“Hai sentito il nuovo di Fabri Fibra? È uscito stanotte, lo metto su”.

Sono le 10 del mattino e no, non l’ho ancora sentito il nuovo pezzo di Fibra. Se scrivi di Rap non puoi permettertelo, ma col senno di poi… è impagabile ascoltare Fenomeno direttamente dal divano dello studio di chi l’ha prodotta. Con tanto di commenti, note, aneddoti.

Caso vuole che questa mattina sia in Best Sound per incontrare Takagi & Ketra, è un po’ di tempo che ho in mente questa intervista e finalmente siamo riusciti a organizzarla. Che poi tecnicamente non siamo in Best Sound, ma sopra la Best Sound, ma questa è un’altra storia. In attesa che arrivi Takagi, Ketra mi fa ascoltare questa ultima produzione destinata a diventare quello che normalmente diventa un lavoro firmato dal duo della Platinum Squad. Una hit.

Come ci si sente a essere i produttori numero uno in Italia?

Takagi: Onestamente, non abbiamo mai pensato alla classifica, non credo che esista una classifica, non lo so. Io sono contento di una cosa: quello che abbiamo fatto negli ultimi due anni, più che portare noi al numero uno, ha alzato il livello di percezione di un certo tipo di lavoratori del mondo dello spettacolo, chiamiamoli “gli artigiani della musica”. Prima il produttore era un nome di fianco al titolo perché dava il beat gratis, fine.

Oltretutto neanche sempre…

Che effettivamente oggi, se il matrimonio è azzeccato, il produttore può fare la differenza. È cambiato anche il modo di fare la musica rispetto agli anni ’90. Nei ’90 ognuno scriveva il suo testo, ognuno faceva le sue cose. “No no, lo scrivo io, io sono super egocentrico, questo lo faccio io”. La collaborazione che c’è adesso non c’era. C’erano i featuring, ma erano un’altra cosa. Numeri uno? Già dal momento che stai lì a guardare la classifica vuol dire che hai più tempo per fare cazzate piuttosto che lavorare.

Qual è oggi il vostro mercato e il vostro “competitor”, cioè il vostro punto di riferimento è il mondo del rap italiano o il mondo della musica italiana?

Onestamente, ci è sempre stata stretto quella cosa. Non ce n’è mai fregato niente delle etichette, noi vogliamo fare le cose che ci piacciono. Se una canzone non ci piace, foss’anche di un artista fighissimo che tutti vorrebbero, e ci è successo più di una volta, sappiamo dire “no, non lo facciamo” perché non ci sentiamo il brano. Il rap italiano ci ha già scassato la minchia, quindi non ci vediamo un futuro, piuttosto andiamo verso quel tipo di globalizzazione del suono ascoltando il resto del mondo dove in classifica c’è sia il rapper, ma c’è anche quello che fa pop che non suona tanto distante dal rapper. Capito? Cioè quest’impronta urban, quest’impronta che… cazzo è quella che abbiamo noi! Non arriviamo da un maestro che ci ha detto: “Vai Fabio! 1, 2, 3, via! Questa è la musica!”, con steccati e corridoi predefiniti. Noi siamo due scappati di casa che si sono ritrovati insieme a fare musica in maniera differente e vogliamo che lo sia, differente. Quindi pensiamo che nel rap possiamo fare un po’, perché l’abbiamo dimostrato, ma in questo momento, probabilmente, noi possiamo dare molto di più in quello che non è il nostro territorio. La canzonetta all’italiana se è forte e ci passa tra le mani, probabilmente, diventa meno canzonetta all’italiana e più quel clash strano, quel cortocircuito… Giusy Ferreri sul reggaeton, capito? A me non interessa più fare il beattino figo. Capito?

Tutto chiaro. Mi hai fatto venire in mente due cose però. La prima è: vi è mai capitato di fare, non so come chiamarlo, ghost tracking, cioè produrre per artisti però non comparendo come autori del brano?

Abbiamo fatto pure di peggio. È successo che un produttore ci pagasse per delle tracce. Ci hanno dato il cash per comprare semplicemente due/tre tracce di synth che avevamo fatto. Altro che non apparire!

La sensazione è che la gente apprezzi Takagi & Ketra ma non possa dirlo, come se il marchio fosse sinonimo di commerciale, nel senso dispregiativo del termine.

In America dicono: “If make dollar, make sense”, questa è la rule number one del mondo dell’intrattenimento, ok? Justin Bieber, che era un bimbominkia pazzesco e faceva musica per bimbiminkia, aveva Ludacris con uno strofone della madonna su un pezzo che si chiamava “17 anni”, qualcosa del genere (il pezzo in questione è “Baby” n.d.r.). Semplicemente perché Ludacris fa parte dell’ambiente, non gliene fotte un cazzo chi sei. Se fai i soldi e spacchi il culo ci vengo, ha senso, qua in Italia non funziona così, è: più vendi, più piaci, più allarghi, più sei mainstream, più sei una merda.

Stai parlando di tutta la musica?

Tutta. Arrivi da essere una sensation per qualcosa, appena quel qualcosa diventa un contratto con una major: “Ah basta, adesso che ha firmato sarà tutto una merda”. Perché?!

Eh lo so, è una battaglia che temo non vinceremo mai.

Siamo in un momento dove è tutto malato e non ce ne accorgiamo. È malata l’industria ed è malata la percezione della gente. Io mi auguro una cosa, sai io arrivo dal negozio di dischi, la gente veniva a chiedere: “Cos’è uscito questa settimana?”, quindi facevi un po’ il pusher di musica… ma adesso che la musica sta diventando davvero on demand, pensa solo ai correlati su Spotify, non c’è più bisogno di qualcuno che te la imponga, questo sta cambiando tantissimo le cose.

