Lui è Andrea Georgiu in arte Geo From Hell.
Ho deciso di iniziare il mio racconto su Geo partendo da questa foto perché la prima volta che l’ho visto e sentito suonare, a un avento di Adidas a Milano, sono rimasta senza parole. 
Di solito, agli eventi, non presto molta attenzione ai dj, ma quella sera sono rimasta completamente rapita e affascinata dal suo modo di suonare e ho pensato che fino ad allora non ero mai stata a un vero dj set in vita mia.
Ho fortemente voluto questa intervista, nonostante Geo non sia un dj di musica rap o hip hop, perché secondo me è il numero uno in Italia nel suo genere e perché, dopo averlo visto suonare, ho guardato tutti gli altri dj set in modo completamente diverso.

Chi è Geo From Hell?

“Sicuramente un gran lavoratore, un perfezionista, competitivo e testardo”.

Come ti sei avvicinato a questo genere musicale?

“Tutto ha inizio con l’astuccio porta cassette verde che mio padre teneva sotto al sedile del passeggero della sua Ford Capri. Dentro c’erano i Pink Floyd, i Gennesis, The Shadows, i Queen, i Beatles, Vanghelis, The Air Boys (Dove suonava mio padre), Rolling Stones, Jimmy Hendrix, Erik Clapton ecc..
Crescendo ho iniziato a suonare la chitarra e ad avvicinarmi più al rock moderno (di quei tempi) che presto si trasformò in metal, quindi Iron Maiden, Metallica, Slayer ecc fino ad arrivare al Nu Metal, quindi Limp Bizkit, Korn, Deftones, Rage Against the Machine, P.O.D, Papa Roach ecc..
Non avendo mai avuto di fatto una band iniziai a sentire l’esigenza di produrre musica da solo e fu li plug in dopo plug in, che la cassa in quattro e i synth distorti presero il posto delle chitarre. Da allora la mia evoluzione si è incanalata sulla musica elettronica e alle sue mille sfaccettature. Su tutti una menzione particolare va a Moroder, Daft Punk, Justice, Kraftwerk, Brian Eno, Jean Michel Jarre, Gary Numan”.

Quando hai iniziato a fare il dj?

“A 14 anni mi venne proposto il primo ingaggio dalla discoteca Rock Planet, successivamente andai alla discoteca Vidia, poi alla discoteca Indie dove, fino a quel momento, proponevo prevalentemente rock. Pochi anni dopo mi chiamò la discoteca Bobo di Riccione dove ero “Resident” nella sala rock e fu li che cambiarono le cose. Ogni sera mi passava davanti il dj della pista grande con due borsoni pieni di vinili e questo mi fece incuriosire.
Andai a spiarlo e fu li che capii che l’ unica cosa che volevo nella mia vita era usare in lettori cd e i vinili come faceva lui.
Lui era ALEX EFFE ed è in parte colpa sua se oggi sono Geo From Hell.
Credo che fu da quel momento in poi, da quando ho desiderato mixare un vinile, che ho iniziato a fare il dj”

Come nascono i tuoi pezzi?

“Non c’è una maniera canonica in cui nascono i miei pezzi: cerco sempre di fare il disco che manca all’interno del mio djset, quello che mi piacerebbe suonare ma nessuno ha ancora fatto”.

Come scegli una playlist quando vai a un djset?

“Ho un hard disk con dentro tutta la mia musica; di solito va a sentimento: dipende dal tipo di locale in cui vado, dipende da chi ci è stato prima di me, dipende da come mi sono alzato quel giorno… in verità non c’è una regola: attacco l’hard disk, guardo le ultime novità e cerco di unirle ai miei dischi preferiti che so che potrebbero avere un buon impatto sul pubblico nel corso della serata”.

Tu hai un modo di suonare assolutamente non comune, quasi acrobatico perché lo fai?

“Sono un tecnico, un perfezionista e ho sempre amato chi si distingue in una disciplina perché virtuoso, perché “sopra le righe”. Per me la console è come una sala giochi dove mi posso esprimere: non mi è mai piaciuto essere un dj che “fa il compitino”; il mio obiettivo è uno: far sì che quando vai a sentire Geo From Hell te lo ricordi; la serata in cui vado io deve essere un metro di paragone per il “prima” e per il “dopo”. La mia serata deve essere quella che la gente ricorda meglio e con la quale fa il confronto quando vive le altre.
Trovo inutile produrre in studio o a casa quello che si può facilmente performare dal vivo: quello che fa la differenza, oltre al fattore tecnico, è la fantasia. La tecnica risulta fredda se non è accompagnata da un’idea, no? Tutti i grandi dj che vedo hanno un fattore scenografico importante, io preferisco catturare l’attenzione del pubblico con un trick tecnico piuttosto che mettermi in piedi in console… Preferisco una carica genuina, piuttosto che indotta: l’entusiasmo che viene provocato da un trick è più spontaneo di un battito di mani dopo l’invito al microfono”.

