Image   Etichetta: Autoprodotto
Distribuzione: Universal Music
Anno: 2008

Lucida ed irrequieta ispirazione, sovrapposta ed amalgamata a uno Zibaldone di pensieri in processo e crude constatazioni.

L’opera necessitava di spazio, ed avendone avuta la possibilità, l’autore l’ha spalmata su un “double album” in perfetto stile greatest hits.
In poco più di due ore di musica dalle tinte elettronico/rap, JD vuole e riesce a raccontare e di riflesso a raccontarsi, a spargere con un’elegante fretta i temi più vari, dalle piccole cose di ogni giorno cui dedica un’importanza nuova, ai topos politici e sentimentali con cui i cantautori sono soliti trattare.
I brani sono 35 e presentano le collaborazioni di Bosca, Crookers, Steno Fonda, Frankie Laudesi, Kboard, Emiliano Pepe, Sewit, Two Fingerz, Daniele Vit e Marco Zangirolami.

Dargen non compone sul beat. Dargen scrive, parla, canta per immagini, e il beat gli corre dietro come può, a volte prendendolo in ritardo e altre in anticipo. Ciò che ne scaturisce è un flusso dissonante, difficile da ascoltare e da capire, stancante. Stancante non per noia o fastidio, bensì per la consapevolezza che dietro alla cascata di espressioni e parole vagamente insensate c’è qualcosa di forse comprensibile. E allora ti sdrai a letto e nella lucidità di un dormiveglia ti viene alle mente un avvertimento: “e non uscire a cena con la mamma di Serena, scommetto che non sa che odi i pomodori” e ti rendi conto che è una preoccupazione perfettamente sensata e quasi commovente nella logica del momento. Non che sia una rivelazione, è semplicemente un differente modo di percepire le cose. Non è sufficiente un ascolto superficiale e distratto, per ascoltare Dargen c’è bisogno di astrarsi in uno stato in cui le singole immagini evocate ti si parino davanti e ti raccontino una storia, non necessariamente quella che aveva in testa l’autore, e in questo modo fare di vizi di forma virtù.
Ecco, il titolo. A meno di un esplicito chiarimento da parte dell’autore, forse non capiremo mai realmente il suo significato pieno. Possiamo intuirne i lineamenti attraverso indizi sparsi, come una farfalla che esce dal bozzolo in copertina o la visione di un 8 sghembo che sdraiato diventa la sua piena e utopica realizzazione, l’infinito. Allora forse questi “vizi di forma” sono quegli stati, imperfetti e transitori, necessari al raggiungimento di una “virtù” intesa come perfezione (nel senso latino del termine). Il bozzolo non è né bruco né farfalla, è un “vizio”, un’aberrazione, che porta il bruco a volare. E quell’8 mezzo storto, un 8 venuto male e di cui non sai che fartene, e tuttavia passaggio essenziale per farti capire quanto sia ridicolo un 8 “impettito, in piedi, fiero come un navigatore” rispetto ad un 8 sdraiato che si sublima nell’infinito. Se la farfalla e l’infinito siano ulteriori “vizi di forma” che portano ad una ulteriore “virtù”, questo non ci è dato sapere.

É in definitiva un’esperienza nuova e originale, ricca, composta da quello che sembra un outsider che riflette sulla vita in generale e sull’Hip Hop. Perchè lui non ha 412 proiettili nel petto, lui ha bensì rischiato di morire da vero duro “perchè il frigo non rimaneva freddo”. Uno sguardo ironico e disincantato che riconosce la vera origine e i necessari limiti del suo genere musicale (“il rap per me è dire cose che non credi su una musica non tua”) ma è capace di accettarli ed innalzarli ad un livello che ben poche volte si è visto.
Di Vizi Di Forma Virtù è un disco che consiglierei a chiunque, in particolare a coloro che la musica non riescono soltanto a sentirla, ma sentono il bisogno di ascoltarla.

Federico G.