Guè Pequeño di recente in un’intervista a Hip Hop Tv ha detto una cosa come: “In Italia mancano gli hit maker, solo Ketra & Takagi rappresentano un po’ quella cosa lì, finalmente”. Mi chiedo se vi sentite degli hit maker e come nasce una hit.

In questo momento il pensiero è: “Sì, un pochettino ci sentiamo”, ma pensiamo ancora che la dose di culo abbia avuto una bella componente in tutto quello che è successo.

Ketra: L’altra componente è il fatto di lavorare.

Takagi: Sì. Quando diciamo che siamo artigiani, quello intendiamo.

Ketra: Più pezzi fai e più possibilità hai.

Takagi: Sì, anche se quest’anno ne vogliamo fare di meno rispetto all’estate scorsa che ci ha chiesto il singolo anche il gatto della mia portinaia e l’abbiam fatto, però certo volte fare meno ti porta a fare meglio. Succedono le cose intorno a noi e noi siamo riusciti a restare lì dove abbiamo cominciato perché se io prendo Nu journo buono e schiaccio play e poi metto Fenomeno, io sento Takagi & Ketra in tutt’e due eppure sono artisti e contesti completamente differenti.

Prima dicevi: “Quello che ascolti è il contrario di quello che fai”.

Se tu sei un pittore e continui a guardare una roba che ha tre colori finirai per usare quei tre senza sapere che nella paletta ce ne sono un’infinità. Andava la dubstep tutti sotto con la dubstep, ora va la trap tutti sotto con la trap, ma è sempre la stessa cosa.

Personalmente sono in una fase che non riconosco più chi sta cantando, cioè io non riesco a distinguere uno da un altro. Autotune, anche la metrica, i testi, gli effetti, mi sembra sempre di sentire la stessa canzone. Tutto banale, però è voluto, questa cosa qua è proprio un codice, dev’essere quello, piace ai ragazzini proprio per questo motivo. Young Thug a basso volume sembra di sentire Laioung (che tra tutti è quello in cui riesco a vedere una scintilla di figaggine perché è proprio come se avessero dato lo scalpello e la punta a una persona a cui nessuno ha spiegato come fare ma dentro ha un talento della madonna, è proprio nel DNA) che sembra di sentire Sfera Ebbasta piuttosto che Ghali. A volte dico “Quella roba lì non l’ho sentita nel pezzo che abbiamo sentito due minuti fa?”. La rima la tua tipa / la weeda… quella l’han fatta tutti. Io vorrei che qualcuno montasse, e secondo me il bpm è pure quello, tutte le volte che quella frase lì è stata usata. Le metti una di seguito all’altra e viene fuori un pezzo secondo me, perché l’han detta tutti quella roba lì. 

Viene fuori un pezzo di Caneda però. (risate)

Ketra: È un featuring pazzesco.

Invece voi due come vi siete incontrati, come avete incominciato a lavorare insieme?

Ketra: Ci siamo incontrati a una radio date di Radionorba e nella hall, parlando del più e del meno, abbiamo stretto amicizia. Poi ci siamo beccati in studio, abbiamo parlato e scoperto che ci piaceva più o meno la stessa musica, poi le cose son venute da sole. Abbiamo avuto la fortuna che il primo pezzo ha funzionato talmente tanto che ci ha dato il là per continuare. Venivamo da una stanzetta qui dietro, in un magazzino, adesso tutto quello che vedi è frutto di anni e anni e ore di lavoro. È anche bella come storia.

È cambiato il modo di lavorare?

Ketra: No, sempre uguale. Sempre lo stesso atteggiamento, che secondo me è un po’ la forza nostra, cioè, nel senso, non è che dopo Roma – Bangkok ci siamo rilassati, anzi è stato peggio! Io ho sempre fatto musica tutti i giorni nonostante i risultati non arrivassero, quindi figurati poi una volta che sono arrivati, mi sono fomentato ancora di più. Credo che non mi rilasserò mai perché la soddisfazione è proprio avere dei risultati.

Takagi: Questo che vedi (intende lo studio, n.d.r) è un divenire, pian piano sta diventando quello che già un anno e mezzo fa pensavamo. Mi piacerebbe entrare la mattina e vedere gente che scrive le canzoni indipendentemente dal fatto che io e Ketra siamo in studio. Ci piacerebbe che questo luogo diventasse vivo. Io l’ho imparato con la Best Sound. Io sono arrivato in Best Sound nel ’93 e abbiamo creato la nostra compagnia: io, Spazio, Ax, Jad e tutta ‘sta banda qua. Eravamo quelli che stavano qui sotto a cazzeggiare tutto il giorno, ma il luogo ha fatto tantissimo, cioè le stronzate che sparavamo tra ‘na canna e l’altra sui divanetti qui sotto mentre nessuno stava facendo il disco di nessuno, sono diventati i dischi, sono diventati i nostri modi di dire, sono diventate le nostre battute, capito? Quindi, per me, l’importante è creare un luogo che abbia un movimento, diventa vita, con gente che viene (adesso è pure troppo, onestamente, ha già passato il limite, ci ritroviamo gente senza neanche che la invitiamo, non intendo l’amico, ma l’A&R di una major piuttosto che l’altra che arriva qua senza avvertire). Però è bella questa cosa: chi viene, torna. Professionisti con background diversissimi, con storie diversissime, che han scritto canzoni lontanissime da noi, però vengon qua e trovano questo nostro modo di fare, che è un po’ differente, forse perché non siamo accademici della musica, abbiamo un approccio alle canzoni totalmente diverso.

