di palchi coi Carnicats e di vari progetti andati parecchio bene qui in regione (abbiamo all’attivo due album ufficiali, due mixtape e un EP) ho sentito che era il momento di fare un giro di boa e di mettermi in gioco come solista. Il primo singolo “Ferragosto” è stato recepito molto bene in Friuli e mi ha dato una bella botta di autostima: ho riordinato le idee, raccolto un bel po’ di collaboratori e cominciato a buttare giù le prime idee. Da lì è stato un procedimento naturale e i pezzi hanno preso forma praticamente da soli. Mi sono usciti dalla testa a getto continuo, segno proprio che avevo solo bisogno di un input iniziale e tutto poi sarebbe andato al suo posto. E così è stato.

L’album è mixato e masterizzato da Squarta dei Cor Veleno; ma i nomi dei producer che ci sono dentro non sono esattamente quelli che ti aspetti di trovare in un album Hip Hop. Vai Fradi è un album Hip Hop?

Domanda trabbocchetto? (ride) No, non penso che lo sia. Non nel suo risultato finale, se non altro. La forma d’arte attraverso la quale mi esprimo rimane il rap e le mie radici all’interno della cultura sono parecchio evidenti. Se ci presti attenzione, all’interno dei testi ci sono parecchi richiami, a partire proprio dalla prima traccia, dove cito Neffa. So da dove vengo, ecco. Solo che spero di andare in una direzione personale, senza sottostare troppo a quel sottobosco di regole non scritte che chi fa hip hop conosce molto bene e che sono tuttora un topic molto discusso negli ambienti legati alla cultura. Io personalmente non ho dato molta importanza agli stilemi tipici del genere durante la scrittura di “Vai Fradi” ma, anzi, ho cercato un mio modo di approcciare la musica, anche a costo di far storcere il naso ai puristi. Esa in “Lotta Armata” diceva che l’hip hop è un mezzo, non un fine. Ecco, quella barra per me è stata fondamentale: mi ha dato la conferma che una forma d’arte con una tale forza espressiva dovesse essere un mezzo per esprimersi per quello che si è, in linea con il concetto di keep it real. Ed ecco perché faccio il rapper montanaro che parla di casa sua. Perché parlare d’altro sarebbe una forzatura che snaturerebbe l’essenza stessa dell’hip hop.

Sveliamo il mistero una volta per tutte! Cosa significa Doro Gjat?

Doro è l’abbreviazione del mio cognome, il modo in cui mi chiamano gli amici da sempre. Gjat invece significa ‘gatto’ in lingua friulana ed è intimamente connesso al concetto stesso che sta dietro il nome del mio gruppo, Carnicats. Nella provincia estrema nella quale siamo nati e cresciuti (in Carnia) eravamo veramente quattro gatti ad ascoltare hip hop negli anni ’90. Quattro, letteralmente. Quale nome più azzeccato, quindi?

Angolo Marzulliano: Fatti una domanda e datti una risposta

D: cosa consigli di fare a chi visita il Friuli Venezia-Giulia?

R: assaggiare il frico (torta salata di patate e formaggio) e venire a un concerto della Carnicats Live Band!

Angolo della PuttHana: Prostituisci il tuo disco!

Ragà, compratevi “Vai Fradi”: è pieno di trappate, io faccio un sacco di extrabeat velocissimi e lo zio del cuggino di mia mamma una volta è stato in carcere, quindi ho pure la street credibility!

Angolo della Shampista: Regalaci un pettegolezzo

Parecchi anni fa abbiamo aperto un live dj set dei Crookers. Io mi sono sbronzato violentemente e ho attaccato una pezza incredibile a Phra perché sostenevo che aveva “il dovere morale di ascoltarsi il nostro disco.” Col senno di poi, nel caso in cui lo abbia lanciato dal finestrino appena entrato in autostrada, non posso che essere d’accordo con lui.

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Giacomo Jack Frigerio
Classe 1993, Giacomo Jack Frigerio vide per la prima volta la luce in Monza e da allora vi vive più o meno stabilmente. Dopo un percorso scolastico travagliato capisce che le cose che li vengono meglio sono scrivere e sputare sentenze; da allora si dedica ossessivamente a queste due. Opinionista per Hano.it dal 2015 e frequentatore assiduo di osterie, trattorie e vinerie; tra i suoi hobby potete trovare: l'hip hop, la musica, le tavolate di amici, poltrire e guardare la pioggia da un luogo asciutto