Jamie Robert col nostro Prof durante l'intervista
Jamie Robert col nostro Prof durante l'intervista
Loading...

Più di un videomaker, un gentiluomo. Intervista a Jamie Robert Othieno

Oramai una canzone non è più un mix di musica e parole, ma è sempre più un menage a 3 dove il nuovo invitato è il video musicale. “Video Killed the Radio Star” cantavano The Buggles nel 1979, ma non è andata proprio così. I video da killer son diventati complici. E star che non trovano spazio in radio possono essere un cult coi video.

Aumenta quindi l’interesse, ma soprattutto l’importanza, attorno ai videomaker e molto più spesso si legge la loro firma sul video piuttosto che sotto al video. Come se fossero protagonisti come l’autore o l’interprete del pezzo. E probabilmente è così.

Ho cominciato ad interessarmi a questo fenomeno e ho voluto incontrare un nome che sempre più spesso ha cominciato a comparirmi tra i credits dei video rap che mi capita di vedere. Mi è sembrato di riconoscere una mano e ho voluto capirne di più.

Incontro Jamie Robert in una caffetteria in Porta Romana a Milano nonostante il nostro amico in comune, Antonio Dikele, cerchi di boicottare il nostro incontro dandoci appuntamenti sbagliati… Son curioso di conoscere Jamie Robert perché i suoi lavori mi piacciono molto, ha collaborato con alcuni dei rapper che seguo per cui il suo nome ha cominciato a rimbalzarmi in testa. Se di primo acchito non vi dice nulla sicuramente però avete visto, ad esempio, Marijuana uno degli ultimi pezzi di Ghali firmato in coppia con Charlie Charles, il cui video, diretto da Jamie in combo con Alessandro Murdaca, ha ben presto superato il milione di visualizzazioni.

Così, come spesso mi capita, sento che dietro c’è una storia più complessa del semplice “sono un videomaker faccio video” e decido di curiosare un po’.

Innanzitutto Jamie Robert è un ragazzo bellissimo, le origini keniote fanno da cornice a uno sguardo profondo e un sorriso che fatica a liberarsi ma che racconta tutta la sua riservatezza. Per metterlo in difficoltà e rompere gli indugi uso un vecchio trucco: parto dalla fine.

Tu dove stai andando?

Domanda da un milione di dollari. In realtà non lo so neanche io.

So che voglio fare video. L’unica cosa che ho capito quando ho iniziato come fotografo è che la staticità mi annoia. Così ho scoperto il mondo del video e questo voglio fare. Normalmente uno risponde che vuole fare film? Nì. Troppo complessi, troppe cose, troppe persone che si parlano. Mi piacciono i clip: semplici, immediati, corti. Semplici, ma non facili. In poco tempo devi riuscire a spiegare tutto. Davvero una domanda difficile comunque.

Eh lo so. Magari tra 5 anni ci rivediamo e vediamo un po’ se la pensi ancora così.

Tu sei giovane ma non giovanissimo, hai quasi 30 anni. Hai sicuramente dell’esperienza che ti porti dietro da ben prima degli ultimi video rap che hai girato. La usi questa esperienza nei tuoi lavori oppure è sempre l’istantanea di un momento e il video lo fai oggi come l’avresti fatta 10 anni fa?

Dipende molto dal lavoro. In molte situazioni sono davvero molto istintivo, molto influenzato dal momento e di norma cerco sempre di fare così. Ma quello che sono stato prima, soprattutto nella fotografia, cerco sempre di portarmelo dietro. Anche perché quello che mi piacerebbe fare oltre a fare l’operativo è il Direttore della Fotografia e quindi cerco sempre di stare attento ai dettagli.

Andiamo sul tecnico. Come dev’essere secondo te un video musicale per essere fatto bene?

(Ride…)

Leggevo pochi giorni fa un articolo che comparava i video italiani con i video stranieri, ovviamente americani soprattutto, e, diciamo, ha massacrato i vari registi e operatori italiani e…

E?

…e approvavo tantissimo quello che diceva e mi rispecchiavo in quei registi italiani.

Nel senso che ti rivedevi in quelle critiche e difetti?

Assolutamente, esatto. Perché effettivamente mi rendo conto che in moltissimi videoclip italiani, che siano Hip Hop o altro, ci si riduce al clichè abusato del cantante preso da davanti che si fa la sua canzoncina o strofa mescolato a varie scene fini a se stesse o storielle. Fine. Sta andando molto e non so se sia la via giusta.

Cosa amo io? Il no sense. Il video che magari ti può lasciare di stucco. Ad esempio, hai presente ‘I Soliti Sospetti’? (Beata gioventù… vuoi che non conosca Keyser Söze??! N.d.r). Quello che vorrei riuscire a fare in futuro è trovare un artista che mi dia, non dico carta bianca ma quasi, e che magari non appaia nemmeno nel video se ritenessi che la scelta vincente sia un’altra. Uno standard che a parer mio ha un po’ stufato. Però è quello che va oggi, chiaro. Non so se bisogna dar retta a ciò che vende o a ciò che è bello. Un po’ il dramma è questo.

È un dramma molto forte in questa epoca. Oggi che produrre un video costa molto poco ci sono pochi soldi e quindi quel poco lo si usa per andare sul sicuro, magari 30 anni fa, paradossalmente, un video ti costava milionate ma c’era più margine di manovra per sperimentare e rischiare.