Cosa porti ai tuoi dj set oltre la musica?

“Il mio cappello”.

In base a cosa secondo te si distingue un bravo dj da uno meno bravo?

“A questa domanda non si può rispondere per bene in due righe: ci sarebbe da parlarne per ore… Io non posso mettermi in cattedra perché penso che solo il pubblico può decidere chi sia bravo o chi non sia bravo, in base all’attenzione, alla curiosità che suscita un dj. Ci sono molti modi di concepire un djset: ci sono molte generazioni diverse tra loro che fanno questo mestiere; alcune più giovani con meno fondamenta, altre meno giovani con più cultura.
Per me un bravo dj è uno che arriva nel locale e fa divertire la gente, fa provare delle emozioni alle persone che sono andate a sentirlo a suonare, che dà alla gente il modo di evadere per due/tre ore dalla propria vita di tutti i giorni e divertirsi.
La tecnica ovviamente è un’altra storia: la tecnica è un “di più” che va ad arricchire il pacchetto, no?
All’inizio della mia carriera ho speso molto tempo guardando quelli che secondo me erano e sono i migliori: Robertino, Gianni Morri, Frankie P, Andreino, Luca Cassani, Luca Agnelli, Ralf, Mauro Ferrucci, Ricky Montanari, Piatto, Billy, Marco Ossanna, Gianluca Motta. Tutti dj diversi tra loro, tutti tecnicamente molto forti e tutti con una grandissima cultura; mi hanno insegnato molto e penso che l’attenzione che la gente mi concede, la stessa per la quale sto scrivendo quest’intervista, sia in parte dovuta anche ai loro insegnamenti. Il mio vero asso nella manica sono i dj che sono venuti prima di me”.

Quando hai iniziato pensavi che saresti arrivato a questo punto?

“Un tratto distintivo del mio carattere è proprio l’ambizione; la grandezza è una questione soggettiva: questo per me è solo l’inizio”.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

“Continuare a fare quello che sto facendo, ovviamente, sempre meglio”.

Qual è l’evento della tua carriera a cui sei più legato?

“Il Tomorrowland: nel 2011 ho avuto l’occasione di calcare uno dei palchi più ambiti al mondo ed è stata una delle esperienze più impattanti di tutta la mia carriera… finora”.

Quali sono le tue passioni oltre la musica?

“Ho tantissimi hobby ma poco tempo per dedicarmici: si riduce tutto a cercare hashtag su Instagram e a rimandare.
Colleziono scarpe; mi piace giocare alla Play Station con gli amici; andare in skateboard e sono decisamente una buona forchetta”.

Che musica ascolti? E qual è la canzone della tua adolescenza?

“Passo le mie giornate tra studi di registrazione e djset: a fine serata ho le orecchie stanche. Non ascolto musica per il piacere di ascoltarla perché a oggi mi risulta difficile apprezzare una canzone per quello che ti trasmette: mi trovo sempre ad analizzare qualsiasi cosa ascolti per deformazione professionale. Mi capita di soffermarmi magari sulla batteria in un pezzo e non a pensare a quello che ne può derivare da un punto di vista emozionale; se proprio devo, però, preferisco il metal.
Una delle canzoni della mia adolescenza è sicuramente “Here We Go” degli Shelter: penso davvero di averla ascoltata un’infinità di volte”.

L’angolo della PuttHana: perché dovremmo ascoltare i tuoi dischi o venire a sentirti live?

“Perché son simpaticissimo… e per tutti i motivi che trovate nelle risposte sopra.
Oltretutto, tra due domande è finita l’intervista, smetto di rompervi le palle… non siete contenti?”

L’angolo della SHanpista: dimmi un pettegolezzo

“Ho vinto TopDJ, non l’Isola dei Famosi…”

L’angolo MarzullHano: fatti una domanda e datti una risposta

“Rispettiamo i ruoli: se vuoi ti metto un disco!”

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Valeria Balestrieri
Classe '81, ascolto il rap da quando nell'89 ho abbandonato Cristina D'Avena per la prima cassetta di Jovanotti "La mia moto" e da lì non ho più smesso. Lavoro nella moda da sempre ma non sono una fashion victim.