Fare Rap è facile. Cosa ci vorrà mai? Un beat, un microfono. Ma è un po’ come il Poker: facile da giocare, difficile da giocare bene. Oggi poi fare Rap è davvero facile. Basta un computer, un software, un micro usb. Per dire. Metti un video su Youtube, un tag giusto, ti spari qualche centinaia di visualizzazioni e ti senti Gesù Cristo.

Eppure anche Gesù, benché figlio di un parentado importante, amava ascoltare e imparare.

Oggi tutti fanno Rap convinti di non dover chiedere niente a nessuno, di non doversi confrontare. Di non dover andare a scuola. Di non avere bisogno di maestri. È facile, lo faccio.

È un peccato. Perché si potrebbe fare tutto prima e, soprattutto, meglio.

Quando ho iniziato la mia ricerca per scrivere “Non è un Paese per bamboccioni” cercando storie di giovani italiani che provano a realizzarsi professionalmente, e ce la fanno, in Italia, nonostante l’Italia, la cosa che più mi ha colpito è che questi ragazzi fossero completamente soli: senza aiuti. Dallo Stato, dalla famiglia, dalla scuola. Senza maestri. Una guida. Dovevano cercarsi una strada senza consigli o direzioni.

Ma nell’Hip Hop non è così. Nemmeno oggi. I maestri ci sarebbero, e tanti, quando non perdono tempo a insultarsi tra loro su Facebook. È vero che da una parte l’autostima, la voglia di emergere e “uscire dalla strada” han sempre fatto da base alla storia di molti artisti di successo. Un sentimento un po’ da “soli in culo al mondo”. Ma è vero anche che sempre si è cercato di catturare i segreti di quelli venuti prima. Seguendoli, ascoltandoli e facendosi consigliare.

Non bastano 16 barre, un video e un paio di groupie del liceo.

Poche notti fa riguardavo, su SkyArte, The Art of Rap, il film documentario di Ice T che vede la partecipazione di molti esponenti della scena americana di nuova e vecchia generazione e ho sentito MC Lyte raccontare di come tutti i sabati dopo scuola andasse a prendere lezioni di canto. Per non parlare di B-Real dei Cypress Hill. Uno che certo non ha bisogno di lezioni di tecnica e flow. Uno che però ha dovuto lavorare infinito sulla sua voce per uscire dall’anonimato e diventare il fenomeno inconfondibile che tutti conosciamo. Come racconta lui stesso.

Qui in Italia sembra invece che non ci sia nulla da imparare. Che il vecchio sia da buttare, come fosse un Telefunken a Capodanno. I maestri ci sono, ma nessuno li ascolta più.

Testimone il fatto che anche iniziative come quella di Tormento di proporre un laboratorio vocale, nonostante l’entusiasmo di facciata, non abbiano raccolto molte adesioni. E non parliamo del solito raduno in cui ci si parla addosso, di quanto si è bravi e di quanto sia bella questa cultura, da preservare. No, un vero e proprio corso sulla figura del cantante, dell’artista, del rapper, chiamatelo come volete. O di tutte queste cose insieme.

Avrei voluto averla io un’occasione del genere. Nei ’90 ci ho provato a fare il rapper, ma ero tremendamente scarso. E mi son messo a fare altro. Avrei voluto averlo, un maestro. (

Fossi nato oggi avrei fatto il mio bel video con le mie liriche così così e mi sarei sentito arrivato lo stesso. Anzi avrei continuato a chiedermi come fosse possibile non essere considerato un Gesù Cristo.

L’estate scorsa ero a una serata a Milano, al Corelli, c’era Egreen che festeggiava il compleanno e approfittava per presentare il Cuore e la fame. Bellissimo clima di festa (oltre che bellissimo live, ma mica devo raccontarvelo io Fantini). A un certo punto arriva Ensi e un po’ di bboy dell’ultim’ora corre a chiedergli la foto. La foto, basta. Neanche una parola.

Ma cazzo, è lì. Parlaci.

Il bello dell’Hip Hop, degli artisti Hip Hop, delle serata Hip Hop è sempre stata la sensazione che non ci fossero diversi livelli, ma pubblico e artista fossero sullo stesso piano. Consapevoli che “questa cosa la sto facendo io ora, ma domani puoi essere tu”. Puoi farla tu. E questo succede(va) solo in questo mondo. Nel Rock, nel Metal, nel Pop, non è così.

Ricordo una volta al Tunnel di Milano, sarà stato il ’95, c’era un live de La Pina e gli OTR e sotto il palco mezza scena italiana (a fine concerto si scatenò una jam stellare con tutti i più grandi nomi sul palco in freestyle, ma questa è un’altra storia). A un certo punto vedo Neffa e mi avvicino col mio fare da adolescente timido e felpa da sucker e non gli chiedo una foto. O un autografo. Gli chiedo come va. Quando esce col disco dei Messaggeri. E lui mi tiene lì 20 minuti a raccontarmi tutto. A me, un bimbo minchione.

Tornato a casa non avrò avuto una foto, ma una lezione sì.

Perché questo è lo spirito dell’Hip Hop. Oggi sul palco ci sono io, ma domani ci puoi essere tu. È facile. Ci vuole poco. Apparentemente. Un beat, un microfono.

Tutti possono fare questa roba. Ma ci vuole consapevolezza.
Altrimenti è come il Poker. Tutti giocano, pochi vincono.

Matteo Fini

Matteo Fini è un ricercatore e autore italiano. Si occupa di formazione, didattica e ricerca in Università e nel privato. Per CairoEditore ha pubblicato nel 2010 Non è un Paese per bamboccioni – Storie di giovani italiani che ce l’hanno fatta nonostante tutto. Nel 2014 uscirà il suo nuovo libro dal titolo controverso Università e Puttane.
@matteofinii
www.matteofini.it

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Matteo Prof. Fini
Nella vita reale mi occupo di ricerca, didattica e formazione in Università e nel privato. Laureato in Scienze Politiche e Dottore di Ricerca in Statistica mi piace giocare coi numeri e le parole così nel 2010 ho pubblicato "Non è un Paese per bamboccioni" per CairoEditore. Seguo l’Hip Hop da sempre e dal 2013 firmo pezzi per Hano curando la rubrica Sellout e portando la mia particolare visione nel panorama italiano