Qualche settimana fa sono andato a sentire Egreen al Legend 54 di Milano. Entro. E, delle prime 10 persone che incontro, 8 hanno la felpa/maglietta/cappellino della Z€N. Ma come? Sono al concerto di GFantini paladino dell’Hip Hop, dell’hardcore, dell’underground, mister non mi scordo che ‘sta merda è più grande di me soldato e la gente si presenta vestita come Guè Pequeno? Il male oscuro, colui che dicono non essere degno di rappresentare l’Hip Hop, catalizzatore di haters, venduto al sistema.

Quindi cosa c’è di sbagliato ad andare con la felpa della Z€N al concerto di Egreen? Semplice, nulla.

La divisione tra underground e mainstream o, meglio, l’incompatibilità tra underground e mainstream è un’invenzione di chi ha bisogno di stimoli e argomenti per scrivere delle canzoni. Un’invenzione tutta italiana oltretutto.

Il ragazzo con la felpa del concerto al Legend avrà conosciuto prima Fantini o il Guercio? Non importa, probabilmente il secondo. Gli è piaciuto il genere, si è informato e ha scoperto che gli piaceva di brutto anche E mothafuckin’ Green. Questo fa il mainstream. E questo deve fare: comunicare, dare visibilità e aprire le porte su un mondo. Una vetrina. Quante volte entri per comprarti quei pantaloni e poi esci con un altro paio perché ti stanno meglio?

Tale questione, qui da noi, si porta avanti dalla notte dei tempi. Dal primo Ax, il primo boom, le prime cose. Eppure è evidente come l’underground abbia beneficiato, e benefici, delle ondate di popolarità del Rap. Molte etichette, molti artisti, molti templari, sarebbero spariti da tempo senza la linfa prodotta, di tanto in tanto, dal tanto vituperato mainstream. Non tutti hanno un fan base vera. Anche se lo pensano.
E poi non ho mai visto un purista che, sul palco al suo concerto, vedendo uno con la maglietta sbagliata, dice “no no no, non suono finché quello non esce dal locale, lurido pagante con TShirt blasfema”.

Egreen stesso che, oltre a essere un duro al mic, è anche un ragazzo serio, intelligente e onesto, che pensa a fare buona musica con coscienza e non le guerre, ha detto in una recente intervista che lui collaborerebbe con tutti, anche Gue’, Marra, Fibra. Anche se Gue’, Marra, Fibra rappresentano quello contro cui, secondo gli altri, rapper come Egreen dovrebbero combattere.

Cosa c’è di sbagliato in tutto questo? Semplice, nulla.

Quando sento un ragazzetto, o peggio ancora un rapper di 20 anni alle prime interviste, dire “Io ho iniziato ascoltando Rakim e Eazy E…” penso ma che cazzo stai dicendo? Fai il bravo e si sincero. Io mica mi vergogno a dire che la prima cosa che mi ha smosso è stata Jump dei Kriss Kross… poi da lì sono andato dentro incuriosito (oddio, ora che ci penso, forse, prima ancora, TurboB nel pezzo Rythim is a dancer degli Snap, vedi tu). Se mi dici che tu, quindicenne, sei nato con Doug E Fresh l’unica cosa che penso è che tu voglia dare credibilità a chi sei perché quello che fai non è abbastanza. Persino Tupac e Biggie ormai sono citati a sproposito, tipo cantilena.

Qualche settimana dopo sono stato anche al concerto di Guè Pequeno all’Alcatraz di Milano. C’era troppa gente e mi è stato impossibile capire se in mezzo a centinaia di felpe della Z€N ci fossero anche supporter di Egreen. Ma sono certo che c’erano.

L’impossibilità, anzi quasi la vergogna, a partecipare a concerti di un artista mainstream, se segui l’underground, è un’invenzione, sempre tutta italiana, di chi ha bisogno di stimoli e argomenti per scrivere delle canzoni.

Il pubblico lo devi educare, non corrompere o inibire. Devi dare. I ragazzi non sono stupidi. Ascoltano e valutano. E se sono in tanti al concerto di Guè è perché, alla fine, dopo le chiacchiere, conta quello che fai e come lo fai. E al Guercio possono rompere i coglioni giusto per le felpe perché a liriche e flow manda a casa chi ancora perde tempo a parlare di lui.

La gente cresce. Lavora, matura.
Non è più quello di Mi Fist. E meno male.

Matteo Fini

Matteo Fini è un ricercatore e autore italiano. Si occupa di formazione, didattica e ricerca in Università e nel privato.
Per CairoEditore ha pubblicato nel 2010 Non è un Paese per bamboccioni – Storie di giovani italiani che ce l’hanno fatta nonostante tutto. Nel 2014 uscirà il suo nuovo libro dal titolo controverso Università e Puttane. 
@matteofinii
www.matteofini.it

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Matteo Prof. Fini
Nella vita reale mi occupo di ricerca, didattica e formazione in Università e nel privato. Laureato in Scienze Politiche e Dottore di Ricerca in Statistica mi piace giocare coi numeri e le parole così nel 2010 ho pubblicato "Non è un Paese per bamboccioni" per CairoEditore. Seguo l’Hip Hop da sempre e dal 2013 firmo pezzi per Hano curando la rubrica Sellout e portando la mia particolare visione nel panorama italiano