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Sono stato al live dei Club Dogo a Milano. La prima volta che li ho visti era sempre a Milano, ma al live dei SangueMisto. Credo fosse il 1995. In mezzo si trova tutta la carriera dei Club Dogo e 20 anni di Rap italiano. Alt. Questo è un pezzo a favore del trio, lo dico subito. Anzi, voglio azzardare una riflessione quasi irriverente: i Club Dogo sono ancora quelli di Mi Fist. E vorrei discutere con voi.

Quel giorno, al concerto dei SangueMisto, c’era Jake, al tempo ancora Fame, che faceva freestyle, ma non sul palco. Sotto. Insieme a quelli della PM e LK Crew. Io ero un minchione ma giravo con quelli del Santa Marta di Milano per cui mi capitava di essere in situazioni del genere. Di quella sera, di Jake, ricordo l’allegria e un grande sorriso, oltre che una tecnica già non indifferente.

È cambiato il lato del palco, son cambiati i numeri, son passati anni, ma io ho ritrovato in Jake l’altra sera la stessa aria allegra, lo stesso sorriso e la stessa tecnica. Lo stesso impatto, la stessa incisività, di quando si dimenava scambiandosi rime sotto il palco di Neffa e Deda.
La stessa strafottenza anche. Che è più consapevolezza, ormai. Di chi le sente le critiche, sicuro. E magari ci rimane anche male. Ma sa godersi la vita per quel che è. Consapevole di aver lavorato bene.

Quello che penso dei Dogo, del successo dei Dogo, delle critiche ai Dogo e al loro successo l’ho scritto un paio d’anni fa dopo l’uscita di Noi siamo il Club in un pezzo dal titolo “I Dogo al Numero 1! A morte i Dogo.”  Da cui cito:

Se il tuo rapper preferito, che ascolti solo tu, che fa rime fichissime nella sua stanzetta, un giorno esce dalla camera, basta. È un venduto, quelle rime non sono più fichissime.

Dentro questa evidente stortura logica c’è il senso di tutto il Rap italiano. Che non è basato sul peace, unity, love and having fun. Ma sul fastidio.
È evidente.
Un fastidio che ti porta a odiare chi amavi. I Dogo sono lo zenit di questo atteggiamento.
Eppure hanno avuto una sola colpa: essere cresciuti.
È fisico, fisiologico. Qualunque lavoro tu faccia, se ci pensi, oggi non lo fai come quando hai iniziato.

Ovviamente il critico, un po’ annebbiato, se la prende dicendo che a far le rime Jake non è più quello di Mi Fist, Gue’ non è più quello di Mi Fist.
Eppure è innegabile che Jake, nei suoi dischi e altrove, sia ancora un fuoriclasse, Gue’ pure, e DonJoe, dai, ora è un produttore ancora più forte di 10 anni fa.
Vorrei soffermarmi su una considerazione. Spesso sento dire, sui forum ma anche tra gli amici, che oggi i Dogo fanno schifo e che all’inizio fossero meglio. Ok, può essere. Ma la mia domanda è: i Dogo di oggi sono ancora superiori ai ¾ della Scena?

Spesso si confonde il “mi piacevano più prima” con lo “sono scarsi”. Non sono scarsi. Ti piacevano più prima e bona lì. Ma se uscisse oggi uno sconosciuto con le rime, il flow e la tecnica di uno dei tanti bistrattati dischi “Che bello essere noi”, “Noi siamo il Club”, “Non siamo più quelli di Mi Fist” urleremmo al nuovo fenomeno.

Lo capisco che la mitragliata di rime e gli incastri di Tana 2000 siano indimenticabili e, giustamente, avvolte nella nostalgia e nel rimpianto. Ma cercando di essere obiettivi la realtà è che sono cresciuti loro, siam cresciuti noi. A volte i piaceri cambiano. “Ogni lustro si cambia gusto”, diceva mia nonna. È la vita. Non è vero che i Dogo non sono più quelli di Mi Fist. Son quelli di Mi Fist, 10 anni più grandi.

Matteo Fini

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