Raccontamelo.

(Attenzione, mi avevano avvisato che Takagi fosse un gran chiacchierone e quello che arriva adesso lo stavo tagliando e aggiustando ma poi mi son reso conto che andava lasciato così, come uno stream of consciousness perchè racconta davvero la filosofia di un team di produttori da numero 1)

Già abbiamo lavorato per far scrivere sui beat chi non è abituato a scrivere sui beat, cioè ti mando una canzone che a te: “Cazzo, ma ragazzi è un loop!” e io ti faccio: “Sì, però senti questa hit scritta su un loop”. Allora, forse, non serve fare tutta la manfrina strofa – ponte – ritornello che apre – strofa in minore – ritornello in maggiore – metti gli archi – vai rifacciamo tutte ‘ste cose. Quella roba lì, che era proprio così, aveva intasato, bloccato la musica, era tutto uguale, era tutto così, poi ascolti una canzone americana che ti sfonda la radio appena parte e tu dici: “Cazzo, ma perché quelli fanno le robe così e noi non ci riusciamo?!”, capito? Micro rivoluzioni, ora non è che siamo arrivati noi e prima erano tutti sordi. Ma in Italia sentivo sempre le canzoni nostre e non suonavano un cazzo, poi partono le canzoni degli altri e dici: “Ma com’è che questi c’hanno la voce grossa così, la batteria che è grossa così?! Perché qua in Italia invece noi abbiamo le nostre cose e siamo sfigatelli?”. Siamo tutt’ora uno dei Paesi musicalmente meno interessanti al mondo, al pari della Grecia o di Paesi senza la nostra storia. Noi abbiamo culturalmente anni e anni di storia che ci racconta che effettivamente noi siamo dei fighi, tutto ad un tratto abbiamo smesso di sentirci fighi e questo virus è entrato in tutto. Adesso sta cambiando perché i registi italiani non cercano più di fare il filmetto del cazzo, cercano di fare il film figo anche loro, cercano di avere l’idea di sceneggiatura. Mi piace che stiamo venendo fuori alla grande nella grafica digitale, siamo bravissimi. Io impazzisco quando vedo Lord Bean, Luca Barcellona, che è una super star di una roba che in realtà, raga, era sparita, la calligrafia, adesso è tornata fuori, ma chi l’ha fatta ritornare fuori? I writer. Che figata! Tutta ‘sta roba è una figata, se uno analizza quello che accade, le cose fighe ci sono, basta solo volerle, cazzo. Io spero che questa sia una malattia che prenda un po’ tutti. Quando, adesso, abbiamo firmato tutti ‘sti ragazzi della nuova nuova scuola, come la chiamo io, io sono contento, vuol dire che effettivamente dopo tutti questi anni l’urban Hip Hop è ancora l’unico genere interessante, che riesce a produrre fan ogni giorno, che riesce a produrre artisti. Il gruppo rock di quattro/cinque persone messe insieme che dicono: “Ragazzi, noi siamo la nuova musica italiana” non è pervenuto.

Ketra: A me piace molto Rkomi (che nel mentre prepariamo questo pezzo ha firmato con Roccia Music, in bocca al lupo! N.d.r.), che comunque ha fatto già concerti, vedo dj set pieni di gente, nei gruppi rock non esiste ‘sta roba. Il rap ha una forza adesso, un’influenza sui ragazzi incredibile. Mio nipote ha 10 anni, ascolta Ghali, gli ho detto: “Come hai conosciuto questa roba?” a Vasto che fa 30mila abitanti. Sono super contento perché comunque le persone si stanno abituando ad ascoltare un qualcosa che non è più musica italiana, con tutto il rispetto, ha delle sonorità diverse, forse è anche per quello che la nostra musica funziona, perché ha sempre quella radice. Le batterie non sono mai batterie pop, la musica può essere pop, ma la componente urban nelle nostre produzioni c’è sempre, è quella che fa un po’ più la differenza in confronto agli altri produttori pop.

Adesso vi voglio dire una cosa: la voglia di conoscervi e fare questa chiacchierata mi è venuta un paio di anni fa quando è uscita In radio di Marracash perché è stato incredibile vedere come tutti quelli che aspettavano il disco del King del rap, “uno che sicuramente è rimasto underground dentro” e tutte ‘ste frasi fatte, una volta uscito Status con In radio come primo singolo tutti quelli che lo stavano aspettando avrebbero voluto dire gran pezzo ma essendo prodotto da Takagi & Ketra si doveva far finta di nulla. Ho provato anche a farlo notare in un articolo di questa rubrica…

Takagi: Tipico di un adolescente che non ha capito ancora se è con o contro.

Voi come la vivete questa cosa degli hater?

Ketra: io me ne sbatto, finchè mi diverto a fare quel che faccio…

Takagi: È solo sinonimo di successo. Se quelli di Nill Forum non scrivono determinate cose, vuol dire che non ho colpito.

La cosa buffa è che hanno iniziato a insultare anche me perché osavo dire che la produzione non era poi male…

È un classico, però potrebbe essere un format interessante… metti tutti in una stanza: l’artista e i suoi arcinemici e “siamo qua, parliamone”. C’è un format americano simile. A parte che io continuo a vedere un grandissimo bisogno di attenzione. Come con i ragazzini, gli devi fare ‘na carezza.

