Dopo 100 giorni di attesa, 100 giorni in cui la preoccupata famiglia del giovane è stata sulle spine, pregando, ricevendo affetto, appoggio e sostegno: finalmente dopo 100 giorni, questa notte è stata emessa la sentenza che avrebbe dovuto portare giustizia e un po’ di pace ai parenti tutti di Michael Brown, ucciso quest’estate, precisamente il 9 agosto 2014 in maniera apparentemente casuale, da un poliziotto, Darren Wilson, il quale credeva di aver di fronte l’autore di un furto avvenuto poco prima nei paraggi.

Dopo 100 giorni, questa notte, la famiglia di Michael Brown si è vista vessare da una sentenza d’assoluzione totale nei confronti del poliziotto: non colpevole. Il gran giurì ha decretato che, causa mancanza di prove sufficienti, Wilson non può essere né incriminato né, può partire un processo nei suoi confronti.

Motivazioni vaghe che, immediatamente, come effetto domino, scatenano proteste in tutti gli States (a New York, il ponte di Brooklyn è stato chiuso) e Ferguson è in fiamme.

Tutti i rapper americani, hanno espresso su Instagram e Twitter il loro disappunto per la cosa; tra i più attivi c’è sicuramente The Game, che dopo un lungo post dove con rabbia commenta la vicenda, conclude con un violento hashtag #fuckamerica; una posizione così netta e decisa contro tutto l’organismo di Governo da parte della comunità Afroamericana, non si vedeva dai tempi dello scandalo Katrina, dove vennero aiutati pochi e privilegiati membri dell’upper class di New Orleans, ma ai tempi l’amministrazione era ancora in mano a Bush e alla Casa Bianca non era ancora presidente Obama, il quale negli anni ha perso (inevitabilmente) numerosi consensi tra la propria comunità.

Anche Puff Daddy, Ace Hood e Tony Yayo sono intervenuti sui social network, scandalizzati dalla cosa.

Parlarne in queste poche righe è chiaramente riduttivo ma automaticamente, viene da associare il fatto al caso Cucchi: le modalità di compimento del reato sono diverse ma il risultato è medesimo; il forte vince sul debole, lo Stato si dimostra prepotente e super iuris quando si tratta di giudicare una propria estensione o un proprio organo agente.

Se per Stefano Cucchi almeno ci sono state infinite sedute giudiziali e tutti e tre i gradi processuali per giungere ad una non ben chiara sentenza di non colpevolezza, in questo caso c’è solo stata un decisione immediata per tranciare le speranze di giustizia della famiglia Brown; ulteriore differenza che non cancella l’ingiustizia delle decisioni italiane ma evidenzia gravi mancanze da parte della corte statunitense è l’effettivo arresto di Stefano e solo dopo alcuni giorni la morte, causata da un fatto non direttamente legato al fermo in sé, mentre a Ferguson, Wilson uccide Brown all’istante, giustificandosi con un semplice “Egli mi aveva provocato, mi sono sentito in pericolo” e associando mentalmente il ragazzo ad un atto illecito totalmente dissociato con il momento dell’incontro. Per di più Brown risulta disarmato al momento della sparatoria, quindi difficilmente avrebbe potuto recare minaccia o danno all’agente se non magari con qualche parola troppo pesante, così come dubito Cucchi avrebbe potuto causare alcun danno a qualcuno essendo in detenzione e pesantemente maltrattato dai carcerieri.

La mia opinione personale pende verso una maggiore ingiustizia nel caso del giovane afroamericano, in quanto non è stato nemmeno data la possibilità di ottenere una misera soddisfazione a livello processuale alla famiglia del ragazzo, mentre, perlomeno qui, per quanto criticabile e biasimabile la sentenza Cucchi, si è svolto un regolare percorso giudiziale, terminato poi nel nulla.

Voi cosa ne pensate? È giusto associare le due cose? O credete che vi siano delle disparità?

Vitto (twitter @vittoworldpeace)