Kento
La nostra intervista a Kento
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Talento e capacità vanno a braccetto quando si parla del rapper calabrese Kento ed in questo caso arrivano dritti sul muso dritti Da Sud.
Tralasciando questo umorismo da bar, dopo aver ascoltato l’ultimo disco di Kento e averlo consumato fino all’osso abbiamo colto al volo l’opportunità di intervistarlo per chiacchierare di Hip Hop, di politica, delle nuove realtà che si stanno affacciando nella musica italiana.

Allora dopo aver sentito il tuo disco devo proprio dirtelo, mi è piaciuto, non me l’aspettavo, ma mi è piaciuto!
Non pensavo potesse piacermi perché mi aspettavo un altro di quei dischi da mettere nella cartella “Rap/HipHop” del mio computer e lasciarlo lì nel dimenticatoio, invece penso che continuerò ad ascoltarlo anche nelle prossime settimane (a dire la verità lo sto facendo anche ora mentre scrivo).

Ti ringrazio fratello, l’intenzione era proprio quella e sono contento che sia arrivata all’ascolto. Un buon disco è come una bottiglia di buon rum, l’unica differenza è che costa molto di meno. Lo devi poter sorseggiare, posare nello scaffale e riprendere con lo stesso entusiasmo. Lo puoi condividere con gli amici, ma anche quando lo gusti da solo deve essere in grado di evocare ricordi e sensazioni. Mentre lo produci, sai benissimo che il grande pubblico preferisce il Bacardi Breezer… ma tu semplicemente non sei in grado di fare certe schifezze!

La prima domanda, dunque, è in realtà un segreto che vorrei ci confidassi, ovvero: come si fa a fare un disco moderno, che non suoni di trent’anni fa ma senza scendere a compromessi con le sonorità trap di oggi?

A volte penso che basti solo un po’ di personalità per percorrere una strada diversa dagli altri, tutto qui. Il “nuovo” è, per definizione, ciò che non è stato ancora fatto. La trap stessa quindi ormai è una realtà, non è più una novità, e tra l’altro non è una realtà a cui sono ostile: il mio problema non sono i beat, sono gli mc quando tradiscono la realtà e quando sono stupidi e superficiali. Puoi rappare sulla trap o sul beat di Incarcerated Scarfaces… se non sei capace di scrivere, la tua roba non mi piacerà. Io cerco di seguire il mio percorso e di essere un buon rivoluzionario, cosa da cui sono purtroppo ancora molto lontano, ma ci sto lavorando.

Dopo esserci tolti questo sfizio io direi di parlare un po’ del tuo disco: Da Sud. È il secondo progetto che porti avanti con i Vodoo Brothers ma si distacca da Radici per qualche sonorità più aggressiva, chitarre distorte ed è, come dicevamo, anche meno “classico”. Tuttavia una grande similitudine che Da Sud condivide con radici è la tematica del ritorno alle origini, in questo caso appunto il Sud. Sei sempre stato così tanto legato alla tua terra? Io non ho mai avuto la necessità (o la fortuna) di andare a vivere lontano dalla mia città, a te è capitato? È stata un’esperienza che ti ha influenzato?

Vivo a Roma da molti anni, ma il legame con il Sud sembra rafforzarsi anziché allentarsi. Sicuramente allontanarsi a volte aiuta nel farti vedere le cose in prospettiva, the bigger picture come si dice in inglese. Ti rendi conto che alcune cose che ti sembravano enormi o insormontabili forse non lo sono e allo stesso tempo capisci che alcune esperienze che sul momento hai giudicato piccole e di poca importanza forse hanno finito per ricoprire un’importanza fondamentale nel tuo sviluppo e nella tua crescita artistica. Poi, girando per ogni angolo di Italia, ti rendi conto che siamo tutti il Sud di qualcun altro, per cui il mio essere meridionalista non è assolutamente speculare a chi, da altre parti, vuole costruire muri e barriere… anzi, la mia battaglia è per l’abbattimento dei confini fisici e mentali che dividono la gente. Sicuramente il centro del Mediterraneo rimane in ogni caso la mia Stella Polare e il mio punto di riferimento continuo.

