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In questo periodo in cui escono rapper con la stessa frequenza con cui escono le lumache dopo la pioggia, a me mancano i Club Dogo.
Si stava davvero meglio quando si stava peggio? Solo a me mancano i Club Dogo?
Sempre più di frequente mi ritrovo a mettere in macchina uno dei loro cd, da “Mi Fist” a “Che bello essere noi” passando per “Dogocrazia” e “Noi siamo il Club“, e non solo, mi ritrovo, cellulare alla mano, a riguardare i video che ho fatto al loro ultimo concerto a Milano nell’ormai lontano luglio 2015.
Quanta emozione quando sulle note di “Mi-Bastard“, alle 22.30 passate, con 40 gradi all’ombra, Jake La Furia, Gué Pequeno e Don Joe sono saliti sul palco…
Un bastardo, un bastardo di Milano.. dove vivo c’è il cielo bianco che aumenta l’apatia del branco e frá sono cresciuto nelle panche non nel banco.. è un flow che rompe le manette è il suono della piazza, fá il logo del Dogo sulle panette“…

Quella sera, in occasione del loro ultimo concerto, erano saliti sul palco Marracash e Vincenzo da Via Anfossi, e hanno ricordato a tutti noi, con “Puro Bogotá“, qual era la Dogo Gang e che resteranno sempre “Dogo Gang 4eva”.
Epico anche il momento in cui, insieme a J-Ax, hanno cantato “Brucia Ancora“.
Mi avevan detto che sarebbe passata con l’età e invece brucia ancora
E brucia ancora anche per me, che mi ritengo, alla veneranda età di 35 anni suonati, Dogo Fiera per sempre. Io che li amo e li ascolto da sempre, da quando erano ancora Sacre Scuole, da quando erano ancora quelli di Mi Fist e per me, non mi vergogno a dirlo, resteranno sempre quelli di Mi Fist.
Il loro modo nudo e crudo di raccontare la nostra Milano, di raccontare con una certa “ignoranza” il mondo dei giovani e l’italia, le rime di Gué Pequeno che aprivano le loro canzoni con “rimo da quando i frá ti rubavano il Barbour“, io che il Barbour l’avevo e ricordo quando a 15 anni andavo in discoteca a Milano e se non stavi attenta, te lo rubavano davvero.
Sono loro coetanea e sono cresciuta con le loro rime e rivedevo nella realtà della nostra città quello di cui loro parlavano nei loro testi e ora, riascoltandoli, mi sale una certa malinconia e non nego che ogni volta che ascolto un loro pezzo lo faccio con il volume a palla e lo canto a squarciagola.
La loro energia di quando aprivano i concerti con “Spacco Tutto” e la loro “dolcezza” che ci ha regalato canzoni come “Una volta sola” che per me è “L’alba chiara” del rap italiano.

L’ignoranza di credersi migliori degli altri, le “faide” in vero stile hip-hop che non si gestivano sui social, ma con un giovane Gué Pequeno che indossa una maglietta dalla scritta “Io amo Gué Pequeno” dissing diretto a Fabri Fibra e alla sua storica “Io odio Fabri Fibra“.
Erano belli quegli anni, si faceva musica per il piacere di farlo, si sentiva la voglia di arrivare, di emergere, senza sapere dove si sarebbe arrivati, senza il supporto e il feedback dei social, le prime ospitate in televisione, i primi passaggi in radio… sarà che io sono molto legata a loro, sarà che pezzi come “Per la gente” e “Note Killer“, ogni volta che li riascolto, mi danno sempre la stessa emozione ed energia e mi catapultano come un back in the days lampo indietro di 10 anni… anche i più ignoranti e tamarri come “Dance Dance Dance” e “Weekend“, mi fanno sempre sorridere ogni volta che li ascolto e nonostante gli anni siano passati, nonostante, io, come loro e come la musica, siamo cresciuti, andati avanti e diventati maturi, a me continuano a mancare i Club Dogo.

Vedo uscire pezzi come “Bimbi” cantati dai maggiori esponenti della nuova scena del rap italiano e non posso non fare il paragone con “Le leggende non muoiono mai“, non posso non farlo perché, per quanto apprezzi Ghali, Sfera Ebbasta e compagni, io resto legata a loro, ai Club Dogo, a Fabri Fibra e Marracash che insieme e J-Ax e Noyz Narcos con “Don Joe e Shablo che aprono le voci nella schiera” hanno accompagnato i miei anni d’oro.
Proprio l’altra sera, tra una birra e una bottiglia di vino, ne parlavo con gli altri ragazzi di Hano e dicevo loro quanto mi manchino i Club Dogo, riflettevo sul fatto che oggi stanno uscendo tanti rapper nuovi, tanti nuovi dischi e altri generi e modi di fare rap, ma che nessuno, a mio avviso, potrà mai sostituire i Club Dogo o potrà mai essere loro erede.
Uno di loro mi ha detto “secondo me è colpa loro se i tamarri hanno iniziato a seguire il rap, adesso quelli che ci pigliavano per il culo sono quelli che vogliono mangiare sulla nostra cultura spacciandola per loro“…
Questa affermazione mi ha fatto riflettere e da qui è nato il titolo di questo mio pezzo.
Certo, loro, i Club Dogo, tamarri erano tamarri, non si può dire il contrario e sicuramente hanno fatto avvicinare al rap italiano un’altra fetta di pubblico, quella delle periferie, quella che “non va a Ibiza davvero, ma ha l’impianto del Pacha nella jeep“.
Ma è davvero così importante che siano tamarri?
“Tamarro”, “zarro” sono termini così anni ’90 che a me piacciono per questo. In quegli anni c’erano a Milano i sancarlini e gli zarri o tamarri, i primi (di cui io facevo parte non per mia scelta) frequentavano scuole private, tra cui il Collegio San Carlo di Milano da cui hanno preso il loro nome e vestivano firmato, gli altri, gli zarri, andavano alla scuola pubblica, vivevano per lo più in periferia e non vestivano firmati (scarpe Bafalo a parte).
E poi sono arrivati i Club Dogo che, con il loro fare tamarro, sono riusciti a rappresentare e raccontare entrambi i mondi perché loro erano davvero “dalla gente per la gente“.

