L’altro sabato stavo sonnecchiando sul divano, quando dalla tv ho cominciato a sentire la voce a mitraglietta tipica di Emis Killa. Era ospite a Verissimo su Canale 5. Il libro appena uscito – Bus323, il tour, Maracanà, il passato, il presente, il futuro, gli altri rapper, i talent.

Emis ha parlato di tutto e anche molto bene. Appare sempre molto emozionato, ma riesce ad affrontare gli argomenti con grande onestà e accortezza di pensiero.
Sprona i giovani senza essere stucchevole, non bacia il culo ai fan anzi li bacchetta spesso, non si vergogna a dire di essere cresciuto ascoltando altri rapper, di cui fa i nomi, non si vergogna a dire di essere contento e soddisfatto di vivere di Rap, di non volere tornare povero, di essere spaventato all’idea che possa accadere (affronto supremo, un rapper viene dal nulla e deve rimanere nulla, schifare i soldi e il successo).

Emis Killa a Verissimo

Lui bravo. Ma sulla rete ammiraglia di Mediaset, in una delle trasmissioni di approfondimento del pomeriggio, storiche, cosa sapevano di Emis Killa, del Rap italiano, dell’Hip Hop? Nulla. Impreparati.

Killa ci prova, non è mai facile spiegare cos’è un freestyle, una gara, il rapporto con gli altri rapper. Non è mai facile farlo in tv dove i tempi sono molto stretti e tutto viene fagocitato velocemente. Lui ci prova, ma nulla. La Toffanin rimane interdetta, più di una volta.

Quando cita Bassi Maestro… il vuoto.
Quando cita il primo Fibra… il vuoto.
Quando spiega che il rap, ora, non è più di nicchia e non c’entra lui e Maracanà, l’unico pezzo che sembrano aver sentito in redazione… il vuoto.
Quando dice mixtape… il vuoto (questa glielo posso concedere alla bella Silvia…)

In compenso in studio, e nel servizio che ha preceduto l’ingresso del giovane rapper, via con i cliché che erano buoni negli anni ’90. Il rap l’ha portato Jovanottiil rap è un genere di nicchiai vestiti larghi… ci mancavano giusto le corna.

In Italia Emis Killa è già doppio platino (chi lo fa ormai?), il Rap è in cima a tutte le classifiche, presente nei Talent, come giudice oltre che come concorrente, riempie palazzetti, viene usato nelle sigle e nelle pubblicità, non scimmiottato come un tempo, ma proprio collaborando con grossi nomi, Fedez credo faccia dei numeri che pochi fanno in Italia, non intendo nei confini del Rap. Può non piacere, ma è così. Com’è possibile che una trasmissione importante come Verissimo si stupisca di ciò? Com’è possibile che la povera Toffanin non sia stata meglio preparata dalla redazione.

Emis Killa a Verissimo

Perché siamo costretti a sentirci la solita tiritera sui rapper e il parlare veloce?

Se questo è lo spazio, e la misura, che chi informa dà al “fenomeno rap italiano” vuol dire che non siamo ancora pronti. Emis Killa doveva essere trattato come una star assoluta. Più dell’attore in coppia con Belen venuto dopo. Però quello è il classico, questo è il nuovo. Nuovo da anni però, bisogna aggiornare i libri di storia. Anche i giornalisti, o i presentatori, devono essere pronti. Se arriva un rapper, così come quando arriva Vasco Rossi, devono sapere cosa vuol dire il Muretto o il Tecniche Perfette, così come pescano nel loro bagaglio il Roxy Bar o Abbey Road. Sono certo che se al posto di Killa ci fosse stato il tanto strombazzato trio Fabi, Silvestri, Gazzè, sarebbe stata una festa. Eppure sono molto meno attivi e performanti, oggi, di Emis Killa e del Rap tutto.

Dire che i rapper sono fenomeni della rete è sbagliato. Non esiste il popolo della rete. Esiste il popolo, la rete è un mezzo. Se la usano solo i ragazzini è un problema di chi ragazzino non è. Se bastasse un video su youtube a fare successo saremmo tutti disco d’oro.

Emis Killa ce l’ha messa tutta. Un po’ emozionato, un po’ stranito (quando la Toffanin pronti via gli fa “Tu sei molto amato dai ragazzini, ma qualcuno non ti conosce… (silenzio)… ma sei arrabbiato?” non viene inquadrato ma siamo certi che avrebbe voluto dirgliene quattro alla Piersilvia), ha provato a spiegare cosa vuole dire crescere e cercare una strada credendo nel vero Hip Hop. Le gare, il freestyle con gli amici, le prime robe, le rime, il successo, i pezzi più pop, ma anche i pezzi grezzi. Dove i soldi ci sono, inevitabile, ma non sono uno scopo, “ai miei tempi non c’era nulla, non si pensava a fare soldi ma a diventare bravi”.

Probabilmente in Italia siam troppo vecchi, non siamo pronti, forse non lo saremo mai. Peccato. Perché l’Hip Hop, con il suo passato, ha tutto il diritto di far parte di una pagina importante della cultura, e della storia della musica, all’interno della Storia di questo Paese. E i giornalisti dovrebbero conoscerla almeno un pochino di più prima di intervistarne uno dei protagonisti.

Bravo Emiliano, grazie lo stesso.

Matteo Fini

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Matteo Prof. Fini
Nella vita reale mi occupo di ricerca, didattica e formazione in Università e nel privato. Laureato in Scienze Politiche e Dottore di Ricerca in Statistica mi piace giocare coi numeri e le parole così nel 2010 ho pubblicato "Non è un Paese per bamboccioni" per CairoEditore. Seguo l’Hip Hop da sempre e dal 2013 firmo pezzi per Hano curando la rubrica Sellout e portando la mia particolare visione nel panorama italiano