Se non ho interpretato male questo “arrivo dal Sud” è leggibile anche come un “arrivo dal basso come un gancio al mento”, insomma non un concetto (a tratti anche troppo reiterato) di street credibility, ma di credibilità artistica. Colgo questo spunto per provare a fare un’osservazione con te: non pensi che nella musica moderna questa credibilità artistica sia passata davvero in secondo piano? Pensiamo ai “fenomeni musicali” più recenti, Fedez, Rovazzi, J-Ax hanno dimostrato di aver zero credibilità artistica, ma loro si sono dati inequivocabilmente al pop (non che le due cose vadano necessariamente a braccetto), purtroppo però ci sono molti rapper, anche tuoi coetanei o quasi, che si “vendono” per un po’ di notorietà in più; senza poi parlare del fatto che l’underground con cui crescono i ragazzini di oggi è quello della DarkPoloGang!

A me non interessa tanto la rivendicazione personale, quanto quella collettiva. Non ho mai sparato a nessuno, non ho mai spacciato cocaina e non l’ho nemmeno mai consumata: non è quella la street credibility a cui faccio riferimento. L’esperienza che sono fiero di mettere nei miei dischi è quella di migliaia di chilometri macinati in giro, di suole delle scarpe consumate alle manifestazioni e nei luoghi di lotta, di esperienze condivise, di versi scritti e letti a migliaia. Ok, dalle mie parti ci sono più “gangster” che a Compton, quello è vero. Mi sentirai parlare di quella realtà, perché io sono un rapper e ho il dovere di raccontare il vero, ma non mi sentirai glorificarla, neanche con messaggi ambigui o mancate prese di posizione. Giustifico il ragazzo di quartiere che ha fatto certe scelte per mancanza di alternative, ma condanno il sistema che impedisce alla mia terra di essere ricca, libera e stupenda come meriterebbe di essere. Spero di essere stato chiaro. “Vengo da Sud” significa anche venire “dal basso” (per citare il titolo di uno dei miei dischi preferiti), rappresentare chi non ha voce, riprendersi gli spazi che ci hanno tolto. In questo senso hai ragione: c’è rabbia e aggressività in alcuni dei miei versi. Riguardo agli artisti pop-rap che hai citato, non saprei proprio che rispondermi… per me fanno roba così diversa dalla mia che stanno su un altro pianeta. Ma trovo che sia vero quel modo di dire che fa: se ti interessano solo i soldi, i soldi sono l’unica cosa che raggiungerai.

Tornando al disco e al concetto del ritorno, in questo senso mi è piaciuto davvero molto il video di Ribelle, dove la narrazione viene ripetuta aggiungendo ogni volta un antefatto di cui non eravamo a conoscenza, è stata tua l’idea? Cosa dobbiamo leggerci nel sotto testo?

Volevo che Ribelle fosse un film, e ci sono riuscito tramite l’immaginazione folle di Marcello Saurino, per me assolutamente uno dei migliori videomaker che ci sono in giro. La creatività è tutta sua: violenta, grottesca, notturna, così come l’idea di montarlo “al contrario”. Non mi ero mai immaginato come attore pulp e devo direi che l’esperienza è stata divertentissima. Il sottotesto è semplice, ma non vorrei guastare la sorpresa a chi lo deve ancora guardare… diciamo che il racconto inizia dalla fine e che la fine spiega l’inizio!

Vorrei che mi dicessi qualcosa anche di altri due brani: H.I.P.H.O.P. e Lingua Madre. Nel primo mi sono segnato una citazione che ho trovato molto interessante:”L’Hip Hop è vivissimo, siete voi altri morti” e vorrei che ci approfondissi questo concetto, per quanto concerne Lingua Madre, più che altro volevo farti i complimenti (che pezzone!) però mi piacerebbe che parlassi ai nostri lettori anche di questo brano con Murubutu e soprattutto del “Se è l’hip hop oppure il marketing che riempie i palazzetti”.

Il primo verso che citi è una risposta a tutti quelli che, ormai mi sa da una decina d’anni, trattano l’Hip-Hop come una moda passeggera, dicendo che “quest’anno finisce”, che “i numeri sono in calo”, che sta per essere rimpiazzato da un nuovo genere… la verità è che gli anni passano e l’Hip-Hop non muore! Sarebbe ora di cominciare a trattarlo con il rispetto che merita e di rendersi conto che non è solo una moda per ragazzini. Tra l’altro il titolo della canzone è un acronimo; sta per Ho Idee Potenti, Ho Obiettivi Precisi, e questo penso che la dica lunga sul senso del testo. Per quanto riguarda Lingua Madre, è un pezzo in cui io e Murubutu ci interroghiamo sul vero potere della musica di cambiare effettivamente le cose. Il verso che citi è una chiamata alla responsabilità per tutti i rapper: in mezzo alle strategie di mercato, dobbiamo comunque ricordarci che l’elemento principale è l’Hip-Hop, senza il quale non c’è davvero distinzione tra di noi e qualsiasi “cantantino” di moda.