Sarebbe bello anche metterli in una stanza, mandare dei pezzi random senza credits dei cosiddetti king e dei cosiddetti “che non possono circolare” e vedere qual è il reale valore del gusto personale.

A me hanno dato del “cancro della musica italiana”, per dire… (Ketra ride). Ciccio, l’hanno detto anche di te, vai tranquillo!

Senti, facciamo un gioco. Visto che voi siete quelli normalmente giudicati, spesso a sproposito, adesso proviamo, se vi va, a fare l’inverso. Vi butto lì delle robe, se volete ne parliamo altrimenti no.

Spara.

Come vedete la scena dei produttori italiani del rap?

Takagi: Benissimo. Io la seguo da cent’anni e il livello è salito tantissimo, ci sono un sacco di ragazzi bravi, ma bravi bravi, io quando ascolto certe cose dico: “Oh raga, questo è un micro fenomeno”. Sono molto contento, a me piace. Ti ripeto: se tutto cresce e raggiunge un livello di serietà e professionismo alto, tutto cresce ancora di più. Io la trovo una figata allucinante, ce ne sono un sacco che mi piacciono, io tra l’altro sono uno che non è che aspetta quando c’è qualcuno che mi piace glielo faccio sapere subito.

Pensi che la facilità di produrre e veicolare musica di oggi rispetto a vent’anni fa sia controproducente? Nel senso qualcosa spunta, però rimane anche un mare di merda.

Però a me non me ne frega niente, cioè io sono per il progresso, il progresso avviene un passo alla volta. Se non inventi la ruota non inventi il carro, non inventi la macchina. How to make a beat like, metti il nome di quello che ti piace, dopo cinque minuti lo stai facendo. Questo è un po’ deleterio, nel senso che uniforma un po’ il tutto, invece bisognerebbe guardare come fanno tutti, non come fa uno. Il bello è che fanno tutti in maniera diversa, ognuno ci arriva ma da strade diverse, è proprio questa la figata. Io sono contento e non mi preoccupa una sovrapproduzione, nel senso: se tu hai un campo sterminato pieno di letame, se cresce un girasole te ne accorgi subito.

Spuntano producer, ma soprattutto spuntano rapper…

Il rap, la trap oggi permette veramente anche al gatto della mia portinaia di fare un disco. Non c’è più bisogno di contenuti, lo dicevamo prima, bastano due/tre frasine che suonano bene, tra l’altro le ho già sentite negli anni ’90 dette in maniera iperdura e cupa, oggi mi dici la stessa cosa, ballando. Son tutti ballerini! Ieri lo dicevo a Chief, parte un beat trap e non siete più rapper, siete tutti ballerini.

Ketra: Ma la trap è nata per far ballare.

Takagi: Siete tutti ballerini, capito? Il rapper oggi cos’è? Un ballerino. Non metto dentro tutti perché c’è gente che riesce ad avere stile sul palco anche senza fare quelle cazzo di mossette, però sono andati tutti sotto a quella roba lì che è l’equivalente degli anni ’90 dello “smanaccio”, come lo chiamavamo noi, davanti alla telecamera. Tu la telecamera la metti ad altezza ginocchia e siamo tutti lì a fare questo (imita il gesto ma secondo me stai capendo anche senza vederlo.. ndr). Le mode è bello analizzarle, comprenderle, c’è qualcosa che ti piace? Fallo tuo. Hai imparato una lezione? Sfruttala. Ma a modo tuo. Ok, oggi la musica va questa? Via, tutti dietro. Quello fa il balletto? Via, tutti dietro. No, minchia, raga aiuto, eravamo quelli che non copiavano, quelli che magari era un’idea di merda, ma alla fine te la montavano su bene. La famosa sedia di Napoli, no? Quella che è fatta con i pezzettini di cose. Cazzo, ti tiene su il culo quella sedia, hai capito?

Senti, agganciandomi, lo chiamo il fenomeno del rap giovane, nel senso, tu (Ketra n.d.r.) parlavi di Rkomi, e non discuto assolutamente l’artista, lui come altri, però c’è la percezione che in realtà il seguito che abbiano questi ragazzi sia più il seguito del personaggio piuttosto che della musica che fa.

Ci sta anche, è molto attuale e americana ‘sta roba, son tutti talmente tanto il personaggio, però hai citato uno che le liriche ce le ha.

Ma infatti si rischia appunto poi di non dare il giusto credito a quello che in realtà l’artista fa veramente, ossia essere uno bravo a scrivere.

Allora, a me piace molto chi è sia liricista che make a swagger, chiamiamoli così. Quella roba lì è molto importante perché l’attitudine del rapper ha fatto tanto la differenza e poi alla fine le rime sono quelle, cioè le situazioni che raccontano sono quelle, no? Quindi se non mi dai almeno quella chiave di lettura tua, unica, che è data da mille sfumature che devono essere tue però, non devono essere quelle di qualcun altro, io c’ho bisogno di sentire questa micro differenza. Ghali è, in questo interregno, tra fare bene una cosa stilosa e avere un contenuto che dica qualcosa. A me piacciono tante cose di ‘sti ragazzi qua.

Ketra: A me Rkomi è quello che piace di più.

Takagi: A me piace molto anche Marietto, da prima che diventasse Tedua, lui è molto personaggio però non lo fa, lo è, cioè Mario ha effettivamente lavorato tanto sia sul rapper, quindi la tecnica e tutto il resto, che l’originalità. A me sono gli occhi che ha Mario e la fame, ho bisogno di vederla. Per fare ‘sta roba devi aver fame, non dev’essere fighetta, non deve avere capelli lunghi e il cappello trendy e il pantalone di Balenciaga. Quella roba lì non conta un cazzo, te la metti dopo che hai fatto il grano.