Detto questo, non credo che sia colpa dei Club Dogo, o forse sì, sicuramente è colpa loro se da ragazzina “per bene” che frequentava uno dei migliori licei privati milanesi, mi sono trasformata in una donna tamarra con tanti tatuaggi quanti gli anni che ho e sicuramente è anche colpa o merito loro se mi sono avvicinata e appassionata a questo genere musicale e come me tanti altri miei coetanei e non.
Del resto come disse Fabri Fibrai rapper che spaccano oggi sono cresciuti sopra due dischi, dal 2004 pompano Mr. Simpatia e Mi Fist“. Ed è vero, sono due album che hanno fatto la storia del rap del nostro paese, che hanno fatto amare e conoscere questo genere musicale, che hanno aperto le porte del rap in Italia e hanno sicuramente spianato la strada a molti altri rapper, sicuramente sono due dischi che hanno segnato un’era e lasciato il segno.
Lo sa bene anche Tannen Records che li ha inseriti nella collana “Vinili doppia H“.

Lo sa bene anche Paola Zukar che nel suo libro “Rap. Una storia italiana” parlando del rap nel nostro paese ha, inevitabilmente, parlato anche dei Club Dogo. “..il loro mondo é l’immaginario di una fetta importantissima di pubblico italiano che voleva e vuole quello che loro portano con cognizione di causa. La poetica nella loro musica è schiacciata tra un certo tipo di ignoranza cafona storicamente italiana e di benessere economico ostentato da discoteca.. Ci hanno fatto vedere e ascoltare di cosa è fatta davvero l’italia. I Dogo non aspirano al meglio, vogliono solo uno spazio al vertice per meritocrazia. Dogocrazia. È sono talmente bravi che se lo sono preso. Raccontando il peggio al meglio, lo rendono cool fino a che tutti ne hanno voluto un pezzo, ma non ne hanno dato una chiave di lettura, non cercano una morale né una redenzione. E gli italiani, per questo motivo, li sentono molto vicini“.
Ai Dogo va sicuramente il merito di aver descritto il nostro paese e la nostra Milano, nel modo più crudo e terra terra possibile. “Questo rap fa brutto come l’ultima corsa sopra la 91“. Chi è di Milano sa quanto vera è quest’affermazione, sa quanto sia mal frequentata quella linea. Ma anche pezzi come “Pes“, che descrive perfettamente le giornate di molti ragazzi passate a fumare e giocare ai videogiochi, o “Chissenefrega“, “Penna capitale“, “Briatori“, “Serpi“.
Loro che riuscivano a mantenere il loro stile nudo e crudo anche in pezzi più dolci come “Tornerò da Re“, “Lisa“, “Amore infame” e “All’ultimo respiro“. “Vorrei rubare i sogni a chi è felice e metterteli dentro la testa” resta per me una delle frasi più belle di sempre, quasi al livello di “sono figlio unico di una madre unica“.
É sicuramente colpa dei Club Dogo se alcuni modi di dire sono entrati nel gergo quotidiano, come “Ciao proprio“, “Bella zio“, “Madama“, “Bima“, “spacco tutto” e molti altri. Ed è ancora colpa dei Club Dogo se intere generazioni hanno iniziato a indossare le Nike, il New Era e a vestirsi di nero, creando di fatto una nuova moda, un marchio riconoscibile, uno status symbol. Del resto “il Dogo sta alle Niker come gli stivali stanno ai piedi di un biker” e “il peggio con il New Era al rovescio“.

A me mancano i Club Dogo, ho proprio bisogno di ascoltare ancora la loro musica, ho bisogno di un back in the days, di un loro nuovo album, di un loro nuovo concerto, di ascoltare che immagine daranno dell’Italia di oggi e della nuova scena rap italiana a ormai tre anni dal loro “Non siamo più quelli di Mi Fist“.
E leggere oggi sulla loro pagina Facebook che “…sí qualcosa bolle in pentola anche sul fronte Club Dogo” e vedere questa immagine, mi ha fatta emozionare al pensiero che i Dogo stanno tornando e che io sarò per sempre Dogo Fiera, bella zio.
 
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Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso. Lavoro nella moda da sempre ma non sono una fashion victim.