Status” è quel disco di cui non puoi parlare male per non creare scalpore tra gli addetti ai lavori. È quel disco che piace anche ai rapper meno abbienti, quelli che alla fine un po’ rosicano sempre; che piace ai rapper famosi perché probabilmente hanno collaborato con strofe, produzioni o incoraggianti pacche sulle spalle; che piace ai produttori perché, vedi sopra, ci sono dentro oppure no, ma avrebbero voluto e magari ci rosicano anche un po’.

Innovativo, progressista, pioniere, beat avanti e che suonano freschi, mai utilizzati in precedenza, testi complessi, pregni di significato.
Marracash, nei tre anni di stop, ha studiato ed osservato l’ambiente per produrre il disco definitivo, costruendo intorno a sé un’etichetta indipendente ma non troppo, “Roccia Music”, che annovera un parterre di artisti bravi ma non bravissimi, cosicché da non pestarsi i piedi l’un con l’altro ed intrattenere il pubblico in attesa appunto di questo album, mixato in America e rilasciato sugli scaffali nostrani tre giorni fa.

Status: la ricerca della perfezione di Marracash. Il disco che deve piacere

Tra un incastro intelligentissimo ed una rima affilata, Fabio si destreggia su questi beat magnifici come solo lui sa fare: meglio degli altri e in maniera più furba. Meglio, perché oggettivamente, ad oggi, come lui ci sono solo Salmo ed Ensi, il resto è un contorno grigio e piatto. Furbescamente perché sopperisce la rara mancanza di contenuti, con l’arguzia; tradotto, dice le stesse cose che dicono gli altri ma in maniera diversa, “ingannando” così l’ascoltatore.
Contenuti che spaziano tra autocelebrazione (“anche se dire questa autocelebrazione è come guardare una natura morta e dire che è solo frutta”), dediche (all’amico in “Il nostro tempo” e alla ragazza in “Untitled”), esperienze personali sparse un po’ ovunque in tutto il disco, amore, droga, disperazione, entusiasmo…insomma, tutto quello che ha sempre caratterizzato ogni disco del Principe di Barona e l’ha sempre messo un paio di gradini sopra gli altri.

Un disco perfetto dunque? No, assolutamente.
Ad esempio credo che la maggior parte delle collaborazioni non vadano di pari passo con la qualità richiesta per essere presenti in questo disco.
Lasciando per un attimo da parte il discorso su Tiziano Ferro e salvando Salmo (e di conseguenza Coez) in “A volte esagero” una delle canzoni migliori del disco, le altre spaziano tra l’inutile e il poco azzeccato: inutile perché non aggiungono niente di più alle tracce in sé, poco azzeccate perché fuori luogo, di livello di molto inferiore rispetto all’artista principale.

Fabri Fibra, presente solo nel ritornello di “Vita da Star” è quasi fastidioso, Achille Lauro in “Don” nonostante un leggero miglioramento rispetto al solito rap, non è ancora all’altezza. Luché (“Sushi e Cocaina”), nonostante l’esperienza, stona ancora quando rappa in italiano e non in dialetto e i suoi testi sanno di minestra riscaldata. Velo pietoso su Guè Pequeno, ombra del sé stesso di qualche anno fa, la sua strofa in “Di nascosto” sembra scritta pescando casualmente da un cappello contenente sue vecchie rime, imbarazzante. Molto positivo il ritornello di Silvia Magoni presente nel prossimo singolo “In Radio”. Poco sfruttate invece, a mio avviso, le collaborazioni con i Subsonica e con Neffa: i primi con un semplice inserto in “Il Nostro Tempo” mentre il secondo, avrebbe potuto dare qualcosa in più in “Nella Macchina” la quale con il suo sound funky, rallegra un po’ i toni molto cupi dell’intero disco.
Discorso Tiziano Ferro: ne abbiamo lungamente parlato, i fan più accaniti hanno attaccato Marracash per la scelta, altri non hanno capito; la verità è che aggiungere un artista di quel calibro non può che migliorare verso l’alto il livello del disco.

Senza un posto nel mondo” è molto profonda e necessitava di una spalla di rilievo, in un altro caso, sarebbe stato inutile aggiungere una seconda voce.
Altro problema diffuso, potrebbero identificarlo i ritornelli: la ricerca dell’avanguardia dovrebbe automaticamente eliminare alcuni fattori tipici della nostra musica, tra i quali appunto vi sono i ritornelli che fanno suonare vecchio il nuovo, allungano canzoni dove non v’è necessità di dilungazioni particolari e distolgono l’ascoltatore dal concentrarsi su testi per i quali Marracash dedica, a differenza di molti altri, attenzioni certosine. Facendo un esempio: “Bruce Willis”, prima traccia del disco, rappresenterebbe in pieno l’idea della modernità di questo cd, se solo ci fossero più canzoni del genere fra le altre diciannove.
Encomiabile da un certo punto di vista, molto criticabile su altri, il cercare di ricalcare il Kanye West di “On Sight” in “Crack”: il beat ricorda molto quello dell’americano e il flow distribuito sopra i 4.53 della canzone ha un sacco di similitudini non richieste (l’allungo di Marra su “voterààà” al minuto 0.49/0.50 è un chiaro richiamo al minuto 1.52/53 di Kanye su “dick in your moooouuuuth”). Nulla di scandaloso, se si pensa che già negli anni ’60 anche Celentano faceva così, in modi e maniere diverse.

Per il resto, considerazioni sparse: “Sushi e Cocaina” richiama la canzone dei Marta sui Tubi, dove in maniera diversa si trattano sempre gli stessi argomenti, parlando di Milano; alcune canzoni sono molto dirette, rispetto agli album precedenti, ad un pubblico più giovane, partendo da “20 anni (peso)” e passando per “Sindrome depressiva da Social Network” ma si è sentito chiaramente di peggio.

Devo dire che ho trovato questo disco molto difficile da recensire, mi ci è voluto un po’ per capirlo o forse semplicemente per farmelo piacere, rispetto ai suoi precedenti lavori i quali, mi avevano colpito nell’immediato. All’inizio ero titubante e un po’ sfiduciato, riguardo a delle aspettative forse troppo grandi che mi ero creato. Dopo parecchi ascolti però, è venuto naturale dare i meriti dovuti a questo lavoro, il quale è nettamente avanti rispetto ad altri. Per avanti intendo qualche anno e rispetto agli altri intendo tutta la scena attuale.

Solo il tempo ci dirà se questo sarà una pietra miliare del rap e/o un disco dal quale trarranno ispirazione altri artisti italiani; per ora, che siano i fan a goderne.

Vitto (twitter @vittoworldpeace)