E sai cosa trovo molto più interessante?

Dimmi.

Che tutta quest’ondata mega fresh sta già producendo, come giusto che sia, una reazione contraria, cioè quel ritorno a un po’ di boom bap, chiamiamolo il rap presa a bene, perchè è tutto una presa a male. Tra i commenti a Fenomeno di Fibra, quello che mi ha colpito di più è: “Minchia, in tutto ‘sto mare di presa a male, finalmente è bello sentire Fibra che va nella direzione opposta, tutti fanno uscire la trap e lui invece…

Allora apriamo una parentesi imprevista…  visto che Fenomeno è uscita proprio oggi e ho la fortuna di essere qui con voi. Volevo sapere com’è nato questo pezzo, questo incontro, questa collaborazione.

Ketra: In realtà, il beat ha già quattro/cinque anni.

Takagi: È del 2011.

Questa storia è bellissima.

Per noi è normale, quel beat molto probabilmente l’ho fatto sentire ai Gemelli DiVersi, a J-Ax, a un sacco di gente e a nessuno ha mai detto nulla, ma, parlando in generale, sono pochissimi i rapper che sanno scegliere i beat e hanno la capacità di capire in che momento fare cosa. Tu gli porti una roba e magari ti senti dire: “Ah, no no, questa roba l’ho già sentita, non mi interessa”, invece proprio il fatto che sia spiccatamente non attuale la rende più attuale di altro perché per lo meno cerchi di differenziarti. Tutti vanno a destra se tu vai a sinistra e fai la mossa Kansas City sei quello che si fa vedere.

Fibra come Kelevra quindi…

Io e Fibra ci siamo beccati ad Amici per la prima volta dopo anni, dopo tutto quello che è successo, dopo Standing Ovation, dopo le cose che a lui gli arrivavano e le cose che arrivavano a me, però, sai, quando non hai rancore, e io non ho rancore nei confronti di nessuno, anzi, ti dirò, io sono grato che Fibra abbia fatto quella rima, a Grido l’ho detto mille volte: “T’ha svegliato, tu avevi smesso di fare il rap!”, in quel periodo non sapeva cosa volesse fare e quel dissingino lo ha smosso. Che poi la prima cosa che mi ha detto Fibra in maniera onesta è stata: “Raga, ma che cazzo dovevo fare?! In alto c’eravate voi!” e giustamente doveva attirare l’attenzione in qualche modo e cosa pensa? Tiro un sasso alla carrozza del re mentre sta passando e vedo se riesco a fermarla. A noi più che altro ci dava fastidio che per parlare bene di lui i giornalisti dovevano per forza denigrare in maniera pesante il resto. Ma noi (lui e Ketra intende, n.d.r.) abbiamo un cazzo di karma positivo e vogliamo che venga costantemente mantenuto, noi siamo una cazzo di Svizzera che lavoriamo con Marracash, Fabri Fibra, Fedez e J-Ax, Laura Pausini, Calcutta. Opposti che non potrebbero stare nella stessa cosa e invece ci stanno perché noi ci stiamo. Noi siamo in pace con il mondo, capito? Io capisco che a qualcuno possa prendere male, è una cazzo di gelosia anche perché loro (gli artisti, n.d.r.) la competizione la sentono molto, però è un divertimento, è un viaggio che stiamo facendo. Ci siamo trovati bene, è venuta una roba figa, bene, grandi, son contento, son contento di un pezzo con uno e un pezzo con un altro, l’importante è che dentro quel pezzo ci sia quella sensazione di aver fatto qualcosa di figo indipendentemente da quello che può dire il fan più accanito che c’è sempre che arriva a dire quello che ci siam detti prima: “Ah, quei due merdoni di Takagi & Ketra”, ma di’ pure quel cazzo che vuoi.

Senti, ti faccio una domanda proprio a te (Takagi n.d.r.) visto che hai un po’ tirato fuori il passato etc, che non avrei voluto fare però un paio di mesi fa…

È sui Gemelli DiVersi?

Sì.

Non ti rispondo, i Gemelli DiVersi non esistono più.

Ok, mi hai già risposto. Andiamo avanti col gioco dai… se vi dico Big Fish?

Grande, grande, grande.

Roma – Bangkok?

Nove platini, hit mondiale, che te devo di’?

Ma come ve lo spiegate?

Ketra: Rispecchiava quello che c’era in giro, a livello mondiale, suonava bene, la melodia del ritornello comunque non era italiana, e poi manco noi ci aspettavamo una roba del genere, infatti abbiamo fatto il pezzo, sì, bel pezzo ci siamo detti, però non è che ci pensavamo…

Takagi: Però c’è da dire che succedono delle cose… quando stai chiudendo il pezzo te ne accorgi, noi ce ne siamo accorti più di una volta. Schiacci pausa e… “una hit, te lo dico io, bro”. Quell’estate la sentivi ovunque, all’acquagym alla mattina, al giococafè, all’aperitivo e poi andavi a cena e partiva dalla radio, andavi in discoteca e una delle prime canzoni che i DJ passavano era quella. A noi quasi ci ha dato lo sbocco, però vedere che effettivamente riesci a fare una roba in italiano che in Francia ha fatto quasi disco d’oro… e lì sono 75 mila copie eh.

Ketra: Tre volte in Italia.

Takagi: E lì andavi in italiano, capito? È il suono, è quel discorso che c’è quando apri la top 50 global di Spotify, non la fa la casa discografica, la fa la gente che decide di ascoltare proprio quella roba lì.