A proposito di Lingua Madre! Non posso non chiederti del premio Tenco, che esperienza è stata?

Esperienza molto bella, in cui non volevo limitarmi a fare la nota di colore, “abbiamo chiamato anche un rapper”. Ho preso il tutto con molta serietà, e penso di aver portato il mio tributo a Tenco con lo stesso valore di Morgan, Roy Paci, Noemi e Marina Rei. La più grande soddisfazione è stata, sul palco del Teatro Ariston di Sanremo, vedere Dj Fuzzten che dava il tempo a tutta l’orchestra sinfonica. Tra l’altro presto ci saranno delle bellissime sorprese su questo fronte… ma ancora purtroppo non posso rivelarvele.

Sei sempre stato un rapper socialmente impegnato e molto legato alla scrittura, recentemente però hai anche iniziato a scrivere su Il Fatto Quotidiano. Proprio su quelle pagine mi è capitato di leggere alcuni articoli sulla SIAE e il passaggio di Fedez a Soundreef, potresti provare a farci un riassunto?

Per quanto riguarda Fedez penso che dovresti parlarne con lui! Per quanto riguarda me, trovo che il mercato discografico italiano sia vecchio, stagnante e noiosissimo: voglio cogliere ogni occasione e scusa per provare, nel mio piccolo, a mettere i bastoni tra le ruote a questo sistema. Per questo ben venga Soundreef – che è un gestore dei diritti d’autore alternativo al dinosauro SIAE – e per questo ben venga anche Bandbackers, che è una piattaforma con cui ridistribuisci i profitti del disco alla comunità che lo ha finanziato. Un artista non deve diventare un commercialista, ma deve sempre essere cosciente dei propri diritti e delle proprie possibilità.

Non vorrei parlare di politica, non mi piace farlo in generale e non vorrei farlo su Hano.it, però vorrei chiederti che impatto avrà secondo te la “vicenda Trump” (e per vicenda Trump mi riferisco alla sua elezione) sulla musica più impegnata? E ancora, è giusto che molti artisti internazionali, e quindi non solo americani, abbiano preso una così dura posizione nei confronti del presidente? (ti anticipo che io penso di sì) E infine, riassumendo, in quanta parte la musica dovrebbe occuparsi di politica e come si legano le due cose?

Ho visto la comunità Hip-Hop statunitense radunarsi come non accadeva dai tempi di Occupy Wall Street, e questo è indubbiamente un elemento molto importante: se la minaccia è temibile, la risposta dev’essere forte e unitaria. Condivido la presa di posizione di quegli artisti e mi piacerebbe che anche qui in Italia avessimo il coraggio di denunciare ad alta voce le tante cose che non vanno. La musica spesso finisce per essere politica: parlare di un argomento (o anche non parlarne) stimola la riflessione (o la mancanza di riflessione) da parte delle persone. Io vorrei degli artisti e degli ascoltatori consapevoli di questo potere. A quel punto, ben vengano anche le canzoni d’amore e le tematiche più leggere.

Dopo queste domande belle impegnative direi di passare alle classiche di Hano per alleggerirci un po’.

Angolo della PuttHana: prostituisci il tuo disco

Se il lettore è arrivato a leggere fin qui sotto, penso che il mio lavoro di music pimp sia già stato abbastanza efficace… grazie a voi e a chi mi segue e supporta.

Angolo MarzulliHano: fatti una domanda e datti una risposta.

Qual è il posto dove ancora non ho suonato in Italia: la valle d’Aosta! È l’unica regione che mi manca, quindi approfitto di Hano per lanciare un appello agli amici valdostani: colmiamo questa mancanza!

Angolo della SHanpista: regalaci un pettegolezzo.

Sto provando a far riunire i Kalafro, ma non è detto che ci riusciamo.

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Giacomo Jack Frigerio
Classe 1993, Giacomo Jack Frigerio vide per la prima volta la luce in Monza e da allora vi vive più o meno stabilmente. Dopo un percorso scolastico travagliato capisce che le cose che li vengono meglio sono scrivere e sputare sentenze; da allora si dedica ossessivamente a queste due. Opinionista per Hano.it dal 2015 e frequentatore assiduo di osterie, trattorie e vinerie; tra i suoi hobby potete trovare: l'hip hop, la musica, le tavolate di amici, poltrire e guardare la pioggia da un luogo asciutto