Loading...

Invitati ieri sera al concerto di The Game, ci siamo recati al Fabrique, nuovo locale milanese che da qualche mese fa status e tendenza ed ospita gli eventi più importanti del giro musicale italico, senza ovviamente dimenticare il circolino dorato dei supervip del rap nostrano.

Entrando l’aria era già calda: ragazzini bardati in maniera casuale, un mix tra un giocatore di basket pronto ad entrare in azione in un playground e il tipico ragazzo di quartiere che fa brutto, adulti che si muovevano senza sapere come mai si trovassero lì ed altri soggetti vari ed eventuali, più o meno pittoreschi.

Il dj suonava, la gente era sotto al palco come se ci fosse un concerto, mani alzate a tempo ed esaltazione ai massimi livelli: non è un buon segno, quando il dj mette la musica, di solito, è uso ballare, non alzare gli accendini e urlare come se sul palco ci fossero veramente gli artisti a performare. Vizio tipico dell’italiano nel locale, ma andiamo avanti, il meglio deve ancora venire.

Dopo una breve esibizione di un paio di artisti targati “Blood money” sale sul palco The Game, il quale comincia una performance dalla quale pressoché tutti i nostri cantanti, dovrebbero prendere spunto, per grinta, presenza, voce; fino a qui tutto bene, poi la tragedia: Game comincia a parlare. Inizia a raccontare dei problemi riguardanti l’ultima serie di omicidi avvenuta negli ultimi sei mesi negli Stati Uniti, che vede coinvolti ragazzi di colore tra le vittime tutti abbattuti da poliziotti bianchi, tutti in condizioni dubbie. E come ad ognuno dei suoi ultimi live, ad un certo punto, chiede per favore alla folla di indietreggiare un poco e poi di stendersi sulla schiena, per una foto: è il modo in cui si sta protestando in America in questi ultimi tempi e il cantante di Compton è uno dei più attivi dal punto di vista sociale riguardo a questo argomento.

Indovinate la reazione. NESSUNO o in minima parte, pochissimi, capiscono la richiesta. La gente si guarda stranita, ride, lo filmano con il cellulare; Game è un po’ abbattuto, frustrato, continua a ripetere “lay down on your back, please, it only takes 10 seconds, please it’s for a right cause“. Questo sipario si protrae per un buon 10 minuti, in pochissimi si stendono e questo solo dopo aver visto i ragazzi sul palco col cantante, fare la stessa cosa.

L’unico commento che mi è sorto spontaneo fare è: vergogna!

Vergogna, perché vi presentate ai live di americani senza sapere una parola d’inglese, ripetete come pappagalli sgrammaticati, testi dei quali non conoscete il significato e probabilmente nemmeno vi interessa, l’importante è che faccia status farsi il selfie al concerto dello straniero statunitense di turno.

Vergogna, perché in un’età media compresa tra i 18 e i 30 anni, non sapere una parola d’inglese oltre al comando: “put your hands up”, è un fatto dissacrante, da quarto mondo.

Vergogna, perché sempre nella suddetta età, non leggere un giornale, un quotidiano, non seguire un telegiornale, dove per quanto viga la mala informazione, questi fatti riportati da Game ieri sera, sono in evidenza già da un po’ di tempo.

Vergogna, perché il 90% dei presenti ieri sera, è lo stesso che si lamenta della mancanza di lavoro e dello Stato ladro, ma quando bisogna rimboccarsi le maniche per migliorarsi, non fa nient’altro che accusare qualcun’altro per la propria mancanza e per i propri fallimenti.

Vergogna, perché siamo a Milano, la città più internazionale d’Italia, dove tra qualche mese inizierà l’Expo il quale comporterà la visita della città da parte di migliaia di stranieri e probabilmente, vi esprimerete a gesti e suoni gutturali per accoglierli, cercando di fregarli sui prezzi, credendovi furbi.

Vergogna, è tutto quello che mi viene da dire: ieri sera mi sono sentito piccolo piccolo, rispetto ad un cantante che per una volta, a differenza della maggior parte della nostra scena, ha trasmesso un messaggio importante e sta viaggiando per il mondo cercando di diffondere un tipo di disagio che a noi tocca solo quando a morire per mano delle istituzioni, sono degli italiani.

Ciechi ed ignoranti, sostenete l’hiphop facendovi canne in mezzo ai locali che ospitano gli eventi, pensando di essere ribelli, ma vi meritate tutto quello che capita in questo Paese che evidentemente, non è rovinato solamente dalla mala gestione politica, ma anche e soprattutto dalla maggior parte di chi lo popola, di chi lo vive, da chi pretende di avere tutto senza fare un cazzo per guadagnarselo.

Ieri mi son sentito piccolo piccolo e mi sono vergognato; forse è tempo che lo facciate anche voi.

Loading...
Condividi
Vitto
Vittorio Bianco classe 1987, piemontese di nascita e milanese d'adozione, si appassiona al rap americano nei primi anni del 2000 e fonda un blog satirico sulla musica hiphop italiana, ormai chiuso, insieme ad un suo amico d'infanzia. Nel 2010, dopo aver conosciuto i fondatori di Hano.it inizia a collaborare col portale in qualità di recensore. Per Hano ha svolto compiti di reporter ai live, pubbliche relazioni, stesura articoli e così via, fino ad arrivare grazie ai suoi studi giuridici, ad essere anche responsabile dell'ambito legale del sito internet. Si occupa principalmente della gestione della sezione Lifestyle.