Ketra: Infatti, la fortuna del pezzo è stata proprio la gente. La gente si è affezionata proprio al pezzo, indipendentemente da Baby K o da Giusy Ferreri, era proprio Roma – Bangkok, la gente era fan di quel pezzo lì. Infatti, non è che è partita subito, è stato un diesel eh.

Paola Zukar?

Paola, onestamente, non la conosciamo tantissimo. Conosco, ovviamente, la sua storia, da Aelle in poi.

Santeria?

Il disco di Marra & Guè.

Piaciuto?

Onestamente non l’ho ascoltato, poco poco.

Se vi dico Vallanzaska, Punkreas e il Punk.

Il bassista dei Vallanzaska è mio cugino, Lucio Contini, e a me ricorda di aver suonato con i Gemelli DiVersi a una data al PalaTrussardi di Milano con loro, e aggiungo anche Verdena, Shandon e c’era anche qualche altro super peso dell’epoca. Lo Ska mi è sempre piaciuto tantissimo.

Te lo dicevo perché c’ero a quella data.

Tu c’eri???

Sì. Qui io e Taka ci perdiamo in mezz’ora di ricordi di quella serata pazzesca e irripetibile, tra seggiolini che volano sul palco e Thema in performance ricoperto di sangue che manco Ric Flair durante un Extreme Rules Match, ma questa è una storia che vi racconto in un’altra occasione. Ketra è costretto a sorbirsela tutta, del resto è il piccolo del gruppo. Non avevo realizzato che tra i due ci fossero oltre 10 anni di differenza e son sicuro che questa diversità sia parte della loro forza.

Sentite un po’, Albertino?

Io ci sono cresciuto, per me Radio Deejay, il Deejay Time, cioè ragazzi… io lavoravo in un negozio di dischi e i dischi che si vendevano erano quelli della pagellina di Radio Deejay che tu (Ketra n.d.r.) non sai cos’è, ma nei negozi di dischi negli anni ’90 c’era un foglietto di carta piccolo così che si apriva in due ed erano le hit che Radio Deejay spingeva. Se finivi sulla pagellina eri una superstar. Cazzo gli vuoi dire? Veramente uno spacciatore di buona musica, in Italia ce ne vorrebbero mille di Albertini eh.

Son d’accordo. Federica Abbate?

Ketra: Stiamo producendo e siamo in dirittura d’arrivo col suo primo Ep.

Ma è vero che lei non voleva fare la cantante?

Takagi: Non lo so, non credo. Penso che voglia fare la cantante.

Ketra: Non è nata per questo, però pian piano.

Takagi: Esatto, Federica a 20 anni ha vinto un concorso della S.I.A.E. per i giovani cantautori e da lì ha cominciato a scrivere. Federica è un talento grezzo, assolutamente, è figlia di tutti questi ascolti strani che oggi hai la possibilità di avere, una volta dovevi ascoltare solo quello che ti pompavano i tuoi amici, tuo fratello, cose così. Oggi abbiamo a disposizione un’offerta infinita, bisogna solo avere la voglia di cercarla, e Federica è una spugna perché ha ascoltato delle robe fighe, secondo me, ed è riuscita a metterle poi nella scrittura, nelle melodie.

La produzione vostra, anche di periodi precedenti, che ritenete più bella, o a cui magari siete particolarmente affezionati per motivi, chessò, sentimentali piuttosto che tecnici.

Ketra: Io direi sempre la prossima, nel senso che quando esce un pezzo dico: “Cazzo, avrei voluto fare così!”. In realtà quella a cui sono più affezionato è sicuramente Nu journo buono, che ha fatto partire tutto, e delle ultime che ho fatto è Oroscopo che mi piace proprio.

Takagi: Minchia, questa! (in sottofondo si sente Aspettando il sole di Neffa n.d.r.).

Infatti la domanda andava avanti con “… e quella che avreste voluto fare voi?”

Takagi: Due te ne dico e sono: Aspettando il sole, di Deda, beat della madonna, capolavoro, e Cose preziose di Fritzone. Ci sono delle cose che sono, per me, magia e non succede sempre. Quando c’è, la senti. Voglio bene alla trap, però ‘sta roba qua la senti. Non voglio fare il nostalgico vecchietto di merda di 43 anni, ma questa roba riparte, play, fra 10 anni, la sensazione è uguale, cioè quando riesci a fare qualcosa che è timeless, veramente, e Cose preziose lo è, questa lo è (in sottofondo si sente sempre Aspettando il sole di Neffa n.d.r.), cioè ci sono particolari, grazie a Dio, che quando dovevi campionare per forza per fare la musica, finivi per andare ad ascoltare della roba che non avremmo mai ascoltato, capito? E ce l’ho dentro, puoi suonare l’accordo più figo del mondo, cazzo, ma quando becchi il campione, per me ancora oggi il beatmaking è sempre una batteria fatta in un certo modo, anche se la roba di oggi suona di più, cioè, tutto quello che vuoi, però qui lo senti.

Ketra: Comunque questo pezzo è storia, hanno una classe incredibile queste produzioni.

Takagi: Non solo, perché se vuoi te la racconto (rivolgendosi a Ketra n.d.r.). Essendo tutti sample, cioè ogni cosa che senti è un sample e quando riesci coi sample a fare una roba così… il flautino, la batteria, sono due sample uno sull’altro. La produzione di questo disco è un capolavoro.

Mi hai stimolato una domanda a cui forse però in realtà può rispondere solo Ketra. Hai detto che questo pezzo è timeless, e io che ho più o meno la tua età capisco cosa vuoi dire, lo è anche per me. Secondo te, uno che non l’ha vissuta ma la recupera oggi, può percepire il classico?

