Club Dogo Noi Siamo Il Club Recensione  

Etichetta: Universal
Distribuzione: Universal
Anno: 2012

Non vi parlerò della tecnica di Guè e di Jake, nè della bravura da produttore di Don Joe; sono lì da una vita, hanno fatto la storia (e basta con ste menate del sono commerciali, sono venduti etc etc.), ma vi parlerò di un disco che contro ogni pronostico non è il disco che la gente s’aspettava, sicuramente il trio milanese ha vinto sulla strategia di marketing (oppure mi sono fatto gabbare bellamente).

Escono con “Cattivi Esempi” un mix di rap dub-electro e un sacco di cartoni animati e film citati nel ritornello; alzano il livello di tamarria con “Chissenefrega (in Discoteca)” con, tra l’altro, la partecipazione della risparmiabile voce di Maite nell’intro della canzone e chiudono l’ormai abitudinaria pratica dei rapper del teatrino pre-disco (che rovina un po’ l’ascolto, come i trailer moderni al cinema che durano 24 minuti e ti rovinano un po’ la visione del film raccontandoti praticamente tutta la storia) con “Noi Siamo Il Club” traccia omonima al titolo dell’album, con la collaborazione di Marracash e un video spettacolare, che musicalmente è devastante e ingolosisce i possibili acquirenti che apprezzano l’evoluzione del gruppo e non passano i pomeriggi a dire “era meglio il Jake di [immettere nome di traccia di non più di sei mesi fa]”
Poi viene il resto del disco, la traccia con l’onnipresente Zuli, nella qual produzione c’è un misto tra dubstep e reggae, bella nell’idea e con un risultato niente male ma no, non è quel che ci si aspettava;

meglio così diranno i più critici, saranno disperati i puritani del genere, scettici i primi fan che si avvicinano al nome Club Dogo senza (difficilmente accadrà) aver mai sentito nulla del trio in precedenza, soprattutto se si va verso la fine dell’album con la traccia “Tutto Ciò Che Ho” in cui Guè sembra la versione italiana di Eminem in Stan e Jake in questa versione struggle di un rapporto cantante-fan dove per fortuna, a differenza del signor Mathers, nessuno muore suicida, ma vengono solo raccontate sfighe quotidiane degli ascoltatori medi.

La rima top ce la regala Jake, tra le tante, in “Ragazzo della Piazza” dove dice di possedere un T-Max nero opaco definendolo la versione 2.0 del Booster di un paio di decadi fa; in questa traccia troviamo anche una strofa di Ensi che da quando ha firmato per Tanta Roba spunta un po’ ovunque (onore al merito).

“P.E.S.” con Giuliano Palma, oltre al grande nome non-rap che caratterizza la traccia, diciamo che è una delle migliori canzoni dell’album, un po’ per il beat, un po’ perchè ci sono un sacco di calciatori citati, un po’ perchè in realtà è quello che facciamo tutti noi maschi dai 14 ai 35 anni: giochiamo a Pes (anche se Fifa è meglio).

Parliamo poi del featuring dei Datura in “L’Erba del Diavolo”, gruppo italo-eurodance e techno; fa fare un discreto salto indietro fino agli anni ’90 con le solite rime fighissime di Jake e autocelebrazione ganjafariana di Guè.

In “Sangue Blu” troviamo un mediocre J-Ax, intoccabile gioiello del rap italiano, incriticabile per la sua continua evoluzione musicale, ma diciamo che in questo caso non ha dato il massimo (per tutti quelli che accuseranno, si il disco l’ho sentito, no non sono un hater, semplicemente non mi è piaciuto in questa traccia).

Spendo le ultime parole per “Se Tu Fossi Me” bella, molto bella, soprattutto perchè, se vere, le parole dette sarebbero per la prima volta nel mondo del rap commericale, equivalenti ad un tentativo di immedesimazione nei fans, avvicinando molto i tre al loro pubblico. Oppure è una mossa intelligentissima di marketing. In entrambe i casi hanno vinto.

Che dire? Il disco non mi è dispiaciuto, è divertente e conscious (nella seconda metà) allo stesso tempo, strano per i Dogo ma in realtà le tematiche trattate son sempre le medesime con le rime legate all’attualità politico-sociale, con l’ennesima dimostrazione che si può rimanere informati e dire cose semi-intelligenti anche nel rap, anche in un modo non troppo consono usato da tutta la cricca underground, che gira e rigira, cerca sempre di scimmiottare loro. Meglio Jake di Guè che pur essendo sempre bravissimo, ultimamente ricicla molto cose dette nel passato, però lo fa bene e meglio degli altri.

L’album piacerà non si sa se a tutti o a pochi o a molti, ma piacerà e tra un anno probabilmente lo canteremo tutti a memoria, perchè più di una volta sono arrivati prima loro, poi gli altri hanno capito che in effetti il disco era figo anche quand’era uscito.

Vi lascio con un “prima dei Dogo il rap italiano faceva schifo” criticabile ma ad oggi diciamo che possono permetterselo, anche se a sto giro potevano fare un po’ meglio.

Vitto