Pisani Cartella Ave me RecensioneEtichetta:
Distribuzione:
Anno: 2013

Ogni anno mi capitano tra le mani dischi di qualsiasi tipo, pochi che poi ottengono un ottimo giudizio, molti, la maggior parte che rimangono nella mediocrità, altri proprio pessimi, di cui non consiglieri l’ascolto nemmeno ad un sordo.

Ecco, questo album, “Ave Me”, trascende anche quest’ultima categoria, già averlo nel player potrebbe causare sanguinamento auricolare o altri sintomi simili.

Innanzitutto Pisani Cartella conosciuto anche come P-Easy, non è un rapper, è un producer: ora, potrei dilungarmi per ore sull’argomento, insistendo prepotentemente sul fatto che chi rappa magari ogni tanto azzecca una produzione ma sottolineando il punto che chi produce, evidentemente, non ha qualità canore eccelse perciò è meglio che rimanga davanti ad un monitor mentre si registra, non davanti ad un microfono.

Il producer di Torino, afferma nella pubblicità del disco di dover misurarsi con sé stesso, perciò non chiede alcuna collaborazione: mai errore più grande venne compiuto, visto che come risultato finale, troviamo 14 tracce piatte, monotone, ripetitive e dai pomposissimi quanto fuori luogo titoli latini, quasi a voler dare un non so che di solenne a questo prodotto di serie B.

Continua, Pisani Cartella, a dire, sempre nella pubblicità sopracitata, che questo non è “il disco che vogliamo ma che ci meritiamo”… e cosa mai avremmo fatto di così grave, di così male, per meritarci questo cilicio per timpani?

Sorvolando sui contenuti autocelebrativi e finti-gangsta che quasi fanno sorridere, concentriamoci sul lato tecnico: un rapper è pur sempre un cantante e, nonostante le mie plurime critiche alla troppa influenza melodica negli ultimi album mainstream, bisognerebbe essere un minimo in grado di saper modulare la voce, fuggire dagli schemi o, per lo meno saper variare ogni tanto su una lunghezza “importante” come possono essere quattordici canzoni senza featuring. E siamo solo all’inizio dei problemi: il flow è semi-inesistente, piatto, ripetitivo ed elementare, fuori da ogni possibile giudizio a dei livelli non amatoriali. Le patetiche voci alla Gué Pequeno, inserite nella canzone “Delio Rossi”, non aiutano certo ad alzare il voto a questa performance e mostrano una mancanza di personalità e pochissima inventiva.

L’autocelebrazione, già poco sopportabile tra gente come i Dogo o Fibra, qui è proprio senza alcun senso logico, la domanda che viene abbastanza spontanea è: “vabeh ma tu chi sei?”, sentendo tracce come “Destruo” che ci regala “perle” del tipo “spacco si sa, spacco si sa, spacco” e dà del rapper del cazzo un po’ a chiunque.

Altro annoso e triste problema è quello delle produzioni che di solito si salvano anche nei prodotti mediocri ma qui… qui troviamo un’influenza “newyorkese” (sempre parole dell’ “artista”) ma in realtà suona vecchio e piatto; non è cassa-rullante hip-hop old school, prova ad essere gangsta rap, ma degli anni bui del gangsta rap americano, insomma, questo disco non ha una propria identità ed è veramente fastidioso.

Prodotto pessimo, progetto costruito male e con un eccesso d’ambizione, arrogante e totale mancanza d’umiltà.

Vitto