Ketra: Secondo me, sì.

Takagi: Sì, sì, ma non nello stesso modo. Si chiama momentum, quando una cosa la vivi comunque ti sta dando geografia, stato, odore..

E la produzione che avresti voluto fare tu Ketra?

Ketra: Welcome to jamrock di Damian Marley.

Takagi: Minchia! Io son rimasto perlomeno in Italia, tra amici.

Ketra: …e Drop it like is hot. (Snoop e Pharrel, n.d.r.)

Takagi: Due robette, insomma…

Ketra: Rispettando la roba italiana, però se tu mi chiedi “Cosa volevi fare?” io ti dico il top che, secondo me, è il disco reggae più bello degli ultimi vent’anni e poi la roba più strana che, secondo me, ha cambiato un po’ i giochi, con quel beat geniale di Pharrell. Io amo Pharrell, sono fan, unico, non sono fan di nessuno, ma…

Takagi: Tu sei gay di Pharrell!

Ketra: Spacca. Io ascolto tutti i suoi dischi dalle prime produzioni. Proprio da fan sfegatato…

Takagi: Però vedi che è un figo? Lui non lavora più con i rapper, cioè lui che ha fatto Supertag di Noriega, che è un’ignorantata mega, ieri era in studio con Camila Cabello che è quella uscita dalle Fifth Harmony, una super fighetta che è la prossima che verrà fuori tipo Ariana Grande e robe del genere. Cioè è questo il bello, anche vedere lui che scrive con Justin Timberlake. Ci piacciono certi personaggi perché effettivamente a un certo punto vedi che sono geni veramente, che hanno quell’approccio nella musica così easy, così tranquillo.

È un’icona.

Ketra: Sì

Takagi: Adesso ti faccio un esempio. Jon Bellion sai chi è?

No.

Takagi: Ok, è come secondo me dev’essere l’artista oggi.

Ketra: Completo.

Takagi: Sa fare tutto. Io adesso ti faccio vedere solo un’esibizione al Jimmy Fallon. Per esempio, questo è una superstar, noi qua in Italia

Ketra: Non lo conosciamo.

Takagi: Non ho ancora incontrato una persona che mi dice: “Minchia Jon Bellion!”. Senti qua, anzi ti faccio vedere il video così almeno capisci di più. Guarda lo stile, guarda cosa deve produrre, secondo me, l’hip hop a breve anche in Italia, cioè nel senso un artista del genere.

In chiusura vi vorrei usare un po’ come oracolo dei produttori: che consigli volete dare magari ai ragazzini che si approcciano alla produzione?

Takagi: Ma tu sei matto che gli diamo pure i consigli! Ci fanno le scarpe, porca troia, in un attimo arrivano su, sembrano tutti mostri, pure i consigli vogliono?! Devono sudare anche perché oh, a te t’han dato consigli (rivolgendosi a Ketra n.d.r.) cazzo, neanche a me! Io non ho mai avuto uno che mi ha detto: “Oh, vieni qua che ti spiego un paio di robe”.

Ketra: Non c’erano neanche tutti questi tutorial. Niente, non c’era niente.

Takagi: Ma, infatti, anche noi non eravamo capaci fino a che non son arrivati! No, a parte gli scherzi, però anche il fatto che tu imparavi una cosa, storta, cioè arrivando al risultato lo stesso, ma senza sapere come andrebbe fatta realmente, era già un insegnamento.

Ketra: Sì, poi ci arrivavi in qualche modo.

Takagi: No no, col cazzo, già son troppo avvantaggiati. Anche perché ho paura che effettivamente venga su tanta roba di moda, adesso fa figo dire di fare il produttore, un tempo erano tutti rapper.

Ketra: Comunque devo dire che sono contento che sia diventata comunque una figura, tra virgolette, più rispettata di una volta oppure più qualificata.

Takagi: Beh dipende, se vanno ancora in giro a regalare i beat no…

Quindi niente consiglio…

Il mio consiglio ai ragazzini è: guardatevi come cazzo si fa e non fatelo, subito, male, prima imparate bene tante cose e poi decidete cosa fare, capito? Qui si tende a scrivere due cagate e puoi si vuole subito registrare il brano come se dovesse uscire in major, fare il videoclip perché bisogna andarsi a prendere i like degli amici, iniziare a diventare famoso nel proprio micro mondo, per sentirsi come Vegas Jones, Sfera Ebbasta, È come se la gente andasse a lavorare il primo giorno di università. No, finiscila l’università! Sicuramente il percorso universitario ti porterà ad avere più preparazione per andare al tuo primo giorno di lavoro, capito?

Ketra: Impara a cantare.

Takagi: Cazzo, che poi siete imbarazzanti. Non andate a tempo perché vi mette a tempo il produttore, non siete minimamente intonati.

Ketra: Anche i beat da un lato, comunque, i ragazzi di adesso, la nuova generazione, io lo vedo, vogliono tutto subito.

Takagi: (rivolgendosi a Ketra n.d.r.) Già se dici “i ragazzi di oggi”… tu sei vecchio, sappilo, invece tu fai parte, secondo me, dei ragazzi di oggi. Non puoi dire, lo posso dire io.

Ketra: La nuova generazione dei produttori, perché comunque io produco da più anni oh, sembro vecchio però…

Takagi: (rivolgendosi a Ketra n.d.r.) cioè tu stai già definendo che c’è un’altra generazione di produttori?