Come sei arrivato al rap? E ai video rap.

Ci sono cresciuto. Mio padre era un DJ medio famoso e ho foto di me a 4 anni con l’orologio  al collo tipo Public Enemy, magliettone larghissimo e snapback che allora andava tantissimo e poi è tornato di moda. Ho sempre ascoltato musica, Wu Tang Clan e Busta Rhymes su tutti. E ci son rimasto dentro.

Ok, quindi hai portato poi la tua professione dentro a questa passione.

Sì, avevo amici che cantavano e ho iniziato intorno ai 16/17 anni a fare le prime cose. Però vivendo a La Spezia era tutto molto più difficile. Più avanti ho iniziato seriamente con i video rap.

Raccontami un po’ di quando hai cominciato a lavorare con artisti italiani del rap. Com’è andata? Com’è successo che uno ti ha detto “fammi un video”?

Inizialmente c’era una comunità molto grossa di dominicani a la Spezia che conoscevo perché ci giocavo a basket. Mi han chiesto di fare un video per delle canzoni loro, poi altri, poi altri ancora, sempre questi dominicani. Fino a che non han cominciato a venire apposta da Santo Domingo dei nomi diciamo più famosi… al tempo andava molto il reggaeton, erano i tempi della Gasolina, ricordi? Da lì mi son fatto un nome e ho cominciato a lavorare con artisti italiani, partendo da due cari amici come i Bushwaka a cui ho fatto praticamente tutti i video fino a quelli prodotti poi da Newtopia. Son finito al Karmadillo appena mi son trasferito a Milano e lì ho conosciuto i Two Fingers e ho collaborato con loro. Una cosa tira l’altra e via.

Cosa vedi nel futuro della produzione video legato al rap?

Mi piacerebbe che si riuscisse a trovare un’identità, che ai video musicali venga dato un timbro, si veda la mano. Che ogni videomaker riesca a fare questo. Io ho il gusto del no sense, un altro può avere un’altra ispirazione, ma la mano deve essere riconoscibile. Come al cinema.

Con chi ti piacerebbe girare?

Salmo. È utopico.

Beh utopico perché lui si fa tutto da solo altrimenti non la vedo così irreale!

Sì, ma le persone con cui lavora lui, i ragazzi della Younuts, li ammiro davvero tantissimo. Secondo me hanno rivoluzionato il modo di fare clip. Loro fanno la roba cinematografica, può piacere o meno, ma fanno questo e lo fanno bene.

E poi Ghemon. Un altro con cui mi è sempre piaciuto pensare di collaborare. Specie in quel momento in cui era un po’ in quel via vai tra il rap e… e… .

E Ghemon.

(Anche Antonio Dikele ha la passione per Ghemon N.d.r. Ti vedo fratellino J )

Dimmi un video che hai visto e hai detto “Cazzo bellissimo avrei voluto girarlo io!”

Non saprei. Anche perché son molto lunatico e un giorno mi sveglio con un’idea e il giorno dopo con un’altra.

E invece un video che hai visto e hai detto “Cazzo che spreco se l’avessi girato io avrei prodotto una figata!”

Per “cazzo che spreco” ti direi il 90% dei video girati in Italia… “se l’avessi prodotto io” non so.

Qualcos’altro che vuoi assolutamente far sapere?

Non mi viene in mente nulla.

Jamie ci riflette intensamente ma niente. Così ci alziamo e ci dirigiamo verso l’uscita parlando del viaggio che farà di lì a poco verso la Thailandia con alcuni amici per distrarsi e ricaricare le batterie. Un po’ lo invidio. “Davvero non c’è altro Jamie?”, sembra di no. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento al suo ritorno.

Mi dirigo verso la Metro ripensando a questo ragazzo pieno di idee e di vita, ma senza ego smisurato e manie di grandezza. Strano nel mondo di oggi, ancor di più nel mondo del rap. Pacato, con le idee chiare e i dubbi classici di un ragazzo che si sta costruendo un futuro e lo sta facendo bene con le giusta misura e passione. Il rap è solo una tappa, ne sono sicuro. Anche se firma e ha firmato molti video rap sento che non c’è solo questo. Salgo in Metro, ho in testa il pezzo che andrò a scrivere. Arrivo a casa, apro la posta e ricevo un messaggio di Jamie.

“Quello che vorrei che la gente capisse di me è che sono diversi anni che lavoro in questo campo. Non sono un ragazzino che si è lanciato nel mondo dei video rap, con più o meno successo, ma che, nonostante sia poco conosciuto, sono un professionista e non sono solo legato al mondo rap e musicale. Con il mio team, Altreluci, abbiamo rivoluzionato il modo di vedere i video di matrimoni partendo dalla Toscana già 6 anni fa quando ancora tutti facevano video pacco e ora ci chiamano dall’estero per fare wedding video.”

Tranquillo Jamie. Si era capito che sei una persona seria. Si capisce dai tuoi lavori, dal tuo gusto, da come ti poni e spero anche da questa chiacchierata. Si vede che sei un ragazzo preparato, molto bravo e molto orientato al lavoro più che all’immagine. Sono tutte caratteristiche che ti porteranno lontano.

A me piacerebbe che mi facessi un video, io sì ti darei carta bianca, ma, come i lettori di questa rubrica sanno, col rap ci ho provato da giovane ma ero scarso da lacrime.

A ‘sto punto mi tocca sposarmi.

Matteo Fini

Loading...