"The Life of Pablo" la recensione del nuovo album di Kanye West
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Se avessi una fede capace di spostare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla.” – San Paolo ai Corinzi.

Nessuno pensava che avrebbe saputo fare meglio di My Beautiful Dark Twisted Fantasy. Poi arrivò Yeezus. E alla vigilia di The Life of Pablo (quando ancora era conosciuto come So Help Me God, poi Swish, poi Waves) in pochi credevano che il rapper di Chiacago sarebbe riuscito a superarsi ancora.

E invece così è stato.
Nel suo nuovo LP, il controverso Kanye West cerca la maniera migliore per far convivere la morale cristiana allo sfrenato vampirismo di un’esistenza dedita alle passioni, agli appetiti sessuali e ai piaceri. L’unico punto di incontro sembra essere l’amore.

Musicalmente innovativo e quasi sempre privo di loop ritmici,  The Life of Pablo è una variante dell’hip-hop che apre una originalissima parentesi per inglobare un sound gospel/futurista: su produzione che sembrano voler inventare nuove note e suoni mai uditi prima, West si dimostra voglioso di dipingere musica ispirandosi a Pablo Picasso e scrivere versi e rime evocative sulla falsa riga di Pablo Neruda; ma l’ombra del lusso sfrenato e delle perversioni, che richiamano la figura del narcotrafficante multimilionario Pablo Escobar si scontrano col desiderio del rapper di essere un marito fedele e un padre esemplare.

Si dice cambiato, Yeezy, soprattutto dopo la nascita del secondogenito, e come San Paolo sulla via per Damasco viene accecato dall’amore per la sua famiglia, per la quale è pronto a lasciarsi alle spalle ogni vizio e ogni eccentrica perversione.

Melodioso, introspettivo e solenne, l’album ondeggia continuamente fra il sacro e il profano. La religione si scioglie negli affetti e la Grazia di Dio viene trovata nel quotidiano, nel veder crescere i propri figli e nel matrimonio.

I want to wake up with you in my eyes, dice Kanye pensando a sua moglie in Father Stretch My Hands, part I, e poco dopo afferma di volersi sentire libero: libero dalle controversie, dalle critiche, libero di godersi la vita che si è guadagnato, libero dal Male.

Infatti, in I Love Kanye – un eccentrico skit camuffato da freestyle acappella e che funge da spartiacque fra la prima e la seconda parte dell’album – West dice che “I hate the new Kanye, the bad-mood Kanye/ The always-rude Kanye, spaz-in-the-news Kanye/ I miss the sweet Kanye, the chop-up-the-beasts Kanye.”

Nelle 18 tracce dell’album Yeezy ci regala (e alterna) beat martellanti e melodie soul sublimi, invettive in rima e una valanga di paradossi, che sottolineano quanto sia difficile per l’artista distaccarsi dal suo io egocentrico per abbracciare il nuovo stile di vita che sa di dover intraprendere per essere un buon padre: ed ecco quindi che inneggia a Dio in Ultra Light Beams e poco dopo insulta Taylor Swift e spara a zero su Ray J, afferma di desiderare una GoPro sul proprio pene e si vanta delle sue conquiste sessuali, quindi torna a chiedere perdono.

Proprio Ultra Light Beams ci introduce a The Life of Pablo, e subito il tono dell’album viene chiarito: prodotta da Rick Rubin e Swizz Beatz, l’overture è di una bellezza senza pari, e l’atmosfera profetica/religiosa è decantata dal pastore e artista gospel Kirk Franklin, dal coro dal sapore squisitamente ecclesiastico che canta insieme a The-Dream e da Kanye West che annuncia “This is a God dream, this is a God dream/ This is everything, this is everything”. Kanye ha tutto, e sta iniziando a rendersi conto che tutto ciò che ha lo deve a Dio e al talento che Egli gli ha concesso.

Da qui usciamo dalla chiesa – perché il brano introduttivo è chiaramente un gospel – e iniziamo così un viaggio caleidoscopico attraverso il purgatorio della celebrità, fino al personale inferno dell’artista: dalla penitenza e dal sacrificio (Father Stretch My Hands, part I & II), all’ipocrisia che lo circonda (Real Friends), dalla rabbia e dall’ego (Famous, No More Parties in L.A., Highlights) alla grazia di Dio (Low Lights, Wolves) e dai rimorsi (30 Hours) alla redenzione (Fade, Waves) e alla promessa di diventare una persona migliore per la sua famiglia (FML, acronimo dicotomo di Fuck My Life e/o For My Lady, traccia dedicata a Kim Kardashian con la partecipazione di The Weeknd).

In tutto questo West dà prova di se sia come talentuosissimo produttore, sia come cantante (col tanto controverso ausilio di Auto-Tune), sia come, per la prima volta, rapper dalla lingua sciolta e veloce, infuocata. Proprio per questa fluidità stilistica TLOP è un album chiaramente rap, prima di qualsiasi altra cosa, al di sopra di qualsiasi altra sfumatura. Un album rap dalle molteplici sfaccettature, e unico nel suo genere.

Tra tutte le tracce-capolavoro spicca la soffocante bellezza di FML e la religiosa Wolves, durante la quale viene dipinta forse la metafora migliore del progetto: in una strofa West paragona se stesso e sua moglie a Giuseppe e Maria, soli in una grotta circondati dall’oscurità e dagli orrori del mondo.

Fra i featuring imponenti (i sopracitati The-Dream e The Weeknd, ma anche Chris Brown, Future, Rihanna, Kelly Price, Kid Cudi, Desiigner, Young Thug, Ty Dolla $ign) sono già cult quello di Kendrick Lamar in No More Parties in L.A. e quello di Chance The Rapper nella traccia d’apertura.

Kanye West sintetizza in 18 tracce la sua vita (e la sua carriera) e, ironicamente, durante la sua spasmodica ricerca di Dio potrebbe aver creato un mostro leggendario.

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Matteo Regoli
Classe 1993, nato e cresciuto ad Ascoli Piceno, studia Lettere e Filosofia all'università di Macerata. Nel tempo libero si trasforma in scrittore, sceneggiatore e poeta. Sagace come un Grant Morrison dei poveri e tagliente come una rima di un Eminem senza casa discografica, sta ancora aspettando che Babbo Natale venga a portargli la sua spada laser.