Ketra: No, però dico che quello che vedo è che vogliono fare tutto subito e tante volte sarebbe meglio perderci del tempo in studio, così magari dopo un anno di lavoro suona meglio e capisci.

Takagi: Io “Un attimo ancora” l’avrò rifatta quattro volte eh.

Ketra: Adesso tu vai su internet, scrivi “pack trap” “beat trap” e ti escono tutti i pack, ok? Va bene, ma dovresti usare queste robe nuove per creare delle robe ancora più nuove, che non esistono.

Ultima domanda: cosa succederà nel 2017? Cosa andrà fra sei mesi? Otto mesi? Oracolo dimmi!

Takagi: Cosa va? Va l’EDM, questo pop-EDM. Son cambiate le strutture delle canzoni.

Ketra: Ma poi non si può nemmeno dire cosa va che fra quattro mesi cambia tutto.

Takagi: Secondo me si può intuire qualcosa, sta avvenendo che l’EDM o comunque il pop derivato da strutture, suoni, dell’EDM, sta diventando organico ovvero quello che prima lo faceva un synth adesso lo fa uno strumento etnico, cioè sta accadendo questo: siamo alla deriva della deriva… nel senso, Major Lazer, Diplo, in un modo o nell’altro hanno inserito due elementi molto importanti che sono questo sapore dato dalle progressioni caraibiche, che ti permette un certo tipo di melodie lineari che stanno molto bene con la logica dell’EDM e tutto il movimento, c’è molta Giamaica in questo momento nel pop mondiale sia per i movimenti che per come viene strutturata la canzone, cioè col basso potente, con la ritmica in evidenza che muove in un certo modo, guarda anche Sia, Elastic heart.

Ketra: Sean Paul pure.

Takagi: Ma dentro c’è tutto l’elemento di questa roba qua. Quindi, se posso cercare di intuire, magari sparo una cazzata galattica, è proprio questo: sta succedendo che quella roba lì adesso, che prima era tanto EDM, sta facendo un micro turn per diventare un po’ più acustica, cioè un inserimento di suoni mantenendo lo stesso impatto, mi son spiegato? Se prima lo faceva un synth plucked come in Roma – Bangkok, come in Lean on, ora se guardi Shape of you quella cosa lì la fa una kalimbina, uno strumento percussivo etnico. E poi non c’è più una linea melodica da seguire, una canzone con due strofe, due preincisi, tre ritornelli, col ritornello doppio alla fine. Tutte ‘ste robe qua, grazie a Dio, stanno andando affanculo, cambiano le cose, perché cambiano le persone a fare la musica, quello che ha il bastone del comando non è più il sessantenne direttore d’orchestra che ha fatto gli album vent’anni prima, ma è il ragazzino che non lo sa che cazzo sta facendo, ma gli piace. “Non si può far così? E chi cazzo lo dice? Tu? A me non me l’ha mai detto nessuno e lo faccio lo stesso” e questa roba lì funziona.

Funziona. E se lo dicono Takagi & Ketra io ci crederei. Sono molto contento di essere riuscito a incontrare questi ragazzi perchè ero certo che dietro al successo, alle hit, all’esposizione e ai dischi di platino, ci fossero delle persone consce della posizione che occupano e di come ci siano arrivati. Con le radici nel passato ma uno sguardo bello saldo verso il futuro. Bello vedere i due caratteri differenti, straripante Takagi e più riservato Ketra, figli anche dell’età e del background. Estremamente schietti e sorprendentemente molto dolci. Se ti piace questa musica, o ti piace fare musica, qui hai trovato sicuramente un’infinità di spunti. E anche molti consigli, se leggi tra le righe… Non so se sono i numeri 1, ma sicuramente lavorano da numeri 1.

Carlito di Hano me l’aveva detto che Takagi è un gran chiacchierone e che mi sarei divertito. Così è stato. E complice anche la mia età e curiosità abbiamo parlato di molto altro che non ha trovato posto in questa già lunghissima intervista, ma chi segue questa rubrica è abituato a leggere molto, andare nel profondo e ad aspettarsi nuove sorprese…

Ok, facciamo un paio di foto per il servizio e abbiamo finito.

Takagi: no.

No cosa?

Le foto non le facciamo. Sviliscono tutto il lavoro, il nostro e il tuo. Che poi in realtà noi già non appariamo. Ci hanno già invitato in un sacco di videoclip: “Oh, vieni a fare quello che ha fatto la base” ma ci siamo sempre rifiutati. Non è così che ottieni quella serietà che ti dicevo, quella crescita, quell’alzare il livello. Per cui va bene così, e poi..

E poi?

E poi siamo brutti!

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Un ringraziamento speciale a Mattia Zibelli di MZ Management che non solo ci ha aiutato nell’organizzare questo incontro, ma ha dimostrato una professionalità rara in questo ambiente.

E poi al piccolo Donato Cerone, cucciolo di casa Hano, che mi ha accompagnato per questo servizio e col quale stiamo lavorando a un ricco backstage della giornata che ha prodotto più sorprese di quante sia riuscito a inserire nel racconto. Ma basta rimanere sintonizzati…

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Matteo Prof. Fini
Nella vita reale mi occupo di ricerca, didattica e formazione in Università e nel privato. Laureato in Scienze Politiche e Dottore di Ricerca in Statistica mi piace giocare coi numeri e le parole così nel 2010 ho pubblicato "Non è un Paese per bamboccioni" per CairoEditore. Seguo l’Hip Hop da sempre e dal 2013 firmo pezzi per Hano curando la rubrica Sellout e portando la mia particolare visione nel panorama italiano